Bruzzese: “Dopo l’omicidio di Marcello abbandonati dal Ministero dell’Interno”

In esclusiva per CiSiamo.info, parla per la prima volta l'intera famiglia di Girolamo Bruzzese, il collaboratore di giustizia a cui è stato ucciso il fratello sotto la protezione dello Stato. «Nonostante la morte di Marcello - denunciano - siamo stati di nuovo abbandonati dal Ministero dell'Interno».

Omicidio Marcello Bruzzese
Il luogo dell'omicidio di Marcello Bruzzese.

“Sembra la famiglia della Mulino Bianco”. Si diceva un tempo e, forse, si dice tutt’ora quando si vuole intendere che quella di cui si sta parlando è una bella famiglia. E il riferimento è alle pubblicità della nota marca di biscotti, che mostravano – un tempo più di ora – famiglie felici e sempre in armonia fare colazione al mattino, avendo un inspiegabile tempo a disposizione.

Può mai essere una famiglia della Mulino Bianco anche quella in cui un familiare ha un passato criminale, difficile da superare e soprattutto da dimenticare? Me lo sono chiesto qualche giorno fa, rientrando a Milano dopo aver incontrato la famiglia Bruzzese, quella del collaboratore di giustizia a cui, lo scorso 25 dicembre, è stato ucciso il fratello (sotto il programma di protezione) per vendetta trasversale.

Ad accogliermi è una famiglia quasi al completo, seduti intorno al tavolo, speranzosi di trovare qualcuno che possa comprenderli. Quello che ho visto sono dei ragazzi per bene, uniti fra di loro, e un padre capace di ascoltarli in silenzio, innanzitutto per rispetto nei loro confronti, ma forse anche per la consapevolezza che se oggi quei ragazzi, tutti di età compresa fra i 21 e i 25 anni, sono costretti a parlare di certe situazioni una parte della responsabilità può essere anche sua. Solo una parte, però.

Dall’altro lato, infatti, c’è la consapevolezza che se oggi quei ragazzi, radunati intorno a quel tavolo, non si confrontano su omicidi o altri reati da commettere, il merito è soprattutto suo. Il merito è di Girolamo Bruzzese che ha deciso, a un certo punto del suo percorso criminale, di passare dall’altra parte e collaborare con la giustizia.

Una scelta importante, che sicuramente rifarebbe, ma che ha portato a lui e alla sua famiglia non poche conseguenze. Ultima e più drammatica l’omicidio del fratello Marcello, il giorno di Natale dello scorso anno. Ennesimo trauma di una lunga serie di traumi, iniziati già all’indomani della collaborazione.

Un oggetto si discosta da quelli che potrebbero esserci su una tavola di qualsiasi famiglia. Un binocolo. Un binocolo con cui guardare lontano, con cui guardare se c’è qualcuno fermo in qualche auto, seduto al tavolino di un bar. Qualcuno di sospetto, da cui proteggersi.

Una paura nata da quando Marcello Bruzzese è stato ucciso sotto casa sua, in una località che avrebbe dovuto essere protetta. Una paura che nasce dalla consapevolezza di essere ancora nella stessa località: abbandonati da tutti, soprattutto dal Ministero dell’Interno. Ora, dopo l’omicidio che li ha sbattuti su tutte le prime pagine di giornale, come sempre.

L’inizio della collaborazione

Girolamo Bruzzese decide di collaborare il 20 ottobre del 2003, consegnandosi spontaneamente ai Carabinieri, da latitante. Avvia subito la collaborazione con la giustizia e, mentre lui è in carcere, la famiglia, composta da una moglie, 3 figli, e 5 fratelli, ciascuno con la propria famiglia, entrano nel programma di protezione.

«Sono arrivati da un momento all’altro i Carabinieri a casa nostra, – raccontano – ci hanno lasciato giusto il tempo di prendere quattro cose e ci hanno fatti salire su un pullman». «Avevamo soltanto 10 anni, ma siamo stati costretti – spiega la figlia più grande di Girolamo Bruzzese – a lasciare tutto: scuola, amici, tutto».

«Arrivati a Roma – continuano – siamo stati smistati». «Quello – spiega Caterina, sorella di Girolamo e di Marcello – è stato un altro trauma per i nostri figli, che erano abituati a stare spesso insieme e invece ora si trovavano lontani gli uni dagli altri, costretti a vivere in un hotel».

«A Campobasso – riprende parola la figlia Martina – siamo stati mandati da un giorno all’altro in un’altra scuola, con un nuovo cognome. Io avevo 10 anni e riuscivo a capire quello che stava accadendo, ma mio fratello non si ricordava neanche di alzare la mano durante l’appello». «Poi – aggiunge – non abbiamo fatto in tempo a reinserirci che ci hanno trasferiti a Termoli».

«I miei figli – racconta Caterina – invece sono stati iscritti a scuola dopo molto ftempo, all’inizio del secondo quadrimestre, perché siamo stati mandati in Sardegna e non c’erano case disponibili».

«In tutto questo – aggiungono i figli – non abbiamo mai avuto assistenza psicologica per il reinserimento, anche scolastico, in un nuovo contesto e questo sarebbe stato fondamentale per noi. Sarebbe stato, infatti, un nostro diritto, ma nessuno ci ha informati di questa possibilità».

Il trasferimento nell’attuale località

Dopo diversi anni, finalmente la famiglia viene parzialmente riunita e trasferita in un’unica località. Ma i problemi non sono finiti. «Abbiamo dovuto cambiare diverse case, perché più di una volta hanno scoperto che eravamo la famiglia di un collaboratore di giustizia. Addirittura in uno dei palazzi in cui abbiamo abitato sono state imbucate delle lettere nelle caselle della posta per avvertire i condomini del pericolo che, secondo loro, rappresentavamo».

«Queste discriminazioni, ovviamente, hanno provocato molta emarginazione in noi. Ma, nonostante tutto, piano piano siamo riusciti a farci volere bene e, dopo quello che è successo a Marcello, ancora in molti non ci credono che probabilmente non ci potranno vedere e frequentare più».

L’omicidio di Marcello Bruzzese

La famiglia Bruzzese riesce quindi, nonostante le difficoltà, a creare una normalità, una quotidianità in cui vivere tutti i giorni. Fino al 25 dicembre del 2018, quando Marcello Bruzzese viene improvvisamente ucciso sotto la casa che il Ministero dell’Interno gli aveva dato.

«Non è morto soltanto Marcello Bruzzese. È morta con lui la speranza e i progetti di vita dei nostri figli e dei nostri nipoti». Sì, perché la figlia di Caterina ha giù un suo bambino e la nonna di una cosa è certa: «Non voglio che cresca con le difficoltà che ha dovuto incontrare la madre, mia figlia».

«Il Ministero dell’Interno, però, – continuano – di questo non se ne rende conto e infatti nessuno ha pensato di interpellarci sulla morte di Marcello e sul futuro della nostra vita. Matteo Salvini, quando è andato a Pesaro, si è chiuso in Prefettura e non ha neanche pensato di riceverci».

La falsità sulla morte di Marcello Bruzzese

«Salvini si è preoccupato unicamente di dire che Marcello aveva richiesto la fuoriuscita dal programma e che aveva il cognome sul citofono. La prima è una grande falsità, perché, come ha dimostrato il nostro avvocato, non risulta alcune richiesta di capitalizzazione avanzata da Marcello», spiega la famiglia Bruzzese.

«Il nome sul citofono, invece, Marcello ce l’aveva perché abbiamo dovuto rinunciare ai documenti di copertura già da molti anni». L’ex moglie di Girolamo Bruzzese, infatti, secondo quanto ci viene raccontato, ha perso la patente di guida anni fa e «gli agenti del Nucleo Operativo di Protezione le hanno detto che era impossibile riaverla, in quanto si trattava di un documento senza corrispondenza».

«In quel periodo, inoltre, stava ricominciando a lavorare, necessariamente fuori dalla provincia in cui abitava, così come previsto dal programma di protezione, e quindi aveva necessariamente bisogno della patente. Per questo siamo stati costretti a riprendere i nostri nomi originali».

«Fra l’altro – aggiunge Caterina, la sorella di Girolamo Bruzzese – il nuovo cambio di cognome è stato un trauma per tutti. I miei figli e i miei nipoti, infatti, frequentavano le stesse scuole, lo stesso oratorio, anche perché io aiutavo mia cognata nel tenere i bambini quando lavorava. Dopo un po’ gli amichetti hanno cominciato a chiedersi come mai avessimo tutti cognomi differenti e quindi abbiamo ripreso anche noi le nostre vere generalità. Mio figlio, che aveva 16 anni, ha cambiato all’improvviso cognome a scuola e questo ha provocato in lui un profondo trauma».

Gli stessi documenti di copertura, comunque, non escludevano realmente la possibilità di essere individuati. «Per anni – spiega Caterina – ho avuto i documenti di copertura, ma l’auto intestata con le mie vere generalità».

«Tutti noi lavoravamo e i nostri dati sarebbero dovuti essere oscurati nel terminale INPS, ma l’hanno fatto soltanto dopo il 25 dicembre. In appena 2 giorni». In soli 2 giorni vengono quindi oscurati dati che permettevano l’individuazione dei Bruzzese, Girolamo compreso, da anni. «Nonostante – spiegano – l’avessimo denunciato sia al Servizio Centrale che alla Direzione Nazionale Antimafia già nel 2012».

Il rifiuto del trasferimento

«Subito dopo l’omicidio, infatti, il Servizio Centrale di Protezione ha disposto per tutti noi l’immediato trasferimento in albergo», raccontano. «Saremmo quindi finiti in un qualche hotel di quelli che dove tutti sanno che siamo collaboratori di giustizia, come già ci è successo in passato, con dei documenti di copertura che non servono a nulla e non ci tutelano in niente».

«Per questo – continuano all’unisono – abbiamo deciso di rifiutare questo trasferimento per avere una soluzione definitiva, che sia per sempre e che non ci costringa a rifarci una nuova vita ogni volta che siamo costretti a scappare».

«Nel frattempo, però, abbiamo dovuto lasciare i nostri lavori, evitare il più possibile di uscire, di frequentare i nostri amici, i nostri fidanzati o fidanzate. Abbiamo dovuto sospendere la nostra vita, nell’attesa che si sblocchi qualcosa».

L’abbandono da parte del Ministero dell’Interno

«Da quel rifiuto – denunciano – siamo stati completamente abbandonati dal Ministero dell’Interno e siamo costretti a vivere nella paura, nello stesso posto dove vivevamo prima dell’omicidio e dove oramai tutti sanno chi siamo».

«Il ministero dell’Interno – continuano – non ha adottato le giuste misure di tutela definitiva a seguito delle legittime richieste inoltrate tramite il Servizio Centrale di Protezione, con le quali si chiede soluzione definitiva al grave problema di attuale pericolo data una protezione che risulta soltanto apparente».

Le richieste della famiglia Bruzzese

«Il Ministero deve darci garanzie scritte – chiede la famiglia Bruzzese – che tutto verrà fatto in tempi celeri e comunque congrui alla risoluzione del problema. Il ministero deve fornire data e trasparenza sulle misure di tutela definitiva, eliminando le proposte delle vecchie misure precedentemente adottate per questa famiglia più volte colpita dalla criminalità organizzata».

«Siamo consapevoli che dovremo recidere di nuovo tutti i rapporti che in questi 15 anni di programma di protezione siamo riusciti, a fatica, a creare, nelle diverse località in cui siamo stati, ma almeno vogliamo che sia una volta per tutte».

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.