Marzo Mazzocchi in esclusiva a CiSiamo.info: l’amore per il giornalismo e lo sport

Uno sguardo d'insieme sui cambiamenti del giornalismo. Marco Mazzocchi ha parlato ai microfoni di CiSiamo.info analizzando la propria passione per lo sport.

Marco Mazzocchi
Marco Mazzocchi si racconta ai microfoni di CiSiamo.info

“La missione sceglie noi, non noi come missione”, scriveva Dag Hammarskjöld all’inizio del ‘900, la propria professione come autentica missione di vita. Questo è certamente il caso di Marco Mazzocchi, volto popolare e amato della Tv italiana che ha saputo a piccoli passi ritagliarsi un posto tra i grandi del giornalismo italiano dimostrando versatilità e voglia di sperimentare non sono nel mondo calcistico. Si è raccontato a trecentosessanta gradi a CiSiamo.info. Gli esordi, la passione per lo sport, come cambia il giornalismo, tra passato, presente e futuro.

Com’è nata la passione per il calcio?

La mia prima passione è stata il rugby, l’ho ereditata da mio padre che ci giocava. Diventai un giovane rugbista. Il calcio è la passione di tutti i ragazzini che giocano sotto casa o a scuola o in parrocchia. La passione per il calcio è arrivata dopo. Poi ho scoperto di saper giocare benino a calcio, ma non sono mai arrivato ad alti livelli. La mia prima passione è il rugby, poi è arrivato il calcio ed è la stessa passione di tanti altri ragazzi”.

Calcio e giornalismo: due passioni diverse. Come si collegano?

“Mio padre, dopo aver fatto vari lavori, un giorno fu scoperto dal direttore di Tuttosport, all’epoca Ormezzano, che gli diede l’opportunità di lavorare per il giornale. Mio padre cominciò la sua carriera a Tuttosport, io ero affascinato da questo lavoro e mio padre mi portava con sé nelle trasferte, in ufficio e mi fece conoscere le dinamiche del lavoro, la macchina da scrivere, i personaggi che lui andava ad intervistare. Eredito questo lavoro da lui. Seguiva il calcio, ma anche il pugilato e l’atletica, per cui mi sono appassionato a questo. Poi, una volta che sono entrato in questo mondo, mi sono occupato anche di ping-pong, lotta greco-romana, sollevamento pesi. Alla fine sono approdato definitivamente al calcio, soprattutto da quando sono entrato in Rai”.

Qual è la trasmissione in Rai che oggi ti porti maggiormente nel cuore?

“Sicuramente il documentario che ho fatto sul K2. Dal punto di vista personale, sono riuscito in un’impresa e in un risultato non da tutti, non essendo io un alpinista. Da un giorno all’altro mi sono improvvisato semi-alpinista e sono arrivato con le mie mani e con i miei piedi al campo base del K2, che è a oltre 5.000 metri. Ho seguito una spedizione di 4 ragazzi che hanno scalato il K2 e sono stato lì per due mesi, raccontando purtroppo un epilogo tragico per la morte di uno dei quattro, ma è un’esperienza umana, professionale totalizzante. Il K2 è eccezionale, è una cosa per pochi, non conosco nessun altro che ha fatto lo stesso”.

Una parentesi anche per la TV generalista, all’Isola dei Famosi. Come si approccia un giornalista, abituato a raccontare ciò che vede, a un’esperienza completamente diversa, anche lì c’entra la varietà di passioni?

“Un giornalista deve essere curioso. All’epoca non stavo lavorando molto, il direttore di allora mi aveva messo un po’ in disparte. Con Giovanni Bruno, direttore precedente messo in disparte dal direttore successivo, approfittammo del fatto che c’era la Coppa America, che casualmente andava in onda su Rai2, ma quell’anno non c’era mai vento. Praticamente facevamo una trasmissione che partiva alle 00.30 e finiva alle 6 ed era diventata quasi un piccolo show, con personaggi che entravano e uscivano, perché le gare non c’erano mai. Faceva ottimi ascolti, stranamente molto alti per essere le 4 del mattino, che incuriosirono l’ex direttore di Rai2, Antonio Marano. Da lì nacque una collaborazione con Rai2 che mi portò all’Isola dei Famosi, perché a loro serviva un giornalista che desse credibilità a quel prodotto, perché si pensava fosse un programma finto”.

“Mi dissero che c’era bisogno di un giornalista che aveva voglia di mettersi in gioco per certificare che quello fosse un reality vero. Io risposi che doveva essere davvero tutto vero, perché se pensavano di usare la mia professionalità per coprire il fatto che imbrogliavano allora non ci stavo. Mi dissero che sarebbe stato tutto vero e così fu, i naufraghi soffrivano davvero. Andare a lavorare 3 mesi a Santo Domingo non è male, specialmente quando c’è bel tempo”.

Che stato vive il giornalismo attuale?

“Il giornalismo italiano si sta spostando, causa social network, verso posizioni esasperate. È un giornalismo di parte, questo non mi piace, è figlio degli schieramenti che si danno battaglia sui vari social. Il giornalismo italiano non sta interpretando da mediatore questa vicenda, anzi la cavalca: non è raro leggere sulle prime pagine di giornali ‘il web insorge’, ‘la rete dice’, ‘ecco il tweet’. Ormai si prendono per oro colato tweet e post di Instagram, invece di mettere in discussione e approfondire un tema. Qualche giorno fa ho letto che un giornale ha scritto che Cancelo ha messo mi piace al post di una persona che è contro Allegri: non mi sembra giornalista, sembra immondizia. Stiamo andando verso un definitivo suicidio della figura del giornalista italiano”.

Perché in ambito televisivo non c’è più voglia di sperimentare?

“Tocchi una ferita aperta, mi piace sperimentare in televisione. Credo che nelle TV generaliste non si stanno rendendo conto dell’esistenza di nuovi media, che stanno facendo sì che i giovani di oggi si facciano un palinsesto tutto loro, anche se adesso in Rai qualcosa si sta muovendo e si era già mosso nel recente passato. Ognuno ha il palinsesto personale, col cellulare si guarda di tutto. Noi continuiamo invece ad essere focalizzati su quei pochi programmi che danno i risultati sicuri il sabato, il venerdì e il lunedì per un pubblico che fra 10 anni non ci sarà più”.

“Ci si sta rendendo conto di questo, è molto faticoso cambiare la mentalità in Rai, azienda nata oltre 60 anni fa. All’interno della Rai ci sono persone che lavorano da 30 anni in una determinata maniera. Queste persone però, se hanno ruoli di responsabilità, devono capire che il mondo della comunicazione è cambiato. Alcuni di noi, fra cui io, l’hanno capito, altri ancora no”.

Marco Mazzocchi, come ti spieghi questo gap fra la Juventus e le altre nel calcio italiano?

“Mi auguro che qualcuno trovi in rete un’intervista che fece una radio napoletana 7 anni fa, mi sembra ci fosse Mazzarri sulla panchina del Napoli, la Juventus vinse quello scudetto, forse era il secondo di Conte. Io dissi, prendendomi pernacchie, ‘guardate che la Juventus vincerà 10 scudetti di fila’. Siamo all’ottavo. È la società più ricca, meglio organizzata e con lo stadio. Ha una società solida, dove ognuno fa ciò che deve fare, giocatori inclusi. Se un giocatore della Juve sa che alle 9 si inizia l’allenamento, alle 8:50 già è a bordo campo perché altrimenti si trova Nedved che, metaforicamente, lo prende a calci nel sedere. Hanno maggiore quantità di denaro, maggiori introiti che arrivano da stadio e merchandising e maggiore organizzazione”.

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