Karel Zeman, il figlio d’arte: «Provo a migliorare ciò che ha creato mio padre»

Intervista di Karel Zeman ai microfoni di CiSiamo.info. Un viaggio nel mondo del calcio e un nuovo modo di concepire ciò che creò suo padre.

Karel Zeman (foto repertorio ottoetrenta.it)

Il mondo del calcio visto con gli occhi di Karel Zeman. Zeman padre e Zeman figlio, allenatore uno, l’altro pure. Concetti, espressioni, desideri, sogni di Karel, cresciuto a pane e calcio, di quel calcio che papà Zdenek ha rivoluzionato partendo dal basso, in maniera totale, puntando sul motto: ”È l’attacco la miglior difesa”. Karel ne ripercorre fedelmente le orme, è un veterano della panchina nonostante la giovane età e si è raccontato a trecento sessanta gradi a CiSiamo.info, senza filtro:

Karel Zeman, come sta cambiando il calcio?

“C’è una dicotomia fra come sta cambiando in Italia e all’estero: l’Italia che è sempre stata all’avanguardia a livello mondiale secondo me sta facendo enormi passi indietro, mentre il calcio europeo si sta evolvendo a velocità indicibile. Le squadre italiane giocano a ritmo notevolmente ridotto rispetto a quelle estere. Per quanto riguarda le strutture societarie, in Italia quelle credibili sono sempre meno: abbiamo l’esempio della Juventus, ma poche persone sono realmente interessate a crescere con una società calcistica. Magari si introducono nel calcio con altri interessi e, una volta ottenuto ciò che volevano, lasciano le squadre al fallimento nella peggiore delle ipotesi o comunque a vivacchiare senza una credibilità sportiva”.

Ripartendo dal basso, la gavetta può essere la fortuna di qualsiasi allenatore? Quale esperienza le ha lasciato il segno?

“La gavetta per me è stata importante, però sono anche stanco di farla perché ho iniziato 14 anni fa in Serie D, quindi fra D, Eccellenza e C penso di averne fatta abbastanza. Penso che comunque sia formativa per chiunque. Digerisco mal volentieri gli allenatori che iniziano già in A o in B, però ogni esperienza ha i suoi pregi e difetti. Dal punto di vista ambientale reggere una piazza con determinate aspettative, quella di Reggio Calabria è stata la più formativa per me, però sul campo mi sono divertito di più in altre esperienze in cui sono riuscito a far giocare molto bene la mia squadra, come ad Abano Terme, a Santarcangelo, a Malta e parzialmente anche al Gela quest’anno, anche se i problemi societari erano per me ingestibili”.

Portare il cognome Zeman ti ha tolto qualcosa?

“Io voglio credere sempre che ci sia un domani migliore. Ho iniziato a fare questo mestiere per arrivare in Serie A. Se non mi ritenessi all’altezza di farcela non continuerei a farlo. Ritenendomi un allenatore da Serie A non l’ho ancora raggiunta, quindi finora mi è stato tolto qualcosa. Lotto ogni giorno per farcela e spero che indipendentemente dal cognome un giorno ci riuscirò”.

Da un punto di visto tattico, quali sono le differenze con suo padre?

“Mi ispiro a lui, ho sempre visto tutti gli allenamenti e tutte le partite condotti da lui, lo copiano in tanti, figuriamoci quanto possa essere influenzato io. La differenza è che, siccome lui ha creato dal nulla il suo sistema e io non ne sono il fondatore, lui non cambierebbe nulla per alcun motivo al mondo. Io invece prendendo spunto da quello che ha funzionato meglio o peggio nella sua carriera probabilmente sono più disposto a modificare qualcosa. Non è una mia invenzione e quindi non mi offendo se si cambia qualcosa, lui invece sì e non baratterebbe un risultato per modificare qualcosa”.

Quale dei tuoi giovani colleghi ti ha impressionato maggiormente?

“A me piace molto Zito della Cittanovese e anche D’Angelo del Südtirol che ha fatto piuttosto bene in queste due stagioni. Ce ne sono sicuramente tanti altri anche in terza categoria, solo che ad alcuni non viene mai concessa una possibilità, mentre ad altri le possibilità piovono dal cielo”.

Perché le altre squadre in A non provano ad avvicinarsi al modello Juve?

“In realtà quest’anno c’è una realtà che si vuole avvicinare, con possibilità molto ridotte, alla Juve: l’Atalanta. Sono stato con gli stage di Coverciano a visitare sia la Juve sia l’Atalanta e ho riscontrato molte similitudini. Spero che tanto altre lo facciano. Purtroppo quando gli interessi societari non sono prettamente calcistici e sportivi, ma economici e politici, tante cose vengono fatte in un modo che non può condurre a risultati”.

Cosa serve alla Reggina, secondo Karel Zeman, per tornare ai fasti del passato?

“Per prima cosa serviva questo: una proprietà con tanto entusiasmo e tanti soldi, perché in alcune parti della stagione in cui mi sono trovato a Reggio Calabria l’entusiasmo c’era anche stato, ma le possibilità economiche erano poche per una piazza così. Sicuramente un risultato chiama l’altro, c’erano 14mila paganti al primo turno dei play-off. Solo risultati di una certa caratura possono riportare la Reggina nel pieno dell’entusiasmo e conseguentemente alle categorie che le competerebbero”.

Redazione CiSiamo
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