Vacche sacre della ‘ndrangheta minacciano imprenditore: “Abbandonato dallo Stato”

IL PADRE DI BRUNO BONFÀ È STATO UCCISO IN CIRCOSTANZE MAI CHIARITE E, DA ALLORA, PORTA AVANTI LUI L’AZIENDA AGRICOLA DI FAMIGLIA. MA LE INTIMIDAZIONI DELLA ‘NDRANGHETA LOCALE CONTINUANO A DANNEGGIARE IL SUO LAVORO, FRA L'INDIFFERENZA DELLE ATTUALI ISTITUZIONI POLITICHE.

Bruno Bonfà ha conosciuto, suo malgrado, la ‘ndrangheta da vicino. L’ha conosciuta nel 1991, quando suo padre, Stefano, è stato ucciso nella sua azienda agricola in circostanze mai chiarite. Circostanze facilmente riconducibili al metodo mafioso, anche se mai nessuno ha riconosciuto Stefano Bonfà quale vittima innocente della criminalità organizzata.

Da allora Bruno porta avanti l’azienda agricola di famiglia, oltre 50 ettari di terreni in provincia di Raggio Calabria, in cui ci sono varie coltivazioni, soprattutto di bergamotto (la prima in Italia a plurima diversificazione colturale e zootecnica e a struttura integrata di alta qualità). Ma le intimidazioni della ‘ndrangheta locale continuano a danneggiare il suo lavoro, fra l’indifferenza delle istituzioni.

Se, infatti, da un lato Bruno Bonfà da più di un anno è sotto scorta per la grave situazione di pericolo che affronta quotidianamente, dall’altro non viene riconosciuta la natura mafiosa delle intimidazioni, che avviene tramite l’uso delle cosiddette “vacche sacre” che danneggiano le colture.

L’omicidio di Stefano Bonfà

Partiamo dall’inizio di quest’assurda storia, dall’omicidio di Stefano Bonfà avvenuto il 3 ottobre del 1991. Siamo ancora nel periodo dei sequestri di persona sull’Aspromonte, l’attività con cui la ‘ndrangheta si è arricchita e soprattutto ha stretto le giuste connessioni per diventare l’organizzazione criminale che è oggi.

«Dietro quei sequestri – racconta a CiSiamo.info Bruno Bonfà – spesso si nascondevano connivenze dei Carabinieri. Mio padre lo sapeva e, secondo quanto ha riferito una fonte alla Procura, avrebbe perfino visto qualche sequestrato essere trasportato su una camionetta in dotazione ai Carabinieri, per sfuggire ai posti di blocco».

«Chiunque si trovava ad assistere, quale fortuito testimone, a quei passaggi inconfessabili veniva eliminato», aggiunge Bonfà. E, secondo lui, è quella la ragione della fine che ha fatto suo padre.

Le intimidazioni verso Bruno Bonfà

Da allora Bruno ha preso il posto del padre nella gestione dell’azienda di famiglia, ma le intimidazioni non sono finite. «Si tratta – ci racconta – di uno stillicidio di intimidazioni, minacce di morte, distruzioni e danneggiamenti che vanno avanti dal 1991 a oggi».

«Solo gli ultimi danneggiamenti, avvenuti nel corso di circa un anno, contano oltre 1.500 piante, variamente distrutte e danneggiate, relative alle colture di bergamotto, di ulivi e anche di alcune strutture. Una prima stima del danno ammonta a oltre un milione di euro», spiega Bonfà.

Le vacche sacre

«I danneggiamenti – spiega Bonfà – avvengono tramite l’introduzione di mucche, le cosiddette “vacche sacre”, all’interno dell’azienda, sita sul territorio di Caraffa del Bianca e del territorio di Samo, abbattendo la recinzione e tagliando il filo spinato».

«Queste vacche sacre – ne è convinto Bonfà – appartengono alla ‘ndrangheta, nello specifico a quella parte di essa un tempo implicata nella gestione dei sequestri di persona, che le usa quale strumento di pressione, distruzione, danneggiamento ed impedimento di ogni iniziativa colturale, per chiara finalità estorsiva».

«Il messaggio – continua Bonfà – è chiaro: mettere in atto tutta una serie di azioni delittuose con finalità estorsiva per costringere l’imprenditore ad abbandonare l’azienda».

La risposta delle istituzioni

Nonostante questa situazione, nessuna informativa, né in riferimento all’omicidio di Stefano Bonfà, né in riferimento alle ostilità che l’azienda di Bruno Bonfà sta avendo, soprattutto tramite l’invasione di vacche sacre, riconosce la natura mafiosa di queste azioni. Eppure – e qui c’è il paradosso – da agosto del 2017 la Prefettura di Reggio Calabria ha disposto la scorta per salvaguardare la sicurezza di Bruno Bonfà.

«Il problema – spiega – è che nessuno ha mai indagato sulle evidenti correlazioni fra i sequestri di persona, ormai conclusi da tempo, e il fenomeno delle “vacche sacre”, ma addirittura che in un primo momento le informative dei Carabinieri negavano il fenomeno delle vacche sacre».

«Infatti – continua – nel 2010 è stata anche decisa la sospensione dell’abbattimento di queste vacche e so di per certo che, alla base, ci sia un accordo fra ‘ndrangheta e l’allora Comandante Provinciale del Corpo Forestale dello Stato».

«Soltanto nell’ultimo anno, grazie alle segnalazioni fatte anche dagli agenti della mia scorta, – continua – il Nucleo Interforze voluto dal Prefetto di Reggio Calabria ha appurato l’esistenza di questo fenomeno e, finalmente, è ricominciato il sequestro di questi animali».

L’appello di Bruno Bonfà

«Non avendo ottenuto giustizia – conclude Bruno Bonfà – mi sono visto costretto a interessare direttamente la Direzione Nazionale Antimafia, che è l’unica istituzione che mi ha già ricevuto e sta seguendo attentamente la vicenda».

«Al contrario, – spiega Bruno Bonfà – ho chiesto al Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, al suo Sottosegretario con la delega all’Antimafia, Luigi Gaetti, e al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di essere ricevuto per poter rappresentare anche a loro la mia situazione. Tuttavia nessuno ha ancora inteso ricevermi. Spero si ricordino quanto prima».

«Ci tengo, però, ad allontanare il sospetto che io voglia speculare con il denaro dell’antimafia, quando, al contrario, in condizione di normalità e a regime, la mia azienda potrebbe avere un ritorno economico di gran lunga superiore al limite massimo previsto dalla legge che regola il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura», conclude Bruno Bonfà.

Quella di Bruno Bonfà non è, purtroppo, l’unica storia di vittime della criminalità organizzata che, pur avendo denunciate, vengono poi lasciate da sole. Qualche tempo fa, ad esempio, su CiSiamo.info la storia di Gennaro Ciliberto, che denunciò infrastrutture pericolanti, ora rischia di essere ucciso in una scuola.

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.