Omicidio Pesaro, «Marcello Bruzzese si poteva salvare» – Testimonianza esclusiva

La congiunta di un collaboratore di giustizia, che ha vissuto per molti anni nel programma di protezione, racconta a CiSiamo.info di aver vissuto, 19 anni fa, nell'appartamento in cui ora viveva Marcello Bruzzese.

Via Bovio 28 Pesaro
Il palazzo di via Bovio, 28 a Pesaro, dove è stato ucciso Marcello Bruzzese.

«Sono sconvolta. Questa tragedia si poteva evitare». Con queste parole risponde alla mia telefonata, dopo avermi contattato tramite Facebook. Non è una collaboratrice di giustizia, ma ha vissuto per molto tempo nel programma di protezione, in qualità di congiunta a un collaboratore di giustizia siciliano. E la tragedia a cui si riferisce è l’omicidio di Marcello Bruzzese, fratello del pentito di ‘Ndrangheta Girolamo. «Si poteva evitare perché in quell’alloggio, al numero 28 di via Bovio a Pesaro, avevo già vissuto io sotto protezione nel 1999 e, prima di me, già ci avevano vissuto altre persone sottoposte al programma di protezione».

ne parliamo in pausa pranzo

La donna, che ora vive fuori dall’Italia ma che preferisce non venga comunque diffuso il suo nome per evitare di essere riconosciuta, racconta che già quando ci è stata portata lei a vivere, nell’aprile del 1999, «tutti sapevano che quell’appartamento era stato preso in affitto dal Ministero dell’Interno. Tanto che io raccontavo a tutti di essere la figlia di un magistrato, in modo da dissimulare i sospetti».

Un appartamento, quello dove viveva Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo, che da oltre vent’anni ospiterebbe persone sottoposte a programma di protezione, perché collaboratori o testimoni di giustizia o loro congiunti. E dopo vent’anni che la voce si sia sparsa talmente tanto da arrivare all’orecchio di chi non dovrebbe saperlo non è solo possibile, ma perfino probabile.

«In realtà – continua – io in quell’appartamento mi ero trovata molto bene e, autorizzata dal Servizio Centrale di Protezione, avevo anche trovato lavoro il venerdì e il sabato sera in una pizzeria lì vicino».

Nonostante questo, però, dopo poco tempo è stata trasferita: «Mi dissero che Pesaro non era una città sicura, in quanto c’era il Centro di Addestramento Reclute (CAR) dell’Esercito e quindi andavano e venivano ragazzi di qualsiasi provenienza, anche del Sud Italia, e io potevo essere riconosciuta».

Una città non sicura, almeno questo scrisse all’epoca in un’istanza il Ministero dell’Interno, che però ha continuato a ospitare i collaboratori di giustizia e le loro famiglie, sempre nelle stesse case.

Se, quindi, non fossero quasi vent’anni che in quel palazzo alloggiano collaboratori di giustizia e/o le loro famiglie, forse l’omicidio di Marcello Bruzzese si sarebbe potuto evitare.

Le denunce dei collaboratori di giustizia

La prima volta che ho riportato le paure di un collaboratore di giustizia, che non si vedeva sufficientemente tutelato dal programma di protezione, era il 2014 e – da allora – non ho mai smesso di incontrare e intervistare i cosiddetti “pentiti”. Molti di loro, fra le altre cose, mi hanno raccontato di come gli appartamenti vengano “riciclati” fra un collaboratore e l’altro: va via una famiglia sotto protezione, perché magari la si ritiene una località non più sicura, e ne arriva un’altra. Cambiano le persone, ma non i sospetti e le dicerie dei vicini di casa, di chi vive in quel quartiere.

La credibilità dello Stato

A rimetterci in questa situazione potrebbe essere, qualora venisse confermato il movente dell’omicidio di Marcello Bruzzese, lo Stato e le istituzioni da esso preposte a gestire i collaboratori di giustizia. Se, infatti, un criminale decide di collaborare con la giustizia è perché sa che, oltre a uno sconto di pena, potrà offrire alla propria famiglia la possibilità di rifarsi una vita, contando sul sostegno e la protezione dello Stato. Se, però, lo Stato si dimostra incapace di tutelare l’incolumità del “pentito” e dei suoi familiari, questo rappresenterà il più importante deterrente a nuove scelte di collaborazioni.

Commenta su Facebook
Fabrizio Capecelatro
Sono nato a Milano nell’emblematica data 09/09/90. Napoletano di origini e di "spirito", è alla città partenopea che rivolgo gran parte della mia attenzione di giovane giornalista. Sono autore dei libri "Lo Spallone – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando", edito da Mursia nel 2013; "Il sangue non si lava – Il clan dei casalesi raccontato da Domenico Bidognetti", edito da ABEditore nel 2017, e "Omissis 01 – La vera storia di Rosa Amato: camorrista per vendetta, pentita per amore", edito da Tralerighe nel 2018.