Beppe Montana, il “Serpico” ammazzato dalla mafia 34 anni fa

34 anni fa, il 28 luglio 1985, moriva per mano della mafia il poliziotto Beppe Montana, e quell'omicidio coincise con uno dei più bui momenti per la polizia

Beppe Montana
Beppe Montana


Quando Beppe Montana venne ammazzato, il 28 luglio del 1985, Falcone e Borsellino erano all’Asinara a preparare le carte del maxi processo a Cosa Nostra. Istruire, si diceva all’epoca. Beppe invece, un minuto prima di morire era per mare con la fidanzata e gli amici, in uno dei rarissimi momenti di relax dopo le fatiche e le tensioni bestiali cominciate con il “Blitz di San Michele”, la maxi retata che grazie alle dichiarazioni di Buscetta aveva portato in gabbia 600 mafiosi.

L’assassinio di Beppe Montana

E Montana iniziò a firmare la sua condanna a morte proprio in quelle ore concitate, con Palermo squassata dal suono delle sirene delle volanti della “sua” Sezione Catturandi. Da commissario aveva diretto quel blitz, il primo vero colpo di maglio alla mafia a trazione viddana e preambolo operativo del maxi processo. A Beppe Montana il colleghi avevano cominciato a chiamarlo Serpico quando era apparso chiaro che non era un poliziotto normale. Amante dei travestimenti, paziente come un monaco tibetano negli appostamenti, insofferente alla divisa, con un orecchio sempre in strada grazie ad amicizie non proprio da salotto e fulmineo nelle reazioni. Era capace di passare dall’immobilità assoluta, dietro una pila di cassette in Vucciria, allo scattismo frenetico degli inseguitori di tigna. Buttava via la sigaretta e partiva, sgambando frenetico nelle strade con le ginocchia che gli arrivavano al petto e gli occhi sgranati da invasato mentre le volanti aggiravano il quartiere a fare imbuto.

Tutta roba che alla mafia piaceva poco e piacque ancor meno quando, nei gangli della commissione provinciale ormai tarantolata dalle smanie assassine di Riina, si sparse una voce: Montana e il suo diretto superiore, Ninni Cassarà, avevano dato l’ordine di sparare a vista ai potenti colonnelli di Ciaculli, Pino Greco “Scarpuzzedda” e Mario Prestifilippo, eliminando i vertici dell’ala militare dei Corleonesi. Cassarà li aveva anche intravisti, i due, in una zona brulla di Ciaculli. Era con il poliziotto sotto copertura Calogero Zucchetto ma non fece in tempo a chiamare “ausilio”, come si diceva allora e le due primule rosse pistolere si defilarono.

Un affronto alla mafia

La faccenda era letta dalle coppole storte non solo come un affronto territoriale in un mandamento chiave, ma anche e soprattutto come una intollerabile prospettiva strategica. Greco e Prestifilippo erano le due pistole più veloci, efficaci e spietate di Riina, i suoi killer di punta. Specie Greco, che si divideva fra gli studi classici e una perizia assoluta nel maneggio ambidestro delle armi da fuoco anche guidando una moto, era preda ambitissima. Insomma, di motivi per sparare in faccia a “Serpico” ce n’erano anche troppi e così fu: a Porticello di Santa Falvia, vicino al suo motoscafo e sotto gli occhi della sua donna, una 357 Magnum e una 38 ridussero in pappa volto, sogni e pericolosità del capo della Catturandi palermitana.

A sparare, secondo il pentito Francesco Marino Mannoia, un altro Beppe, Lucchese, che usò proiettili ad espansione per fare un lavoro da macello vero, usò due pistole e sparò in faccia a Montana tutta la rabbia di una mafia che da quello sbirro aveva avuto solo guai, guai veri. Pare che a chiedere di usare due “ferri” di calibro devastante fosse stato nientemeno che Michele Greco, ‘nteso “U Papa”, un po’ per strusciarsi ai metodi trucidi tanto cari al nuovo imperatore Riina, un po’ per vendicarsi degli otto arresti che Montana aveva messo a segno pochi giorni prima per rifinire il blitz di San Michele.

Un momento buio per la polizia

L’assassinio di Montana coincise con uno dei momenti più bui della storia della polizia a Palermo, bui per etica e bui per conseguenze. Fermato ed indiziato per un delitto che aveva scatenato nei poliziotti un’onda emotiva devastante ci finì Salvatore Marino, pescatore e calciatore. Portato al secondo piano della questura, venne torturato durante la notte, ingozzato d’acqua con un tubo infilato in gola e addirittura morso ad una spalla. Morì dopo sette ore di faccia a faccia con sbirri la cui disperazione era andata a crogiuolo nella bestialità. L’effetto più drammatico di quella morte, da un punto di vista strategico e al di là dello scempio etico, fu che Roma decapitò (giustamente) tutti i vertici e i quadri intermedi della FFOO palermitane, sottraendo in un solo colpo alla lotta alla mafia investigatori esperti, agende con nomi di confidenti e indagini già collaudate sul campo, resettando cioé di fatto ogni risultato fino ad allora raggiunto. In dodici ore Palermo si riempì di “pivellini” trasferiti in gran fretta dalle paciose questure continentali e amen.

Anni dopo, lo stesso pentito Mannoia avrebbe dichiarato che l’assassinio di Beppe Montana fu reso possibile da una talpa nella polizia che era venuta a sapere della sua giornata al mare, senza pistola e con la ragazza, permettendo al killer di incrociare il suo sguardo nel momento di massima vulnerabilità. Saverio Lodato raccontò che ai funerali di Montana il vice questore Cassarà, quello che con Montana aveva dato polpa alla giurisprudenza d’assalto del pool, fu visto piangere. Le ultime lacrime da vivo. Nove giorni dopo la mafia ammazzò pure lui sotto gli occhi della moglie.

Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.