Suore di clausura pronte a ospitare migranti: “Molti monasteri disponibili”

Le suore di clausura si sono dichiarate pronte a ospitare i migranti. Hanno infatti inviato una missiva al Presidente della Repubblica e al Premier Conte.

Suore di clausura pronte a ospitare i migranti
Suore di clausura pronte a ospitare i migranti

Le suore di clausura si sono dichiarate pronte a ospitare i migranti in arrivo in Italia. Hanno infatti inviato una missiva al Presidente della Repubblica e al Premier Conte nella quale hanno ribadito la propria disponibilità. “Egregio presidente Mattarella, egregio presidente Conte – inizia la lettera -, siamo sorelle di alcuni monasteri di clarisse e carmelitane. Vogliamo che (i migranti ndr) vengano tutelati dal razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale”.

Suore di clausura pronte a ospitare migranti

Le sorelle poi hanno chiesto “che le istituzioni governative si facciano garanti della dignità”. Per fare questo c’è bisogno di qualche posto dove ospitare i rifugiati in arrivo. Le suore si sono dunque dichiarate disponibili ad ospitare i migranti. “Con questa lettera aperta vorremmo dare voce ai nostri fratelli e sorelle migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie. Molti monasteri italiani, appartenenti ai vari ordini, si stanno interrogando su come contribuire concretamente all’accoglienza dei rifugiati, affiancando le istituzioni diocesane. Alcuni già stanno offrendo spazi e aiuti”.

Chiesa cattolica e immigrazione

L’iniziativa delle suore di clausura è solo l’ultima a favore dei migranti partita dai vari rami della Chiesa cattolica. Da sempre, infatti, Papa Francesco si batte per l’accoglienza e si impegna “a favore degli ultimi”. Questo impegno, tuttavia, sembra essere costato parecchio alla Chiesa negli ultimi anni. Sempre più cittadini, che si reputavano praticanti cattolici, hanno contestato al Papa di non occuparsi delle altre persone indigenti. Solo ieri, lunedì 15 luglio, infine, la notizia che la Chiesa ha perso 2 milioni di “benefattori” che non hanno più voluto destinarle l’otto per mille.