Vide l’omicidio di Don Diana: “Stato e Chiesa non hanno fatto niente per me”

Augusto Di Meo ha visto in faccia l'assassino di Don Peppe Diana e lo ha denunciato ai Carabinieri. All'epoca, però, non esisteva ancora la legge sui testimoni di giustizia e quindi ancora oggi gli è precluso il programma di protezione.

Testimone dell'omicidio di Don Peppe Diana
Augusto Di Meo, con il Procuratore Nazionale Antimafia (Federico Cafiero De Raho) e il Presidente di Libera (Don Luigi Ciotti).

«Lo Stato e la Chiesa non hanno fatto niente per me», lo dice senza rabbia, ma con oggettività, Augusto Di Meo. Fotografo di professione, è l’uomo che ha visto in faccia gli assassini di Don Peppe Diana il 19 marzo del 1994, a Casal di Principe.

«Sono passati 25 anni, – continua – ma non è cambiato nulla. E anche ora che è arrivato il terzo Governo, si usano belle parole nei miei con ma alla fine si fa veramente poco per farmi avere il riconoscimento».

Il riconoscimento a cui si riferisce Augusto Di Meo è quello di testimone di giustizia. Per un banale cavillo burocratico, infatti, lo scorso 26 febbraio si è visto rifiutare per l’ennesima volta dal Sottosegretario all’Interno, Luigi Gaetti, il programma di protezione.

L’omicidio di Don Peppe Diana

«Quella mattina – racconta Augusto Di Meo – andai a fare gli auguri di buon onomastico a Don Peppe. Chiesi al sagrestano dove si trovasse e, non appena ci incontrammo, ci abbracciammo».

«Alle 7,20 – continua – doveva dire messa e io dovevo andare in laboratorio. Chiuse lo studio e rimase con le chiavi in mano per avviarsi nel corridoio. Davanti a lui si trovò il killer del clan dei Casalesi».

«L’uomo – aggiunge Di Meo – chiese chi fosse don Peppe e gli sparò cinque colpi in faccia. Don Peppe mi cadde addosso: aveva la faccia piena di sangue. Alzai gli occhi e vidi il killer mettersi la pistola nella cintura, sistemarsi e andarsene senza fretta».

«Mi sento onorato di aver vissuto gli ultimi minuti della vita di Don Peppe», conclude Augusto Di Meo.

La scelta di testimoniare

«Da lì in poi ci fu un fuggi fuggi generale. – continua – Io, invece, in quel momento decisi di non piegare la testa. Quindi andai in una caserma dei Carabinieri per denunciare quello, e soprattutto chi, che avevo visto».

«Da quel momento in poi si spezzarono i miei sogni. Avevo un laboratorio fotografico e volevo comprare casa, ma nulla più fu possibile», aggiunge Di Meo.

Il programma di protezione

«Non entrai nel programma di protezione perché all’epoca non c’era ancora una legge che prevedesse la figura del testimone di giustizia», spiega Di Meo.

«Visti i problemi che dovevo affrontare, decisi di lasciare Casal di Principe e trasferirmi in Umbria. Rimasi lì fino al 1996, poi ho deciso di tornare. Io non avevo fatto nulla di male, perché dovevo andarmene? Perché dovevo essere io ad andarmene?», chiede il testimone dell’omicidio di Don Diana

Il riconoscimento come testimone di giustizia

«Nel 2001, quando è entrata in vigore la prima legge sui testimoni di giustizia, ho fatto richiesta di essere riconosciuto anche io quale testimone di giustizia, ma mi hanno risposto che la legge non era retroattiva», spiega Di Meo.

«Ho fatto altre richieste – aggiunge – , anche in seguito alle modifiche alla legge, ma la risposta è stata sempre la stessa: non può essere retroattiva. E così sono l’unico testimone in Italia non riconosciuto».

L’attuale situazione di Augusto Di Meo

«Non più di due mesi fa ho mandato una richiesta di integrazione della legge al Sottosegretario al Ministero dell’Interno, Luigi Gaetti. Mi ha convocato a Roma, al Viminale, ma non è cambiato nulla. Mi pare che anche con questo Governo non ci siano risultati in merito alla mia situazione».

«Io, però, vado avanti lo stesso. Negli ultimi sei anni ho raccontato la mia storia a oltre 55mila ragazzi: credo fortemente in quello che faccio e non mi pento di quello che ho fatto. Non mi pento di aver raccontato quello che ho visto, nonostante tutto quello che poi ho subito», conclude Augusto Di Meo.

Una storia triste, per lo Stato italiano, quella di Augusto Di Meo. Ancora più triste se si pensa che all’ultima commemorazione per la morte di Don Peppe Diana non vi era nessun rappresentante del Governo.

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.