Spalletti al Milan, anzi Pioli, e l’Italia diventa verde

Luciano Spalletti al Milan, anzi arriva Stefano Pioli, e la nuova maglia verde dell’Italia. Mentre scrivo sono queste le notizie in rotazione, anche se mancano ancora il benservito a Marco Giampaolo, l’accordo ufficiale con l’Inter, per Spalletti chiaramente, e un incontro con Stefano Pioli.

Crisi Milan

Il Milan è in crisi, lo si sapeva. Si era al corrente che il risultato con il Genoa non potesse essere determinante ai fini della permanenza di Marco Giampaolo. Luciano Spalletti aveva rifiutato, è vero, ma il dialogo è proseguito sotto traccia. Mai sopita anche l’ipotesi Stefano Pioli. Sarebbe servita un’improbabile prestazione convincente per salvare Marco Giampaolo, invece è finita quasi in rissa, a cominciare da Paolo Maldini in tribuna. 

Così racconta chi c’era: Paolo Maldini ha avuto un acceso diverbio con un importante dirigente di una nota casa automobilistica, reo di aver gridato di andare a casa all’ex capitano rossonero, Zvonimir Boban, Ivan Gazidis e Marco Giampaolo. Per questo motivo, a quanto pare, l’ex capitano del Milan non è rientrato in tribuna per il secondo tempo. L’episodio si è concluso con scuse reciproche tra i distinti signori che hanno semplicemente perso il controllo. Capita a tutti. Non c’ero e non amo il gossip, mi limito a riportare la voce più convincente che mi è stata raccontata. Quella che voleva il dirigente rossonero a: «Osservare il secondo tempo da un’altra angolazione», mi aveva fatto sorridere.

Luciano Spalletti dice sì, anzi no, arriva Stefano Pioli

Il nervosismo in Casa Milan è palpabile da diverse settimane, come la confusione. Il disimpegno di alcuni giocatori – non certo fenomenali ma neanche incapaci di intendere e di volere come durante queste prime sette giornate di campionato – aveva già fatto presagire un imminente cambio tra le fila rossonere. Sostituire 25 figuranti a ottobre è impossibile; cambiare dirigenza è decisamente improbabile, anche per una proprietà americana; così a pagare per tutti è Marco Giampaolo. Il tecnico è forse il meno colpevole dell’elenco dei cattivi, pur non esente da gravi errori, anzi. 

Non sono mai stato tenero con Giampaolo, non mi ha mai convinto. Non accorgersi che il collettivo del Milan è inesistente e che affidarsi alle improvvisazioni dei singoli è l’unica via possibile non è un aspetto di poco conto per un filosofo.

Non è sua responsabilità, però, l’essere giunto sulle ali della critica, chiamato Maestro, Professore, nuovo Sacchi, da Arrigo stesso. A presentarlo come chiave del progetto sono stati proprio Zvonimir Boban e Paolo Maldini, che poi non hanno fatto seguire un mercato funzionale al progetto, né hanno sostenuto la propria scelta in mezzo alle critiche. Questo è un aspetto molto più grave delle mancanze di Giampaolo, che già si conoscevano.

La fine del progetto Giampaolo

Tradire a inizio ottobre un progetto sbandierato ad agosto meriterebbe le dimissioni in blocco. É quasi come un Ministro che sfiducia il Governo di cui fa parte e che ha creato, seppur non da solo, senza dimettersi. Sarebbe impensabile in un paese normale.

Dopo Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli, ecco che un altro uomo della ricostruzione dell’Inter, che sia Luciano Spalletti o Stefano Pioli, approderà al Milan. Va trovato un accordo più economico che tecnico: il materiale è quel che è. Spalletti ha un contratto con l’Inter fino al 2021 e non vuole rinunciare ai soldi dopo il trattamento subito, ma l’opportunità di ripartire rilanciando proprio il Milan è ghiotta. Stefano Pioli, invece, incontrerà Boban per ripartire da dove mai si sarebbe potuto immaginare: il Milan.

La rosa del Milan non è allestita per il quarto posto e Marco Giampaolo non era pronto per una squadra fatta d’individualità dalla difficile amalgama. Questo Milan ha già bruciato allenatori più esperti, che poi si sono riscattati o si stanno riscattando: vedi Vincenzo Montella con una bellissima Fiorentina o Siniša Mihajlović con il Bologna, tornato in panchina e osannato dal proprio passato e dal proprio presente. Non sarà facile né per Luciano Spalletti, né per Stefano Pioli, anche se le loro capacità di nuotare nel bel mezzo del vuoto societario, affinate in questi anni, gli saranno molto utili.

In Terra d’Albione

Non ero presente a Genova, come non ero presente su nessun campo italiano, perché mi trovavo in Terra d’Albione, più precisamente Londra, per motivi di lavoro e aggiornamento. Mi capita spesso di andare all’estero per il calcio, non è stata questa l’occasione, purtroppo. Non mi sono comunque sottratto a qualche giretto nei pub con partite varie e al pellegrinaggio a Craven Cottage, la meravigliosa casa del Fulham Football Club, purtroppo non per io match contro il Charlton Athletic Football Club.

Quasi impossibile trovare una partita italiana trasmessa in un pub con tutto il calcio e lo sport che c’è in Inghilterra, soprattutto durante il Mondiale di Rugby. Non mi aspettavo diversamente. Così come non immaginavo reazioni diverse sul calcio italiano parlando con gli appassionati locali. Non ci calcolano proprio.

Dietro la Juventus c’è il vuoto

Sì, c’è la Juventus, le avversarie nelle coppe, conoscono i Club storici e qualcuno li apprezza per il passato, ma ci considerano decaduti. Ci trattano come noi trattiamo i campionati meno nobili. Un sorriso di compassione e un buffetto affettuoso: Atalanta e Napoli sono divertenti, l’Inter è una buona squadra, chi gioca nel Milan? Questo è un sunto delle reazioni. Roma e Lazio sono apprezzate ma sono più squadre cult.

Siamo peggiorati, anche se ci raccontiamo cose diverse. É un po’ come ha detto Antonio Conte prima e dopo il Derby d’Italia, Inter-Juventus. Una bella partita che ha dimostrato che gli inglesi non hanno torto: c’è la Juventus e poi il vuoto, nonostante l’ottima Inter e l’eccellente Antonio Conte. La squadra di Maurizio Sarri cresce e recupera elementi e risorse inaspettate e sempre migliori. La rosa è di livello superiore e Sarri lo sa bene. Il bello deve ancora venire e potrebbe essere molto divertente da vedere, per tutti gli appassionati.

L’importanza della società

Ecco la differenza tra una dirigenza esperta e forte, quella della Juventus, che attua un cambio di filosofia con forza, compattezza, e la dirigenza del Milan. La prima affronta i problemi e gli errori fisiologici in modo maturo e compatto, dopo aver cresciuto i propri dirigenti all’ombra di un maestro vero come Giuseppe Marotta; la seconda si è fatta travolgere dalle inevitabili difficoltà di chi prova a cambiare rotta con un giovane equipaggio e comandanti poco navigati. Sarebbe bastato un Daniele Pradé, per intenderci.

L’Inter stessa ha saputo cambiare in modo coordinato e convincente, un passo alla volta. La Roma ha stravolto tutto, come la Fiorentina, e sono ripartiti senza troppi proclami e con unità e umiltà d’intenti. Il Milan, al momento, non ha dato la stessa sensazione di entusiasmo e trasparenza. Non ha mostrato la minima umiltà, questo è il problema principale. Sembra quasi si sia voluta vendere una bella storia ma senza troppa sincerità: le bugie, si sa, hanno le gambe corte. I tifosi devono imparare a non bersi proprio tutto quello che gli raccontano.

Il Napoli è la vera delusione di questo inizio stagione. Sarebbe servita un’iniezione di entusiasmo con un colpo di mercato ad effetto e invece… Quel James Rodriguez tanto desiderato da Carlo Ancelotti sarebbe stato perfetto.

Se si sceglie una guida e si sposa un progetto poi bisogna assecondarlo, anche se per farlo si paga Romelu Lukaku uno sproposito e si cedono in prestito Mauro Icardi e Radja Nainggolan pagando loro gran parte dello stipendio. Le rivoluzioni costano e si fanno se ci sono i soldi, altrimenti è meglio essere sinceri.

La pausa per la Nazionale

Per due settimane si fermerà la Serie A e si accenderanno le polemiche e i proclami. Eusebio Di Francesco-Sampdoria è stato il primo divorzio, vedremo cos’altro succederà dopo che Spalletti o Pioli avranno sostituito Giampaolo.

Durante le pause per la Nazionale è sempre un tritacarne. «Ogni paese ha il suo modo di vivere il calcio. In Italia si vive con più passione, a volte esagerando. In Inghilterra non accade. Se torni in Italia sai che ci sono certi atteggiamenti, negli ultimi dieci anni si esagera ma il modo di vivere la partita è questo. Non so a cosa si riferisse direttamente Conte», ha affermato Roberto Mancini e io non sono d’accordo.

Smettiamola di giustificare comportamenti e atteggiamenti insostenibili con la passione, come se negli altri paesi non ci fosse. Eppure Roberto Mancini in Inghilterra ha vissuto e allenato. Avrebbe dovuto vedere quanta gente con passione si è radunata attorno a Craven Cottage sin dalle prime ore della mattina, dai tifosi più accesi ai bambini, dai nonni e dalle nonne agli adolescenti. Erano tutti educati, senza esagerare e senza certi atteggiamenti, ed erano lì per una squadra appena retrocessa.

La Nazionale diventa verde

Non sono d’accordo neanche con la nuova maglia verde che, fino a marzo, indosserà come prima scelta la Nazionale italiana. Non ne giudico la bellezza ma ne discuto il senso e, soprattutto, il presentarla come fosse una maglia da vendere ai trapper. Non avrei nulla contro il lato business, né tantomeno contro la Trap, se fosse la maglia di un Club privato, ma la Nazionale dovrebbe mantenere l’istituzionalità di chi rappresenta un paese intero. L’Italia intera dovrebbe essere verde, di rabbia però.

Redazione CiSiamo
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