Gennaro Ciliberto denunciò infrastrutture pericolanti, ora rischia di essere ucciso in una scuola

Gennaro Ciliberto ha evitato che avvenissero tragedie come quella del ponte Morandi di Genova, denunciando le infiltrazioni della camorra negli appalti pubblici. Ora rischia di essere ammazzato nella scuola in cui lavora, perché lo Stato è incapace di proteggerlo.

Ponte Morandi Gennaro Ciliberto

Non sono trascorsi neanche 6 mesi dal crollo del Ponte Morandi a Genova e tutti ricordano ancora le polemiche e i dubbi che sono nati, in seguito a quella tragedia, sulla condizione delle infrastrutture italiane e sulla loro corretta costruzione e manutenzione da parte delle società che ne hanno l’appalto. Gennaro Ciliberto, già dirigente di una di queste aziende, è l’unica persona che fino a oggi in Italia ha denunciato infrastrutture pericolose e pericolanti.

A causa di queste sue denunce è entrato nel mirino della criminalità organizzata che, come hanno dimostrato le inchieste della Magistratura nate dalle sue rivelazioni, è spesso infiltrata in quegli appalti.

Così è diventato un testimone di giustizia, ovvero un cittadino che pur non avendo nulla a che fare con le mafie denuncia un reato di cui è a conoscenza (ben diverso dai collaboratori di giustizia, che invece sono ex appartenenti alle organizzazioni mafiose) e, da quel momento, è cominciato quello che lui definisce “il suo inferno”.

Un inferno che lo porterà lunedì 7 gennaio a riprendere a lavorare nella scuola dove ha vinto un concorso come segretario amministrativo, benché – a causa di un grave errore da parte di chi dovrebbe proteggerlo – oramai sia stata rivelata la sua vera identità. Un inferno che ha deciso di raccontarci in una lunga intervista.

Sento Gennaro Ciliberto qualche giorno dopo l’omicidio di Marcello Bruzzese, anch’egli sottoposto a programma di protezione, a Pesaro e, quindi, la prima domanda che mi viene da fargli è la più banale:

Come sta?

«Come un uomo non dovrebbe stare. Il problema è che non vi è all’orizzonte un miglioramento o, almeno, una speranza di cambiamento. Anzi, scendiamo sempre più nel baratro, perché non vi è alcuna volontà di risolvere nulla».

Andiamo con ordine. Qual è la sua storia?

«Ero dirigente di un’azienda che aveva l’appalto su tutta la rete autostradale. Nel 2010 stavo lavorando a Cinisello Balsamo, in qualità di responsabile della sicurezza sul lavoro nel cantiere per la costruzione di una passerella ciclopedonale sulla SS36 e mi resi conto che, per come veniva costruito quel ponte, non sarebbe rimasto in piedi per molto tempo (il ponte poi non è caduto perché l’autorità giudiziaria, dopo le mie dettagliate denunce, ha ripristinato l’intera struttura).

Fu la consapevolezza che potesse avvenire una sciagura che mi portò a voler avvertire i miei superiori. Pensavo che loro avessero una moralità, invece non feci in tempo a uscire dagli uffici di via De Missaglia a Milano che mi telefonarono alcune persone da Castellamare di Stabia, in provincia di Napoli, per minacciarmi e dirmi che stavano venendo a Milano per incontrarmi. Andai subito a denunciare il tutto alla Direzione Investigativa Antimafia di Milano, dove vivevo.

D’accordo con la DIA e con addosso un microfono, incontro a Malpensa le persone che mi avevano telefonato i quali mi propongono un importante incarico in un cantieri sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria e 200.000 euro in regalo oltre che un futuro incarico sulla futura costruzione del Ponte sullo stretto di Messina. In cambio, io sarei dovuto tornare dai miei capi in presenza di un loro avvocato, giunto appositamente da Napoli, e ritrattare tutto quanto avevo dichiarato.

Il figlio di quello che mi promise questi vantaggi, se avessi ritrattato, era un esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro. Infatti mi disse anche che loro sapevano benissimo quale scuola frequentava mia figlia e che sarebbero “andati loro a prenderla”.

Ovviamente feci soltanto finta di voler ritrattare, ma, in realtà, iniziai a scaricare una moltitudine di documenti che potevano essere utili alle indagini e quindi li consegnai alla DIA».

Così è diventato un testimone di giustizia?

«In realtà ho iniziato a denunciare nel 2010, ma sono entrato nel programma di protezione per i testimoni di giustizia soltanto nel 2014. Nel frattempo ho girato decine di Procure, ho bloccato appalti per vari milioni di euro, ma soprattutto ho segnalato moltissime opere pubbliche pericolose per come erano state costruite. Ho preannunciato crolli sulla rete autostradale, alcuni dei quali purtroppo sono poi successi veramente, mentre altri sono stati evitati grazie all’intervento dell’autorità giudiziaria che ne ha imposto il ripristino.

Ad esempio, grazie alle mie dichiarazioni, è stato sequestrato e poi ripristinato uno dei cavalcavia più importanti sull’autostrada A1 (cavalcavia di Ferentino), che se fosse crollato avrebbe causato molti morti.

Così ho subito cominciato ad avere pressioni sia dalla criminalità organizzata, che dall’imprenditoria corrotta: deve tener presente che ho coinvolto nelle mie dichiarazioni personaggi che sedevano nel consiglio di amministrazione di aziende come Marcegaglia, Atlantia e perfino del Consorzio che doveva partecipare alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina.

Per questo mi è stata fatta terra bruciata intorno e non ho più trovato lavoro in quel settore. Ma pensavo che lì finisse il mio inferno, invece ne è iniziato un altro. Quello sotto il programma di protezione».

Perché lo definisce un inferno?

«Innanzitutto da quando sono entrato nel programma di protezione mi hanno fatto cambiare 9 località protette, vivendo in appartamenti fatiscenti e spesso in località ad alto rischio. In una di queste fui portato nella stessa strada della sede sociale della società PTAM, acronimo di Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario (alcuni dei quali pregiudicati), nonostante avessi ben specificato nell’intervista tecnica che li sorgeva la loro sede legale e solo grazie all’intervento tempestivo del Sostituto Procuratore della DDA di Napoli, Dottor Siracusa, dopo essere rimasto chiuso per 48 ore nella stanza di un albergo, io e la mia famiglia siamo stati spostati in un’altra struttura alberghiera della stessa regione.

Quando  sono entrato nel programma di protezione, ho letto la legge, ho cercato di capire come funzionasse e dopo pochi mesi mi sono accorto che qualcosa non andava: nei rimborsi economici, negli alloggi, nei contributi. E, così, insieme ad altri testimoni, ho denunciato quello che non funzionava, tanto che si è scoperto che anche all’interno del Servizio Centrale di protezione (l’ufficio interforze che si occupa della gestione dei collaboratori e dei testimoni di giusitizia, Ndr) c’era qualcuno che si fregava i soldi: ci fu un ammanco di 690mila euro da parte di tre funzionari, che poi sono stati condannati. Infatti è un ufficio che gestisce 85 milioni di euro e, con la scusa delle segretezza, non deve giustificare in modo preciso come vengono spesi.

È per questo che è diventato così facile individuare una persone sottoposta al programma di protezione, basta avere una buona amicizia all’agenzia delle entrate, presso un gestore telefonico o una centrale interbancaria. E tu pensi che la criminalità organizzata non ne abbia?

Basta pensare che il personale del NOP (l’ufficio territoriale che dipende dal Servizio Centrale di Protezione, NdR) quando si reca in un comune per registrate all’anagrafe un testimone o un collaboratore di giustizia deve dichiarare tutte le operazioni che intende fare e quindi esce subito allo scoperto. La legge, invece, prevede che all’interno del SCP ci sia l’accesso diretto all’anagrafe, senza dover passare per l’impiegato comunale. Perché non è mai stata attuato?

Lo stesso vale per l’anagrafe scolastica: è sufficiente avere il codice fiscale di un bambino per risalire a quale scuola frequenta e quindi intercettare i genitori.

Per questo ho acquistato, a mie spese, un giubbotto antiproiettile. Anche perché io già ho subito un agguato, seppur mascherato da rapina, da cui fortunatamente mi sono salvato anche se riportando danni permanenti. Difatti ho bisogno dell’insulina quotidianamente, in quanto sono collegato a un “pancreas artificiale” e anche per poterla acquistare senza lasciare traccia ogni volta è un problema, in quanto devo percorrere 200 km, attraversare due regioni, per poter andare in una farmacia che sia sufficientemente lontana dal polo protetto ed evitare di essere rintracciato. Lei lo sa che ogni volta che acquista un farmaco e rilascia il codice fiscale, questo viene automaticamente salvato in un cassetto digitale presso l’agenzia delle entrate? Se, quindi, io non cambiassi sempre provincia e regione, sarebbe facile sapere dove sono.

Per tutto questo e per molto altro ancora, dico che il programma di protezione non esiste: è soltanto un programma di alimentazione durante il quale danno una casa e uno stipendio a chi non riesce più ad avere un lavoro».

Lei, però, attualmente un lavoro ce l’ha…

«Sì, ma perché me lo sono trovato io e ora il Servizio Centrale di Protezione me lo sta facendo perdere.

Tre anni fa, infatti, sono diventato assistente amministrativo in una scuola, ma – avendo vinto un concorso pubblico – i risultati sono stati resi pubblici online e quindi chiunque poteva sapere in quale istituto avrei prestato servizio. Fortunatamente, grazie all’intervento dell’ex Sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Davide Faraona, ho avuto l’assegnazione provvisoria in un’altra sede, in cui ho potuto presentarmi – d’accordo con il Servizio Centrale di Protezione – con un altro nome.

L’utilizzo, così si chiama in gergo l’assegnazione provvisoria presso un altro ufficio, deve essere rinnovato ogni anno e a settembre scorso, dopo tre anni che tutto filava liscio, è arrivata alla nuova Dirigente Scolastica la richiesta di rinnovo da parte dell’Ufficio Regionale Scolastico, riportando dettagliatamente la nota del Servizio Centrale di Protezione in cui veniva svelato il mio status di protetto, la mia reale generalità e perfino la mia matricola.

La preside, non capendo di chi si trattasse, è venuta nella stanza dove lavoriamo e ha chiesto a voce alta chi fosse tale “Gennaro Ciliberto”. Da quel momento si è sparsa la voce in tutta la scuola che io sono un testimone di giustizia, che poi – giustamente – chi non è del mestiere non capisce bene cosa voglia dire e quindi c’è chi mi scambia per un pentito, chi per un delinquente… tutti hanno, però, paura che possa succedere qualcosa a scuola, dove ci stanno più di duemila bambini.

Inoltre io, per andare a lavorare, devo fare sempre lo stesso percorso e questa ripetitività mi espone a non pochi rischi. Prima di entrare, poi, devo nascondermi in una stanzetta all’interno della scuola e togliere il giubbotto antiproiettile, che è la mia unica protezione.

Così, da settembre, mi sono messo in congedo, perdendo anche parte dello stipendio, poiché mi era stato promesso dal Sottosegretario del Ministero dell’Interno, nonché Presidente della Commissione Centrale che gestisce testimoni e collaborato di giustizia, dottor Luigi Gaetti, l’utilizzo presso un’altra amministrazione, come previsto dalla legge. Da settembre, però, non è cambiato nulla e il 7 gennaio sono costretto a tornare a lavorare in quella scuola, altrimenti perderei il posto di lavoro.

La Preside mi sta chiedendo di non farlo per salvaguardare i bambini, ma io devo pensare anche ai miei di figli e, se non lavoro, come li mantengo?»

Ma Lei ha paura che possa succederle realmente qualcosa?

«Certo che sono un bersaglio vivente. Perfino sul dispaccio arrivato alla mia preside c’è scritto “imminente pericolo di vita”. Il mio problema è che ho tolto milioni e milioni di euro dalle tasche e non solo ai malavitosi  che ho denunciato, soprattutto a quei colletti bianchi che, in seguito alle mie dichiarazioni, hanno perso tutto.

Inoltre ho ancora in corso un processo a Roma, con 13 imputati, in cui io sono l’unico denunciante e ancora non ho reso prova testimoniale. Quindi, se non dovessi arrivare vivo a quel processo, sarebbe un grande vantaggio per gli imputati».

Quale potrebbe essere allora la soluzione?

«Io sono anni che chiedo il cambio definitivo della generalità per me e per la mia famiglia, in modo da poter avere un altro nome e un altro cognome, e un conseguenziale reinserimento socio-lavorativo. Sarebbe l’unica garanzia per un testimone di giustizia come me: mi permetterebbe di ricominciare e rifarmi una vita.

In realtà, un anno fa – quando sono uscito, su mia richiesta, dal programma di protezione – mi avevano promesso il cambio di generalità, ma poi è cambiato il Governo ed è rimasto tutto fermo. Infatti il cambio definitivo delle generalità viene concesso esclusivamente previa autorizzazione del Ministro di Grazie e Giustizia e del Ministro dell’Interno. Quindi sto aspettando la sentenza del TAR al mio ricorso per ottenere quanto richiesto. Un ricorso che fino ad ora mi è costato almeno 12000 euro, ovviamente pagati di tasca mia, e con una data dell’udienza fissata dopo 3 anni dalla presentazione dell’istanza.

Intanto il 7 gennaio andrò a lavorare, con un giubbotto antiproiettile addosso, in una scuola dove ormai tutti sanno chi sono».

Il problema è che, se questa è la fine che fa chi denuncia, il rischio è che di tragedie come quella del ponte Morandi ce ne saranno altre, perché più nessuno avrà la voglia e il coraggio di fare quello che ha fatto Gennaro Ciliberto. E allora di chi sarà la colpa, se non di uno Stato incapace di gestire le persone sotto protezione?

Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.