Carola Rackete: “Rifarei tutto quello che ho fatto”

Carola Rackete parla per la prima volta in un’intervista a Repubblica della vicenda relativa allo sbarco a Lampedusa dei migranti della Sea Watch 3

Carola Rackete
Carola Rackete
Clicca qui per ascoltare l'articolo

Carola Rackete non è affatto pentita di aver forzato il blocco, e dopo l’annuncio della querela nei confronti di Matteo Salvini lo dichiara senza mezzi termini in un’intervista a Repubblica.

Carola Rackete e la collisione con la motovedetta della Gdf

Non ho sbagliato ad entrare nel porto e nelle acque territoriali. L’unico errore è stata la collisione, nata dalla fatica”, spiega il capitano della Sea Watch 3, parlando della collisione con la motovedetta della Guardia di Finanza. “Comunque rifarei tutto quello che ho fatto, perché era il mio dovere”, afferma, parlando apertamente per la prima volta dopo la mancata convalida dell’arresto.

Carola spiega che non si aspettava che i finanzieri si mettessero fisicamente tra la sua nave e la banchina del porto. “Era molto rischioso“, spiega. “Quando ho girato la Sea-Watch per avvicinarmi al molo pensavo che i finanzieri si sarebbero spostati. Ho provato a evitarli con una manovra, ma dal ponte di comando non vedevo bene la motovedetta”, racconta. È stato un errore di valutazione, l’impatto poteva essere evitato: non sarebbe avvenuto se non fossi stata così stanca. Non dormivo da giorni, venivo svegliata ogni ora, perché c’era sempre qualcosa da decidere”, ha ricordato, ammettendo l’errore nella manovra.

I motivi dello sbarco spiegati di Carola

Secondo i pm di Agrigento, non c’era un effettivo stato di necessità, sulla nave, tale da rendere necessario lo sbarco. I casi gravi, infatti, erano stati fatti scendere. Ma Carola racconta un’altra verità sulla situazione. I pm infatti “non hanno mai parlato con i naufraghi, né con i nostri dottori. Non avevano psichiatri che potessero valutare lo stato mentale del gruppo”.

Abbiamo abbattuto un muro. Quello innalzato in mare dal decreto sicurezza bis. Siamo stati costretti a farlo. Talvolta servono azioni di disobbedienza civile per affermare diritti umani e portare leggi sbagliate di fronte a un giudice”, dice ancora a Repubblica. “In Germania sappiamo bene che ci sono stati dei periodi bui in cui i tedeschi seguivano leggi e divieti che non andavano bene: solo per il fatto che qualcosa è legge non vuol dire che sia una buona legge”, spiega convinta.

Ho visto le mie foto ovunque, i graffiti, lo striscione a Notre Dame. Ma non mi sento un’eroina“, conclude Carola Rackete. “Spero che ciò che ho fatto sia di esempio per la mia generazione: non dobbiamo stare seduti ad aspettare, non siamo costretti ad accettare tutto nel silenzio e nell’indifferenza. Possiamo alzarci in piedi, possiamo fare qualcosa, usare il cervello e il coraggio. Se ci sono dei problemi, facciamo qualcosa di concreto per risolverli”.

Elisabetta Riboldi
Nata il 15 luglio 1992, ho seguito il tipico cursus honorum della letterata milanese: diploma al liceo classico G. Berchet, laurea triennale in Lettere Moderne e magistrale in Filologia Romanza presso l'Università degli Studi di Milano. Fervente appassionata di tutte le arti, curioso nelle librerie, alle mostre, nei musei; per quasi dieci anni ho seguito corsi di teatro e, in seguito, di danza ottocentesca. Ma quella stessa curiosità che mi porta a indagare l'arte e la storia mi àncora fortemente all'attualità, di cui cerco di indagare processi e retroscena.