Omicidio Pamela Mastropietro, comincia il processo contro Oseghale

Vietato il sit-in davanti al tribunale. Lui ribadisce: "Le ho dato la droga e mi sono sbarazzato del corpo, ma non l'ho uccisa". Si cercano eventuali complici.

Pamela Mastropietro
Pamela Mastropietro

La mamma di Pamela Mastropietro si è trovata per la prima volta faccia a faccia con il nigeriano che ha fatto appezzi sua figlia. “Ci aspettiamo giustizia, la condanna più alta possibile”. Oggi, mercoledì 13 febbraio, si è tenuta a Macerata la prima udienza del processo in cui è accusato Innocent Oseghale.

Davanti al tribunale si erano radunate anche alcune decine di persone con i palloncini tricolore, ma il questore li ha fatti mandare via per ragioni di sicurezza.

ne parliamo in pausa pranzo

La linea di difesa di Oseghale

Il nigeriano insiste nella sua linea di difesa interpretata dall’avvocato Simone Matraxia. Ammette quindi di essersi disfatto del corpo della ragazza. Non ammette però di averla uccisa perché, a suo dire, sarebbe morta per overdose. Nega anche di averla violentata, come al contrario dice l’autopsia compiuta sui resti che erano stati ripuliti con candeggina.

“Non sono stato io. Non l’ho violentata, non l’ho uccisa. Voglio pagare solo per quello che ho fatto, non per ciò che non ho commesso”. Ha dichiarato Oseghale. Il nigeriano, nelle scorse settimane, aveva anche scritto una lettera ai genitori della ragazza.

Oggi la prima udienza

Oggi prima udienza del processo in Corte d’assise a Macerata. Oseghale ha rinunciato al rito abbreviato. Nessuna delle parti ha fin qui fatto richiesta di processo a porte chiuse, visto l’estrema delicatezza dell’argomento e i prevedibili problemi di ordine pubblico.

I genitori di Pamela sono rappresentati dallo zio avvocato Marco Verni. Per Oseghale chiedono la massima pena. Lo ritengono responsabile di aver dato a Pamela la dose di eroina, di averla costretta a un rapporto sessuale, e di averla poi uccisa a coltellate e smembrato il corpo. I familiari sperano però di ottenere dal processo anche chiarimenti su altri due aspetti della vicenda rimasti irrisolti.

Bisogna capire, infatti, se ci sono stati eventuali complici del nigeriano che difficilmente può avere fatto tutto da solo. Poi bisogna capire se ci sono state responsabilità della comunità Pars di Corridonia dove Pamela era ricoverata da alcuni mesi per un doppio disturbo legato alla tossicodipendenza.

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Mattia Pirola
Nato il 18 luglio del 1990, vivo da sempre nella tranquilla Cassina de' Pecchi, alle porte della ben più caotica Milano. Con una laurea in Storia ho soddisfatto la mia voglia di conoscere il passato e con l'attività giornalistica la necessità di analizzare il presente, ben consapevole che questa epoca sarà ricordata per le sue innumerevoli contraddizioni.