Don Marcello Cozzi: «Vi racconto come vivono i pentiti»

Don Marcello Cozzi di Libera spiega a CiSiamo.info come l'omicidio di Pesaro sia soltanto la punta dell'iceberg della precarietà in cui vivono i collaboratori di giustizia.

Due atti, pubblici ed eclatanti, in meno di un mese. Due atti, diversi fra loro, ma con le stesse vittime: i collaboratori di giustizia. Dall’inizio di dicembre i cosiddetti “pentiti” (termine che uso sempre con parsimonia) sono stati vittime di due azioni eclatanti da parte di diverse organizzazioni criminali, sempre in giorni di festa.

Il primo è avvenuto lo scorso 8 dicembre, giorno dell’Immacolata, a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, dove – durante il tradizionale falò dell’Immacolata – sono stati incendiati anche fantocci raffiguranti collaboratori di giustizia, con la scritta: «Così devono morire i pentiti, abbruciati».

L’altro, ben più grave, è avvenuto il giorno di Natale a Pesaro, dove il fratello del collaboratore di giustizia, proveniente dalla ‘Ndrangheta, Girolamo Bruzzese è stato assassinato davanti la casa che il Servizio Centrale di Protezione gli aveva dato. Una casa che, secondo quanto raccontato a CiSiamo.info da una donna che ha vissuto per molti anni nel programma di protezione, da vent’anni ospita diverse famiglie di collaboratori di giustizia.

Due atti che impongono una riflessione sui pericoli che corre chi decide di lasciare la criminalità organizzata per passare dalla parte dello Stato. Ne parliamo con Don Marcello Cozzi, l’uomo che per “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” segue i collaboratori di giustizia ed è, fra l’altro, autore del libro “Ho incontrato Caino” (Melampo editore).

Don Marcello, le organizzazioni criminali sono tornate a colpire quelli che loro chiamano “infami”?

«Da parte delle organizzazioni criminali io non parlerei di ritorno, ma piuttosto di una normale logica di opposizione e di contrasto. Alle mafie non hanno mai fatto piacere i collaboratori di giustizia e continuerà a essere così. A me, però, preoccupa l’assenza di investimento politico sull’istituto dei collaboratori di giustizia, soprattutto negli ultimi anni. Questa approssimazione e questa superficialità, da parte di chi immagina che la mafia si sconfigga con dei decreti legge, è un elemento sul quale porre grande attenzione».

Cosa è mancato da parte dello Stato?

«La questione è molto complicata, bisognerebbe fermarsi e riflettere davvero su come sono stati gestiti i collaboratori di giustizia in questi ultimi decenni. La loro quotidianità è approssimativa: dalla presenza del nome sul citofono alla copertura dell’assistenza sanitaria.

In questi ultimi tempi, poi, si è aggiunto il tentativo di far uscire molti di loro dal programma di protezione, tramite la capitalizzazione, perché non ci sono più soldi».

Ora, però, la situazione sembra essere peggiorata, se i collaboratori di giustizia o i loro congiunti vengono di nuovo ammazzati?

«Penso che siano delle gesta dimostrative. E quindi, se già l’istituto della collaborazione con la giustizia in questi ultimi anni risultava decisamente indebolito dall’approssimazione con cui viene gestito, è evidente che i recenti avvenimenti di cronaca saranno un ulteriore deterrente per quei mafiosi che stanno valutando di intraprendere la strada della collaborazione».

Quindi c’è il rischio che meno mafiosi decidano di collaborare con la giustizia?

«Dopo l’omicidio di Pesaro ho ricevuto almeno quattro telefonate da altrettanti collaboratori di giustizia che mi chiedevano di essere rassicurati. Credo sia un importante termometro della situazione».

I collaboratori di giustizia sono un’arma fondamentale contro le mafie. La disattenzione della politica nei loro confronti può essere frutto di una contiguità tra la politici e criminalità organizzata?

«Questo non lo so, probabilmente in alcune situazioni forse sì. Generalmente, però, io la vedrei più che altro come una mancanza di continuità culturale. Siamo in una società che non è culturalmente preparata al reinserimento dei detenuti, figuriamoci dei cosiddetti pentiti che provengono dalle organizzazioni mafiose e quindi si sono macchiati dei più atroci reati. Capisco che il male che hanno commesso sia talvolta davvero enorme e non pretendo che tutti siano disposti a perdonare, ma allora cerchiamo di inventare dei canali da un lato di occupino del reinserimento dei collaboratori di giustizia e dall’altro tutelino il rispetto delle vittime».

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Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.