Il pentito Bonaventura: «La mafia ha alzato il tiro e sta sfidando lo Stato»

Secondo il collaboratore di giustizia della 'Ndrangheta, le mafie stanno punendo i pentiti per lanciare un messaggio allo Stato.

Bonaventura
Il collaboratore di giustizia Bonaventura.

Il pentito Bonaventura è stato un boss della ‘Ndrangheta, ma prima ancora – come lui stesso dice – un bambino soldato. Non di quelli che siamo, ahimè, abituati a vedere nelle reportage dall’Africa, ma di quelli che ci sono in Italia. Sono i figli degli ‘ndranghetisti, dei camorristi, dei mafiosi. Sono quelli a cui viene messa in mano una pistola vera al posto di quella giocattolo.

Dodici anni fa Bonaventura ha deciso di allontanarsi da quel mondo criminale e, anche se questo ha voluto dire denunciare perfino i suoi familiari, è diventato un collaboratore di giustizia. Un pentito, come vengono chiamati in gergo giornalistico. Un infame, come vengono invece chiamati in gergo criminale. Ma di quest’ultimo appellativo Bonaventura poco se ne interessa.

«Da dodici anni collaboro attivamente: faccio i miei interrogatori e le mie videoconferenze. Sono uscito da dieci mesi mesi dal carcere, dove ho scontato quella che era rimasto della mia pena, come era giusto che fosse».

In questi 12 anni ti sei mai pentito della tua scelta?

«Sapevo che era una scelta giusta sin dall’inizio. Nonostante le numerose delusioni, per come è stata gestita la mia situazione a livello del programma di protezione, non mi sono mai pentito di questa scelta. Sono contento di aver collaborato con la giustizia, soprattutto per i miei figli. Ora sto cercando di indirizzarli verso un cammino adeguato all’interno della società civile. Di questo mi sento assolutamente soddisfatto».

Cos’è che non funziona nella gestione dei collaboratori di giustizia?

«Premesso che questo Governo ha ereditato questo sistema, ci sono molte cose che non vanno bene. Mi auguro che qualcosa cambi.

La verità è che noi collaboratori rinunciamo ai documenti di copertura perché non ci permettono di fare nulla. Alcune volte sono proprio gli operatori a sconsigliarceli per le difficoltà che potremmo incontrare in futuro. Se, infatti, ti sei ambientato in una città, quando poi finisce il programma di protezione e riprendi il tuo cognome, devi necessariamente lasciare quel luogo. Anche noi abbiamo camminato con i documenti di copertura, ma alla fine abbiamo provato sulla nostra pelle che non era possibile.

Quando eravamo in una località segreta è morto mio suocero. Il certificato di morte lo si fa con il nome e il cognome vero. Proprio per questo siamo stati costretti ad andare via. Ci hanno costretti al trasferimento».

Avete più paura dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese?

«Il fatto di Pesaro è stato soltanto l’ennesima situazione di quello che era stato preannunciato negli anni passati, anche con le mie interviste.

Il nome sul citofono e l’assenza dei documenti di copertura sono alcuni degli elementi. È stato analizzato molto l’aspetto tecnico e poco quello umano. La realtà è che abbiamo una moglie e dei bambini che sono rimasti senza papà. Non si sa che fine facciano, saranno sicuramente costretti a lasciare la località dove si erano ambientati. La mia vicinanza va alla moglie e ai figli di Bruzzese, perché alla fine dei conti sarebbe potuto accadere anche a me o a chiunque degli altri protetti.

Quello di Pesaro non è però il primo episodio. Un altro collaboratore di ‘Ndrangheta è stato aggredito in una località protetta. Un collaboratore attivo nel processo “Aemilia” è stato mandato in ospedale e gli è stato intimato di non parlare più. Abbiamo visto il manichino bruciato a Castellammare di Stabia, dove si intimava che i collaboratori avrebbero fatto quella fine. Sappiamo che c’è una escalation di episodi.

Credo che la mafia abbia alzato il tiro e che stia sfidando lo Stato. Vuol punire i pentiti per lanciare un messaggio».

Cosa bisognerebbe fare per supportare meglio i collaboratori di giustizia?

«Innanzitutto i politici devono capire una cosa. La guerra alle mafie, che in realtà è una guerra civile, va avanti da decenni. Si tratta di una forte crisi, di una vera e propria emergenza. Davanti alle crisi dovrebbe esserci una lotta trasversale, indipendentemente dai colori del proprio partito. Almeno sulle emergenze bisognerebbe essere uniti.

Bisognerebbe dare vita a un cambio di generalità quasi immediato. Di solito un collaboratore di giustizia ha sei mesi, 180 giorni di tempo, per dichiarare tutto. Dopo questi sei mesi si definisce se un collaboratore resta in un programma provvisorio o passa in uno definitivo. Fatto tutto questo non credo sia impossibile dare un documento che gli valga per tutta la vita.

Serve una preparazione adeguata per gli operatori che gestiscono i collaboratori di giustizia. C’è bisogno che personale qualificato ci stia vicino. La solitudine uccide anche più della lupara.

Bisognerebbe creare le basi per un inserimento socio-lavorativo. Se, infatti, tu arrivi dalla Calabria e ti trasferisci in una qualsiasi altra città, ma non fai niente, la gente si fa subito dei calcoli: o sei un pentito o sei un mafioso. Un inserimento socio-lavorativo sarebbe un elemento importante anche per inculcare nel collaboratore la cultura del lavoro, visto che tanti di noi abbiamo fatto sempre e solo i malavitosi nella vita.

Bisognerebbe creare degli accordi bilaterali con gli altri Stati esteri, affinché possano ospitarci. Darci la possibilità di presentare un “Progetto vita” per l’estero ci permetterebbe di avere maggiore protezione. Anche perché, come dice il Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, un protetto va salvaguardato sempre, anche quando è capitalizzato.

Puntare sui collaboratori di giustizia è il più grande investimento che lo Stato possa fare per combattere le mafie. Per questo la Commissione Antimafia, capeggiata dal dottor Morra, dovrebbe conferire con alcuni collaboratori di giustizia o meglio ancora anche con i familiari».

Se finora non c’è stata la volontà di risolvere i problemi dei collaboratori di giustizia, può derivare dalla connivenza fra una parte della politica e le organizzazioni criminali?

«Oggi come oggi vediamo sempre più notizie di questa infiltrazione tra mafia e politica. È chiaro che siamo in un luogo dove dilaga la corruzione. L’infame è un pericolo per i collusi. Il resto non è possibile saperlo».

Il comitato Sostenitori dei collaboratori di giustizia

Tutto questo persone di svariati settori lo raccontano quasi quotidianamente su una pagina Facebook che ha lo scopo di far sentire i collaboratori di giustizia meno soli. Una pagina dove chiunque può esprimere il proprio supporto e incoraggiamento a chi ha avuto il coraggio di cambiare vita, per questo vi invitiamo a seguirla come vostro contributo alla lotta alle mafie: questo il link.

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Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.