Da 2 anni aspettano il programma di protezione (e intanto rischiano la vita)

Manolo e Celeste Misso sono fratello e sorella di 2 collaboratori di giustizia e, da quasi due anni, attendono il programma di protezione definitivo.

Manolo Misso
La protesta di Manolo e Celeste Misso.

Manolo e Celeste Misso, nonostante il cognome che portano, non sono camorristi. La famiglia da cui provengono è stata una delle più importanti nel panorama criminale del centro storico di Napoli. Ma loro non hanno pene da scontare per associazione mafiosa.

Non ne ha Manolo, che è entrato per la prima volta nel programma di protezione a soli 15 anni, quando il primo dei suoi fratelli ha deciso di collaborare con la giustizia. E che era ancora bambino quando i suoi familiari gestivano una potente organizzazione nel centro storico di Napoli. A maggior ragione non ne hanno i tre figli di Celeste Misso, entrati nel  programma di protezione rispettivamente a 10 anni, 8 anni e 1 anno.

Proprio come Marcello Bruzzese, che è stato ucciso la notte di Natale a Pesaro, sia Celeste che Manolo, infatti, erano inseriti nel programma di protezione dei loro fratelli Emiliano Zapata e Giuseppe Misso, entrambi collaboratori di giustizia a cui il programma di protezione è concluso o è stato revocato per motivi che, per quanto gravi, non riguardano né Celeste, né Manolo.

Il rientro a Napoli

Anche loro, però, nel 2015 restano senza programma di protezione e, non sapendo dove andare, decidono di tornare a Napoli, al Rione Sanità. «Siamo tornati nel quartiere dove comandavano i nostri fratelli, prima di collaborare con la giustizia», ci raccontano al telefono.

Ma la vita in quel quartiere non è facile per i familiari di due “infami”, così come vengono giudicati i collaboratori di giustizia dagli altri criminali e dai familiari delle persone coinvolte nelle loro dichiarazioni. «Non potevamo neanche uscire di casa e dovevamo stare attenti a chi aprire la porta».

Il servizio delle Iene (scomparso)

La vicenda è talmente paradossale che finisce sui giornali e Luigi Pelazza de Le Iene decide di dedicarvi un servizio dal titolo “Chiusi in casa per non morire”.

Misso alle Iene
Il post su Facebook con il servizio sui fratelli Misso, successivamente rimosso.

«In quel servizio – racconta Manolo – abbiamo anche mostrato un documento in cui perfino la Procura di Napoli metteva nero su bianco che non si potevano escludere ritorsioni contro di noi».

Un servizio giornalistico che, però, dopo qualche giorno dalla messa in onda, viene rimosso dal sito di Mediaset.

«Probabilmente – ipotizza Manolo – qualcuno ci faceva troppo una brutta figura».

Grazie all’attenzione mediatica e a una disperata protesta di Monolo e Calaeste Misso, però, qualcosa è successo.

La disperata protesta

«Il 6 marzo del 2017 ci siamo cosparsi di benzina – raccontano – e, armati di accendino, abbiamo promesso di darci fuoco davanti alla Curia Arcivescovile», a pochi passi da dove sorgeva la loro abitazione.

«Infatti – spiegano – se dovevamo morire per mano della camorra, tanto vale che ci uccidessimo noi, dimostrando che lo Stato ci aveva abbandonato».

«Solo così – sostengono -, e grazie all’intervento di Don Tonino Palmese e del dottor Filippo Beatrice, allora Procuratore Aggiungo della DDA di Napoli e successivamente deceduto, ma che tuttora ringraziamo per averci aiutato, siamo riusciti a ottenere qualcosa».

La misura d’urgenza

Cosa? «Nell’aprile del 2017, ben più di un anno e mezzo fa e dopo circa due anni rinchiusi in casa al Rione Sanità, siamo stati ammessi a un programma di protezione d’urgenza  (articolo 17) e trasferiti in un’altra località».

Manolo e Celeste Misso, con i tre figli di quest’ultima, si sono però ritrovati senza documenti di copertura e impossibilitati a utilizzare quelli con le loro reali generalità, altrimenti la mimetizzazione sarebbe subito venuta a mancare.

«Da quasi due anni – raccontano – non possiamo neanche avere un medico di base, in quanto questo programma d’urgenza, che in teoria dovrebbe durare soltanto pochi mesi, non prevede documenti di copertura e una residenza stabile».

«Tanto è vero che – aggiunge Manolo – il 3 agosto del 2018 mia sorella Celeste si è sentita male e, non sapendo a chi rivolgerci, siamo entrati in una farmacia. Lì abbiamo scoperto che aveva la pressione molto alta e il farmacista ci ha consigliato di chiamare un’ambulanza. Abbiamo, quindi, dovuto fornire i nostri documenti e, per questo, siamo poi stati trasferiti da quella località».

I trasferimenti

Un trasferimento dovuto al fatto che, essendo saltata la copertura, quella località non era più sicura. Così vengono trasferiti in un piccolo centro (12.000 abitanti), dove una famiglia di napoletani che non lavorano dà nell’occhio perché difficilmente si riesce a giustificare il loro trasferimento in quel posto.

«Lo scorso ottobre – racconta Celeste Misso – in un centro commerciale ho incontrato una coppia di napoletani che mi conosceva e mi riconosceva. L’ho segnalato ai Carabinieri, così come mi è stato detto di fare. Per diversi mesi, però, non mi è stato più detto nulla».

«Pensavo – continua – che fosse stata ritenuta una cosa poco pericolosa. Invece, dopo 3 mesi e soprattutto dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese a Pesaro, ci è stato imposto un altro trasferimento. Peraltro, per una città ancora più piccola di quella in cui vivevamo prima».

«Ora abitiamo – aggiunge Manolo – in un paese di circa 5.000 abitanti. Non pensa che qui diamo ancora più nell’occhio? Come faccio a trovare un lavoro qui?».

L’appello

«Quello che chiediamo – concludono i due fratelli Misso – è un po’ di stabilità: chiediamo che la Commissione Centrale di Protezione, a cui abbiamo inutilmente chiesto di essere ricevuti, dopo due anni ci dia un programma di protezione definitivo e decida una volta per tutte su di noi. Non possiamo restare ancora in questa situazione di precarietà e instabilità, dove perfino ammalarsi ci è vietato».

Quello di Manolo e Celeste Misso è l’ennesimo appello riportato da CiSiamo.info di persone sottoposte a programma di protezione alla Commissione Centrale attualmente presieduta dal Sottosegretario all’Interno Luigi Gaetti. Forse, a maggior ragione dopo quanto si è scoperto sull’omicidio di Bruzzese a Pesaro, è davvero arrivato il momento che la Commissione prenda in mano questa situazione, convochi collaboratori e testimoni di giustizia e risolva, una volta per tutte, i loro problemi.

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.