Pietro Di Costa: «Ecco la fine che ho fatto per aver denunciato la mafia»

Pietro Di Costa era un imprenditore e ha denunciato la 'Ndrangheta. Ora, da testimone di giustizia, vive esclusivamente grazie al lavoro della moglie.

Pietro Di Costa
Il testimone di giustizia Pietro Di Costa.

Pietro Di Costa era un imprenditore calabrese, di Tropea per la precisione, e i suoi problemi sono iniziati quando, nel 2009, ha deciso di aprire anche un istituto di vigilanza, “Sycurpol”. «Perfino in Questura e in Prefettura a Vibo Valentia – ci racconta – mi prendevano in giro, sapendo che avrei aperto un istituto di vigilanza in Calabria».

Tanto è vero che, a ottobre del 2010, decise di riconsegnare spontaneamente la licenza, non riuscendo più a sopportare le continue minacce, sia da parte della criminalità organizzata che da parte di esponenti corrotti delle istituzioni.

«Me ne hanno fatte di tutti i colori, pur di farmi chiudere. – spiega a CiSiamo.info – Il loro obiettivo era quello di favorire altri istituti di vigilanza. Tanto è vero che un poliziotto è stato anche arrestato, in seguito alle mie denunce e alle successive indagini della Direzione Distrettuale Antimafia».

Nel frattempo, infatti, Pietro Di Costa ha denunciato tutto ciò di cui era vittima, ma qualcosa non ha funzionato in quelle denunce. «Avevo l’impressione che, non appena uscissi dagli uffici della Questura, già tutti ne fossero a conoscenza».

Così, nell’autunno del 2010, Pietro Di Costa decide di fare a modo suo: «Ho chiamato il dottor Rodolfo Ruperti, che in passato aveva lavorato alla Squadra Mobile di Vibo Valentia e intanto era stato trasferito a quella di Catanzaro, e a lui ho iniziato a raccontare tutto».

In base a queste denunce Pietro Di Costa venne trasferito, d’urgenza, in una località segreta per iniziare il suo percorso da testimone di giustizia.

«Per vari mesi io e la mia famiglia abbiamo vissuto fra un albergo e l’altro, anche perché in uno di questi siamo stati cacciati dal proprietario visto che la Prefettura non stava pagando quanto pattuito».

Per diversi mesi quindi, Pietro Di Costa senza percepire alcun sussidio, venne sballottolato da un albergo all’altro. «Non sapevo nemmeno – racconta – come comprare i pannollini a mia figlia».

«Quando mi è arrivato il primo “stipendio”, ho scoperto che mi volevano dare lo status di collaboratore di giustizia e non di testimone, perché a loro sarebbe costato meno. Così ho rifatto i bagagli e sono tornato a Tropea».

Lì, grazie anche all’intervento dell’allora Procuratore Aggiunto di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, e della dottoressa Marisa Manzini, Di Costa entrò nuovamente nel programma di protezione con la garanzia, questa volta, che gli sarebbe stato riconosciuto lo status di testimone di giustizia. Status che però  anche questa volta non arrivò secondo i tempi concordati costringendo Di Costa a girovagare per l’Italia (Trento, Padova, …) in attesa di una destinazione definitiva. Solo nel 2014 arrivò finalmente il programma di protezione come testimone di giustizia.

«Sono stato ritenuto testimone attendibile a tutti i processi», ci tiene a chiarire.

Nonostante questo, però, per Di Costa fu poi chiesto l’allontanamento dal programma di protezione perché ritenuto “ingestibile”. E lì, per il testimone di giustizia, iniziò un’altra battaglia: «La mia famiglia ha deciso di andarsene, ma io ho preferito restare nella località protetta in cui vivevo e continuare a rivendicare i miei diritti, previsti dalla legge ma che non vengono applicati».

Fino a quando, il 24 gennaio del 2018, Pietro Di Costa viene sfrattato dalla casa che il Ministero gli ha assegnato prima di revocargli il programma di protezione.

«Approfittando della mia assenza, infatti, si erano introdotti nella casa, probabilmente con una chiave che avevano sempre conservato, e avevano portato i miei effetti personali presso il magazzino di una ditta di traslochi».

«Mi dissero di averlo fatto su disposizione del Prefetto. Ma può un Prefetto sfrattare una persona da una casa? Non ci vuole la sentenza di un giudice a stabilire se io abbia diritto o meno di restare in quell’appartamento?», si domanda ora Pietro Di Costa.

Sarà il tempo e la giustizia a rispondere a queste domande di Pietro Di Costa, ma intanto lui vive grazie al lavoro della moglie. «E – conclude – se non lavorasse lei, non saprei come fare. È questa la fine che deve fare chi denuncia?»

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.