Michelangelo Mazza interrompe la collaborazione con la giustizia: “Sono stato obbligato”

Michelangelo Mazza ha deciso di interrompere la sua collaborazione con la giustizia, perché si sente abbandonato dalle istituzioni che oltre a proteggerlo dovrebbero occuparsi del suo reinserimento sociale e lavorativo.

Michelangelo Mazza
Il collaboratore di giustizia Michelangelo Mazza
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Dal 9 gennaio, non è cambiato per nulla per Michelangelo Mazza, il collaboratore di giustizia che aveva denunciato a CiSiamo.info di essere costretto a lavorare con le sue vere generalità (individuabili tramite un’app). E, così, alla fine ha deciso di interrompere la sua collaborazione con la giustizia, ritenendo che non ci siano più le condizioni di sicurezza sufficienti perché lui possa continuare a testimoniare in aula.

Michelangelo Mazza avrebbe voluto dichiararlo il 13 marzo nell’aula di Tribunale dove doveva testimoniare per la cosiddetta “Strage delle Fontanelle”, ma il collegamento in video-conferenza con il Tribunale non si è più fatto. La sua testimonianza è stata assunta agli atti del processo dai verbali degli interrogatori.

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Quindi Mazza ha deciso di depositare direttamente al Servizio Centrale di Protezione una lettera e le due schede prepagate con cui mensilmente viene corrisposto il sussidio a lui e a sua figlia. Infine ha comunicato la sua scelta alla Procura delle Repubblica.

La lettera di Michelangelo Mazza

“Non avendo più le condizioni fondamentali di un collaboratore di giustizia – si legge nella lettera che Mazza ha depositato al Servizio Centrale di Protezione – questa di oggi sarà la mia ultima testimonianza: così è stato deciso attraverso il loro menefreghismo nei confronti miei e della mia famiglia composta da donne e bambini incensurati”.

“Basti pensare – continua la lettera di Mazza – che quando dovrò andare a lavorare con le mie generalità reali, individuabili in qualsiasi momento da chiunque, probabilmente mi ritroverò a lavorare presso abitazioni di persone da me accusate”.

“La cosa più assurda – conclude Michelangelo Mazza – è che solo nell’ultimo mese ho testimoniato in diversi procedimenti”. Non andrà, invece, a confermare le sue accuse nei processi previsti per il 13 e per il 19 maggio, in cui è sia imputato che testimone.

“Le istituzioni – aggiunge poi Mazza – sanno fin troppo bene quello che succede, perché sono state messe a conoscenza con decine di istanze inoltrate dai miei difensori”. Istanze che gli avvocati di Mazza hanno presentato nel corso degli anni sia al Servizio Centrale di Protezione, sia alla Direzione Nazionale Antimafia e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che direttamente al Ministero dell’Interno.

Le testimonianza di Michelangelo Mazza

Raggiunto telefonicamente, Michelangelo Mazza spiega a CiSiamo.info: «Io vorrei poter continuare a collaborare con la giustizia, nel modo coerente e corretto di sempre. Ma purtroppo sono più di 2 anni che chiedo di poter essere ricevuto dal Direttore del Servizio Centrale, per ultimo Paolo Aceto, dalla Commissione Centrale di Protezione, attualmente presieduta dal Sottosegretario Luigi Gaetti, e dalla Direzione Nazionale Antimafia, attualmente guidata dal Procuratore Federico Cafiero De Raho e nessuno mi ha ancora ascoltato».

Le motivazioni della scelta

Michelangelo Mazza spiega di avere necessità di lavorare, in quanto «al momento non ho diritto alla capitalizzazione (il capitale che viene riconosciuto ai collaboratori di giustizia quando finiscono il programma di protezione per poter avviare un’attività) che ho già ricevuto quando ho concluso il primo programma di protezione».

Mazza, infatti, aveva già concluso un primo programma di protezione, ma poi – in seguito alla rivelazione del suo indirizzo di residenza negli atti di un processo – è stato costretto a rientrare sotto protezione. «Rientrare nel programma di protezione non è stata una scelta mia, – spiega – ma una necessità dettata da un errore commesso da chi avrebbe dovuto proteggermi».

«Il mio problema non è, quindi, che voglio la capitalizzazione ,– ci tiene a chiarire Mazza – ma ho bisogno di lavorare, altrimenti quando finirà anche questo secondo programma sarò in mezzo a una strada, senza sapere cosa dare da mangiare alle mie figlie più piccole. Oppure dovrò tornare a fare il criminale, dopo 15 anni di corretta e onesta collaborazione».

Il programma di protezione per la figlia e il nipote

Ma non è solo il futuro a preoccupare Michelangelo Mazza. «La mia prima figlia, 22enne, – racconta – ormai si è fatta la sua famiglia e da poco più di un mese ha avuto un bambino, che ancora non si sa se sarà sotto protezione oppure no».

«Abbiamo avuto difficoltà – aggiunge – a registrare perfino il nascituro all’anagrafe, non sapendo se potevamo farlo nella località protetta oppure no e ancora non avremmo un pediatra se non si fossero dati da fare gli agenti del Nucleo Operativo di Protezione, che cercano di fare il possibile nonostante le molte difficoltà».

«Infine – conclude Mazza – mia figlia percepisce un sussidio di 320 euro al mese, pur essendo di fatto un nucleo familiare distinto».

L’intervento dell’avvocato

Per capire meglio la situazione che ha portato Michelangelo Mazzo a voler interrompere la sua collaborazione con la giustizia abbiamo sentito anche il suo avvocato.

«La situazione di Michelangelo Mazza – spiega l’avvocato – deriva da una preoccupante gestione, che si è resa sempre più concreta negli ultimi anni, dei collaboratori di giustizia, che spesso vengono abbandonati a loro stessi ancor prima di aver finito i processi in cui sono imputati e/o testimoni».

«In particolare, – aggiunge – fino a qualche mese fa chi nasceva all’interno del programma di protezione aveva automaticamente diritti a essere protetto; oggi invece vi deve essere una delibera della Commissione Centrale di Protezione che inquadra il nascituro all’interno del programma. Questo, però, vuol dire che in teoria il neonato non dovrebbe neanche vivere con la propria madre fino a quando la Commissione non decide e non sarebbe chiaramente possibile, né accettabile».

«Il sussidio che riceve la figlia di Mazza – continua – deriva dal fatto che, allorquando accade una scissione all’interno di una famiglia protetta, non viene più ricalcolato il sussidio come fossero due nuclei familiari distinti. Oggi, infatti, viene riconosciuto al nuovo nucleo familiare soltanto quanto spettava al collaboratore di giustizia per quel familiare prima che costituisse nucleo a sé».

«In generale, – conclude l’avvocato – ci vorrebbe una maggiore attenzione nei confronti dei collaboratori di giustizia, anche da parte della Magistratura che spesso usa le loro dichiarazioni per i processi, ma poi non si preoccupa di seguirne il percorso di protezione e reinserimento».

La speranza è che ora, dopo questo gesto eclatante di Michelangelo Mazza, le istituzioni vogliano finalmente intervenire per valutare la sua situazione, così come quella di tutti gli altri collaboratori di giustizia che si ritrovano a vivere una “vita da infami” (Leggi il nostro speciale).

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Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.