Dopo la vergogna per certi “compatrioti” jus soli nati, scopriamo d’avere in giro anche i Mostri

Una categoria addirittura inferiore ai quaqquaraqquà che neanche Sciascia aveva immaginato di poter avere conterranei.

Donna trovata morta nel Tevere
Donna trovata morta nel Tevere (foto repertorio)

E’ sempre la cronaca, con tutte le possibilità di diffusione dei media e della rete, a farci conoscere le miserie morali e le nefandezze più turpi che infestano dolorosamente anche il nostro Paese, che per illusione mentale e amor di patria pensavamo immune e lontano da certe pratiche d’abuso, di sopraffazione, di vera barbarie crudele ed efferata, che sentivamo raccontare in anni andati, sistematicamente praticate nei Paesi balcanici o dagli “zingari” per indurre alla compassione e all’elemosina sui gradini delle chiese.

Barbarie fisiche, inferte senza pietà, come quella che sta emergendo dalle indagini della Procura palermitana, finalmente portando nelle “patrie galere” i protagonisti di pratiche brutali e indegne di uomini, poi anche sovrapposte alla truffa ed al falso dichiarato.

In quelle galere antiche, umide e coi tavolacci, e non in carceri moderne, con materasso, bagno e TV a colori avrebbero dovuto finire ancora prima degli aguzzini, gli avvocati, i medici, i “professionisti dei documenti”, traditori di ogni deontologia d’ordine d’appartenenza, e di ogni rispetto umano.

Dalle indagini e dalle contestazioni di reato emergono fatti che fanno rabbrividire ogni persona dotata anche di una minima sensibilità. Dietro alle truffe alle Assicurazioni per danni provocati da incidenti mai avvenuti, la banda degli “spaccaossa”, questi 42 malfattori siciliani presi oggi, dopo gli altri 11 già arrestati, operava con sistemi brutali e di crudeltà al limite di ogni senso di umanità, spezzando gambe o braccia, sembra con appositi e collaudati “sistemi”: pesanti dischi di ghisa, blocchi di cemento, sacche riempite di mattoni.

Danni, e minorazioni fisiche, guaribili o semi-permanenti, accertate da medici compiacenti e complici che alla sacralità del giuramento di Ippocrate oppongono le genuflessioni all’altare “degli euro”, moderna e attuale pecunia che non olet, ma gonfia tasche borse e portafogli avidi.

Vittime consenzienti, contro briciole di denaro, cercati e contattati per l’occasione,“i miserabili” del tempo, i soliti dei parchi, delle piazze e delle stazioni, gli occupanti delle panchine, poveri e dannati, senza barlumi di speranza, in astinenza di droga i tossici, in mancanza di casa e cibo i senzatetto, gli emarginati della città. Ma anche qualcuno dal bisogno immediato, lui o lei speranzosi forse di un risarcimento che finisse a loro, sistemando qualche problema. Quelli che credevano di avere trovato, intanto, la soluzione.

“Non c’è pace tra gli ulivi”: era cinema. Neanche in città ce n’è, e non è cinema.

Ennio Testa
Nel mezzo del cammin di… sua ottava decade, e non sentirsela addossol, dopo averne viste, sentite, vissute, lette e meditate di tutti i colori, di luce e di buio. Nato e vissuto a Roma, la città del cuore, di cui ama persino i “sanpietrini”, con ascendenze e attiva tradizione milanese, trasferito poi nelle terre etrusche altrettanto amate. Libero e vagabondo ha calpestato e conosciuto le vie di tutta l’Italia e della mezza Europa dove l’impegno l’ha portato, sommando esperienza e saperi che oggi l’aiutano a scrivere.