Collaboratore di giustizia costretto a lavorare con le sue generalità (individuabili tramite un’app)

Michelangelo Mazza ha più volte chiesto aiuto al Servizio Centrale di Protezione per trovare un lavoro che fosse sicuro. Ora fa il fattorino e il suo nome (vero, non di copertura) è rintracciabile perfino tramite un'app.

Michelangelo Mazza
Il collaboratore di giustizia Michelangelo Mazza

Ho già intervistato Michelangelo Mazza, collaboratore di giustizia fuoriuscito dalla camorra del centro storico di Napoli. Avevo riportato il suo appello affinché il programma di protezione, in cui è inserito, gli desse il necessario supporto per trovare un lavoro, che fosse sufficientemente sicuro.

«Io sono grato allo Stato per come mi ha protetto e assistito. Il problema è che io non posso basare la mia vita e quella della mia famiglia sull’assistenza, perché prima o poi il programma di protezione giustamente finirà e a quel punto che fine farò, se in questi anni non ho la possibilità di inserirmi in un contesto sociale e lavorativo?», mi aveva chiesto nel maggio del 2018.

«La mia preoccupazione – aveva continuato Mazza – non riguarda l’oggi, quando potrei tranquillamente godermi il contributo dello Stato senza preoccuparmi di lavorare, ma io sono un padre di famiglia e due delle mie tre bambine sono ancora piccole, pertanto ho il dovere, soprattutto nei loro confronti, di preoccuparmi che anche un domani potrò garantire loro tutto quello che gli serve».

Nulla si è mosso dopo quell’appello. Nulla, tranne lui. Michelangelo Mazza ha infatti deciso che non poteva più aspettare, si è rimboccato le maniche e ha trovato lavoro. Da sei mesi fa il fattorino. Consegna i pacchi a casa delle persone, grazie all’incremento che questo tipo di lavoro ha avuto da quando si sono diffusi gli acquisti online.

«Mi trovo molto bene sia con i colleghi, che con i datori di lavoro e riesco anche a guadagnare abbastanza per poter aiutare mia figlia che aspetta un figlio e percepisce soltanto 300 euro di sussidio al mese, essendo inserita nel mio programma di protezione».

Tuttavia Michelangelo Mazza, che fra detenzione e collaborazione con la giustizia è estraneo dalle attuali tecnologie nel mondo del lavoro, non solo il lavoro se l’è trovato da solo, ma non è neanche stato accompagnato da nessuno (né dagli enti preposti, né dalle associazioni che dicono di occuparsi di questo) in un percorso di reinserimento lavorativo.

«Dopo aver trovato questo lavoro di fattorino, ho chiesto l’autorizzazione al Tribunale di Sorveglianza e al Servizio Centrale di Protezione di poterlo effettivamente svolgere, in modo tale da chiedere anche un loro parere sulla sicurezza. Il Servizio Centrale mi ha autorizzato a farlo con le mie generalità».

Subito dopo, però, Mazza si è accorto che quel lavoro, in realtà, non faceva per lui. E non perché fosse troppo pesante o poco retribuito, ma perché lo espone eccessivamente e quindi ne permette una facile individuazione.

«Oltre al fatto che devo andare in giro per tutta la città per consegnare i pacchi, e questo mi fa incontrare moltissime persone diverse, il mio nome è registrato su un’applicazione da cui i clienti possono controllare il momento preciso della consegna del loro pacco».

Michelangelo Mazza si sente quindi esposto a troppi rischi, anche perché soltanto nei primi due mesi del 2019 dovrà partecipare di persona a ben cinque processi in Corte di Assise.

Potrebbe, infatti, essere facilmente individuato da chi non dovrebbe potersi mettere sulle sue tracce. E, per questo, ha chiesto più volte – direttamente e tramite i suoi avvocati – di poter parlare con i vertici del Servizio Centrale di Protezione e di essere ricevuto dalla Commissione Centrale di Protezione.

«Voglio semplicemente poter spiegare loro, che hanno il potere di decidere sulla mia vita, la mia situazione: a me interessa semplicemente che mi mettano in condizioni di poter lavorare in sicurezza e che mi venga consentito di rifarmi una vita, con la mia famiglia».

Infatti deve essere necessariamente la Commissione Centrale di Protezione a trovare una soluzione lavorativa per Michelangelo Mazza, così come per tutti gli altri collaboratori di giustizia, in quanto ha ancora processi in corso e quindi non sarebbe possibile riconoscergli il cambio definitivo delle generalità.

Con i documenti di copertura, utili a creare esclusivamente un’identità fittizia temporanea, non potrebbe invece trovare autonomamente un lavoro, in quanto quell’identità non risulta in nessun terminale. Per questo Mazza è costretto a lavorare con il suo nome e cognome.

La soluzione, di certo, non sarà quella di revocargli i permessi per continuare a svolgere questo lavoro, senza poi offrirgli la possibilità di trovarne un altro più sicuro e avviare, quindi, il percorso di reinserimento socio-lavorativo che Mazza chiede oramai da anni.

«Per questo – conclude Michelangelo Mazza – vorrei poter essere ricevuto in Commissione Centrale di Protezione, con i miei avvocati, e poter trovare con loro una soluzione affinché io possa farcela con le mie gambe, senza dover sempre dipendere economicamente dallo Stato».

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.