Gianni Brera: quanto ci manca a 100 anni dalla nascita?

Gianni Brera morì nel 1992. Avevo 11 anni all’epoca. Ero troppo giovane per capirlo in diretta ma lo ricordo bene. Lo studiavo dalla televisione mentre mio padre lo ascoltava, rapito più dall’uomo che dalle idee calcistiche: «Gianni Rivera non si discute».

In realtà sono proprio le idee di Gianni Brera che mi hanno attratto crescendo. Mi sono sempre riconosciuto in quella spontanea vena polemica, anche per il solo piacere della discussione, seppur basata sempre su ragionamenti originali, acuti.

Se gli svizzeri inventarono il catenaccio, Gipo Viani e Nereo Rocco lo importarono in Italia, Gianni Brera ne fu l’assoluto teorizzatore. Spiegò la necessità di adottare il catenaccio per riportare il calcio italiano ad alti livelli internazionali. Consiglio che forse sarebbe ancora utile oggi.

Sostenne, con invidiabile coerenza, che gli italiani non fossero fisicamente all’altezza degli altri popoli e che, di conseguenza, non potessero impostare un calcio sistematicamente offensivo. A trascinare al successo le compagini italiane sarebbero stati, a suo avviso, sempre personaggi come Camillo Benso e Alcide De Gasperi. Uomini di confine, capaci di caricarsi sulle spalle la Nazionale. Condottieri in grado di liberare l’Italia dall’esasperazione offensiva attraverso il gioco d’astuzia; di economizzare le energie attraverso l’opportunismo.

Brera e la scommessa dell’82

L’antitesi di tali idee fu il Milan di Arrigo Sacchi. Gianni Brera non vide mai di buon occhio la concezione di calcio che introdusse il tecnico di Fusignano, attribuendo i meriti dei successi di quel Milan ai soli giocatori olandesi.

Il prototipo del calcio preferito da Gianni Brera fu l’Enzo Bearzot del 1982. In quella circostanza, però, Brera fu protagonista di un clamoroso scivolone professionale. All’esordio della trasferta spagnola, infatti, dichiarò – sull’onda del clima ostile che circondava gli Azzurri all’epoca – che se l’Italia fosse diventata campione del mondo, avrebbe percorso a piedi la distanza tra la sua casa milanese e un santuario di devozione mariana lombardo. Un mese dopo il trionfo al Santiago Bernabéu, Gianni Brera si fece fotografare in abito penitenziale e scalzo mentre saliva il sagrato del santuario.

Chi era?

«Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l’8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti […] Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po».

Iniziò a giocare a calcio a 15 anni nella prima squadra del Liceo ginnasio Giosué Carducci e cominciò a scrivere a 16 anni sul settimanale milanese Lo schermo sportivo. Non fu certo un caso questa precoce sovrapposizione tra lettere e pallone.

Gianni Brera fu il più giovane direttore d’Italia. A soli 30 anni, infatti, prese le redini de La Gazzetta dello Sport, che lasciò anni dopo per uno scontro con la proprietà.

Ho conosciuto in differita Gianni Brera. L’ho letto e riletto. L’ho rivisto in televisione e sul WEB. Mi ha affascinato, quando, con l’amico Beppe Viola – altro mio grande riferimento -, dava vita alle splendide discussioni de La Domenica Sportiva, tra fumo e bicchieri che oggi sono solo un ricordo, come il tubo catodico.

«Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. […] Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa; tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore…».

Scrisse così, il 19 ottobre 1982 su La Repubblica, Gianni Brera: «É morto Giuseppe “Pepinoeu” Viola. Aveva 43 anni». Quel Beppe Viola che intervistò Gianni Rivera sul tram, grazie a uno dei suoi indimenticabili colpi cinematografici.

Brera contro Rivera

Quel Gianni Rivera con cui Gianni Brera polemizzò tutta la vita. Brera soprannominò Rivera “abatino” e osteggiò apertamente in molte occasioni l’impiego del giocatore nella nazionale italiana, pur riconoscendone la grande intelligenza calcistica e personale.

Fu questa diatriba irrisolvibile a rendere celebre Brera nel corso degli anni Sessanta. Le critiche erano rivolte principalmente al Golden Boy rossonero, più in generale, però, erano riferite a quei giocatori tecnici, ma non combattivi, che poco aderivano alla sua filosofia calcistica. A detta dello stesso Brera, queste critiche gli causarono, nel corso degli anni, molti attriti con giornalisti e tifosi d’opinione diversa. Brera e Rivera, invece, si rispettavano molto.

Lo scarmigliato Beppe Viola e il rigoroso Gianni Brera. Sacchi che detestava i numeri 10 come Brera, che però contestava la mentalità offensiva dell’Arrigo nazionale. Duelli dialettici, dibattiti eleganti, ormai soppiantati da sguaiati latrati televisivi.

Brera, un giornalista innovativo

Brera, “possedeva una prosa straordinariamente inventiva e «funambolica»”; “egli diede vita a uno stile giornalistico innovativo e moderno”, “basato sulla sua vena letteraria e narrativa e su una cultura classica assai profonda”. Si legge in ordine sparso su vari volumi di critica letteraria e sportiva.

Prolifico onomaturgo, amante dei giochi di parole che si muovono sul filo del classicismo. Amalgamava gli elementi della lingua italiana con quelli stranieri e del dialetto, creando neologismi tutt’oggi d’uso comune: contropiede, centrocampista, incornare, pretattica, melina, goleador, libero, cursore, rifinitura, e così via…

Gianni Brera manca più che mai. Il suo stile è maldestramente imitato dai sopravvissuti della sua epoca, mentre proliferano giovani storyteller omologati e improvvisati, esperti di calciomercato ed ex calciatori che tengono corsi di giornalismo sportivo appena dopo aver mandato a mente il congiuntivo.

Hanno lasciato il vuoto Gianni Brera, Beppe Viola e molti altri, con cui si poteva non essere d’accordo ma che andrebbero studiati a scuola.

Redazione CiSiamo
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