Ragazze madri in Italia: così le donne ce la fanno, nonostante tutto

Su CiSiamo.info abbiamo deciso di raccontare le storie di alcune ragazze madri: giovani donne sole, in guerra contro i pregiudizi.

“Avere sempre una preferenza per il NO. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti perché tutto viene usato contro di te”. Così inizia la Filosofia del No, uno dei più celebri aforismi di Ennio Flaiano. E come dargli torto? Ora, nell’epoca dei social network, chiunque abbia il coraggio di scrivere o di parlare di un qualsiasi problema, di esprimere una qualsiasi idea, potrebbe finire, suo malgrado, sottoposto a una gogna mediatica che rischia di travalicare il semplice scambio di battute e piombare addirittura in una serie di insulti e minacce.

In questo senso, poi, esistono argomenti particolarmente a rischio, terreni scivolosi in cui è impossibile camminare senza la paura di inciampare e di non rialzarsi mai più. È il caso per esempio dell’aborto, dove spingersi in alvei inesplorati, lasciandosi alle spalle dogmi religiosi o mode intellettuali, può farti affondare in acque ribollenti d’odio e preconcetti.

Pochi hanno voglia di riportare le storie di quelle ragazze che, in quest’epoca, hanno scelto di portare a termine in giovanissima età la propria gravidanza. Ragazze, donne, madri, lasciate sole, abbandonate dalle Istituzioni, in guerra contro i pregiudizi, in guerra per ottenere un posto di lavoro, in guerra contro tutto il mondo.

Noi di CiSiamo.info, tuttavia, abbiamo deciso di rischiare e raccontare le loro storie.

Arianna

Arianna, ragazza madre
Arianna, ha avuto un figlio a 22 e uno a 24 anni.

La prima questione da porsi è se sia o meno possibile, per una donna, soprattutto giovane, riuscire a crescere un bambino in questa epoca storica“È davvero pesante, arrivi a fine giornata distrutta, senza più tempo per te stessa. Ma le soddisfazioni che danno queste bimbe sono davvero grandi”. Così ha iniziato Arianna, madre la prima volta a ventidue anni e la seconda volta a ventiquattro, parlando delle sue figlie, Mia ed Emma.

“Avere un lavoro e badare a due bambine piccole richiede molto tempo. Anche semplici azioni come cucinare diventano complicate, in quanto le piccole richiedo un’attenzione costante. Non posso contare sull’aiuto di nessuno, perché faccio parte di una generazione dimenticata. In ogni caso, non tornerei mai indietro”.

“Per tutte queste ragioni, sono costretta a fare un secondo lavoro. L’unica scelta possibile per me è stata quella di aprire un’attività a casa per contemporaneamente badare alle bambine. Da qualche anno creo prodotti artigianali in stoffa, astucci, pochette e tanto altro, ordinabili dalla mia pagina Facebook, il Segreto di Mia. Non potevo che ispirarmi infatti alla mia prima figlia per il nome di questa attività”.

Le donne sono lasciate sole

E qui sta un punto fondamentale, il nodo gordiano della questione, che le parole di Arianna hanno sfiorato. Le donne sono lasciate sole.

La politica, qualche tempo fa, allarmata per la notizia dei cali delle nascite, aveva lanciato una campagna per la natalità. In quell’occasione (e non solo!) si spesero soldi inutilmente, soldi andati a finanziare immagini di dubbio gusto, immagini in cui si vedevano donne con in mano una clessidra e la scritta “la fertilità ha una scadenza”. Ecco come era affrontato il problema, come una campagna per mettere in guardia i consumatori dallo yogurt scaduto. Nemmeno un centesimo, invece, per le ragazze che da sole hanno scelto di crescere un figlio. Come nemmeno un centesimo è andato alle famiglie in difficoltà. La politica, le istituzioni, la società le hanno abbandonate.

Certo, sempre ogni tanto, qualcuno, sempre allarmato dai dati dei cali delle nascite, promuove iniziative per dare qualche centinaio di euro alle coppie che mettono al mondo un figlio. Questo ovviamente non basta, non può essere nemmeno definita una goccia nel mare. È semplicemente inutile.

Quei soldi andrebbero e dovrebbero essere destinati alle istituzioni scolastiche, agli asili. E, perché no, alla sanità. Un sistema scolastico efficiente e sano, unitamente a un sistema ospedaliero funzionate, già farebbe la differenza per le madri, soprattutto quelle giovani, che magari non hanno tutta l’esperienza necessaria per affrontare da sole (perché sono da sole) le difficoltà che incontreranno i loro figli.

Alice

Alice, ragazza madre
Alice, ha avuto un figlio a 22 anni.

Arriviamo adesso a un secondo problema, quello di mettere al mondo un bambino in una società ingiusta. Una società priva delle più banali certezze. Ce lo racconta Alice Tomasi, giovane madre del piccolo Stefano.

“Ho sempre detto che non avrei voluto figli perché nella vita succedono troppe cose brutte che non avrei far voluto vivere e vedere a mio figlio. Ci vuole coraggio a mettere al mondo un bambino e io non sono una persona particolarmente coraggiosa. Adesso ho un figlio e se prima pensavo di non volergli fare vivere le cose brutte di questa vita ora mi distrugge solo il pensiero che prima o poi sarà costretto ad affrontarle”.

“Io non so come gli spiegherò che non siamo e che non saremo mai al sicuro da nulla, che anche mentre tu fai la tua solita vita o le cose che ami di più possono succedere cose atroci a te o alle persone che ami e che le cose che vedi al telegiornale sembrano così lontane e invece sono così vicine”.

“Per fortuna non ha ancora bisogno di spiegazioni, vive ogni cosa e ogni giorno come una novità, vive le piccole cose della vita come se fossero le più belle e vorrei vederlo così per sempre, ma prima o poi capirà, capirà che su una di quelle auto cadute durante il crollo del ponte Morandi di Genova, per esempio, ci potevamo essere noi, noi mentre andiamo al mare che lui ama tanto, capirà che su quella auto con ombrellone e secchiello ci poteva essere lui, io e suo padre. E sarà terrorizzato come lo sono io”.

Artemide

Artemide ha deciso di restare anonima.

La definizione di “ragazze madri” porta con sé una serie di preconcetti ingiusti e vetusti. Spesso, queste ragazze vengono descritte come ingenue e immature. Ma non lo sono per niente, ed è per questo che ho deciso di non usare quella definizione. Ecco, se non mi credete, la storia di Artemide (nome di fantasia). Residente a Milano, ma originaria della Basilicata, ha scelto di rimanere anonima.

“Avevo 16 anni quando sono rimasta incinta di mio figlio. Quando l’ho detto ai miei genitori mi hanno insultata. Soprattutto mia madre, che ha minacciato di cacciarmi di casa. Ora, guardandomi indietro, credo di essere rimasta incinta perché inconsciamente volevo una famiglia mia. Una famiglia migliore rispetto a quella che avevo. Forse volevo dimostrare a me stessa di poter essere una madre migliore di quanto fosse stata la mia!”

Ecco l’ultimo punto della questione. Il più rischioso da affrontare. Quello più facile su cui inciampare. Le giovani madri che scelgono di portare a termine la propria gravidanza finiscono per essere vittima di una sorta di discriminazione culturale. In molti condannano moralmente le fanciulle che rimangono incinte in giovane età. Eppure i loro fidanzatini non ricevano lo stesso trattamento, anzi vengono quasi celebrati.

Le donne ce la fanno, nonostante tutto!

Ascoltando le storie di Arianna, di Alice, di Artemide, ammirandone il loro coraggio e la loro forza sono giunto a una conclusione, quella che poi ha ispirato l’intero articolo. Le donne sono in grado di farcela, anche da sole, anche contro tutto il mondo contro. Non solo, guardando i loro figli, la felicità e la gioia nei loro sguardi, ho capito che siccome nessuno, in tutto il mondo, in tutte le epoche storiche – malgrado i fallimenti, le sofferenze, le fatiche – ha mai espresso, e non esprimerà mai, il desiderio di non essere mai nato, si può dedurre che chiunque, potendo scegliere, sceglierebbe di nascere.

Ma, in caso abbia offeso qualcuno, ricordatevi che io sono un uomo, quindi cosa volete che ne possa sapere? Se, invece, volete raccontarmi la vostra storia scrivetemi a mpirola@cisiamo.info.

 

Mattia Pirola
Nato il 18 luglio del 1990, vivo da sempre nella tranquilla Cassina de' Pecchi, alle porte della ben più caotica Milano. Con una laurea in Storia ho soddisfatto la mia voglia di conoscere il passato e con l'attività giornalistica la necessità di analizzare il presente, ben consapevole che questa epoca sarà ricordata per le sue innumerevoli contraddizioni.