Vittima di stupro ritenuta dai giudici “troppo mascolina”: la Cassazione però ribalta tutto

La Cassazione ha ribaltato la Corte di Appello per la vicenda riguardante una donna peruviana in Italia ritenuta dai giudici “troppo mascolina”.

La Cassazione ha inteso riapre il caso di una donna vittima di stupro
La Cassazione ha inteso riapre il caso di una donna vittima di stupro
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I giudici di Appello lo avevano assolto dall’accusa di stupro perché la vittima era “troppo mascolina”, ci ha pensato però la Cassazione a rimettere in gioco tutto, stabilendo che quel delicato e controverso processo è da rifare.

Processo da rifare, le motivazioni

Premessa: la differenza fra una sentenza in punto di diritto e un articolo giornalistico sta tutta nell’obbligo, per la prima, di applicare la legge e comprendere ogni aspetto della vicenda madre e quello, per il secondo, di offrire un sunto della vicenda stessa che, giocoforza, sia emendato da tecnicismi che in sede giudiziaria hanno un loro valore indiscutibile.

Donna ritenuta “troppo mascolina”

Ergo, le motivazioni che avevano portato la Corte di Appello di Ancona ad assolvere un uomo accusato di aver stuprato una donna del Perù condannato in primo grado sono molto più complesse dello storico che in questa sede riportiamo. Precisato questo, però, è agli atti di quella clamorosa assoluzione la considerazione dei giudici per cui l’accusa di stupro a carico dell’imputato di allora per cui la vittima non poteva essere stata vittima di un reato configurabile come stupro perché “troppo mascolina”.

La motivazione lascia senza parole

In buona sostanza, nel merito i giudici avevano detto che la vittima era troppo poco donna per essere concupita al punto da essere violentata e troppo gajarda in senso “virile” da essere anche solo considerata in termini di quella sopraffazione fisica che, dello stupro, è la “polpa” procedurale.

Addirittura, è sempre agli atti nelle motivazioni della clamorosa assoluzione di allora, il fatto che l’uomo aveva indicizzato la sua “presunta” vittima in rubrica telefonica con il nome di “Vikingo”, come a certificare al punto da sentenziare oltre ogni ragionevole dubbio che si trattasse di una mezza virago capace di instillare pensieri lascivi e sopraffatori solo ad un alieno.

Gli aspetti processuali

Sempre per tabulas, la debole personalità femminile e la conseguente impossibilità a concepire uno stupro sarebbero stati confermati “dalla foto” allegata alla sentenza, che cioé aveva fatto fede lombrosiana nelle valutazioni del giudici. Insomma, i giudici avevano spiegato o lasciato desumere in una sentenza in nome del Popolo Italiano che la donna era di aspetto non proprio ottimale per essere violentabile, quindi, in unione con altri elementi più empirici, ci era stata. In primo grado si era arrivati a condanna – cinque anni per l’esecutore e tre per il palo – ma la Corte d’Appello aveva ribaltato la sentenza, con le motivazioni di cui sopra.

La denuncia della donna

La vittima aveva sporto denuncia al’età di 22 anni e, narra lo storico della querela, nel 2015 era uscita con sua madre per una serata in compagnia di due amici, che poi si sarebbero rivelati stupratore e palo. Dopo lo stupro, nel sangue della vittima erano state trovate tracce di benzodiazepine; dal canto suo la donna non ricordava di averne mai assunte e si era arrivati a processo.

La sorpresa era arrivata in secondo grado, dove i giudici avevano anche trovato tempo e modo di accludere alle motivazioni considerazioni personali su quella che era stata definita “la scaltra peruviana” (fonte Giornalettismo), ipotizzando che la seratina hot potesse essere stata organizzata da lei che, troppo mascolina, altro non aveva potuto fare se non apparecchiare una serata brava, per concedersi il lusso di un rapporto sessuale che altrimenti mai sarebbe stato alla sua portata di virago.

La Cassazione riapre la contesa

Agghiacciante. Agghiacciante anche perché, a voler essere precisi, la Cassazione che ha deciso in questi giorni di dover rifare il processo ha agito “da Cassazione”, cioé censurando non il merito della sentenza, ma rilevando esclusivamente dei vizi procedurali che avevano falsato la conduzione dell’Appello.

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Giampiero Casoni
Giampiero Casoni, 50enne nato a Cassino, è da sempre un cronista di giudiziaria. Ha collaborato ed operato in redazione per Ciociara Oggi, La Provincia, di cui ha curato anche l'edizione nazionale e Provincia quotidiano, che ha recentemente accompagnato in esequie editoriali. Ha partecipato alla fondazione e vita di numerosi free press e pubblicato pezzi per agenzie dell'Alto Casertano aventi a tema soprattutto la camorra aversana. Autore di numerose inchieste sulla camorra domitia dei La Torre, si è cimentato anche con la scrittura, pubblicando romanzi sui clan secondiglianesi e sillogi poetiche. Appassionato di storia e umorista a tempo perso, cura con molta approssimazione e svogliatezza il blog Bignè all'aceto, di cui intende, da qui a qualche secolo, riesumare i fasti potenziali assieme alla compagna, la scrittrice Monia Lauroni, moderna eroina martirizzata dal suo perenne borbottare.