Hammamet, troppo Favino per nulla

La recensione sulla pellicola cinematografica "Hammamet" guidata dalla regia di Amelio e interpretata da Pierfrancesco Favino nel ruolo di Bettino Craxi.

La recensione di “Hammamet”
La recensione di “Hammamet” (foto Youtube)

Un po’ come accadde per il Servillo berlusconizzato che con una foto dal set di Loro di Paolo Sorrentino suscitò recensioni anticipate e grande curiosità, così è successo, con le debite proporzioni, con le primi immagini del trailer di Hammamet, in cui tutti sono, siamo rimasti sconvolti dall’aderenza totale dell’attore Pierfrancesco Favino alla figura (grazie al trucco prostetico, sì, ma anche a una mimica e a uno studio di ogni singolo movimento del leader socialista, facciale e non solo) di Bettino Craxi e ancora di più a quella voce inconfondibile replicata senza esitazioni.

In un momento del film, Amelio sembra voler rendere onore con una battuta al talento del suo protagonista, alludendo al personaggio di Vincenzo Sartori, probabilmente il povero Balzamo (ottimamente interpretato dall’ottimo Giuseppe Cederna, tanto bravo che rimane come convitato di pietra in tutto il film) e alla sua capacità imitativa.

L’interprete, qui, però, va ben oltre, non cadendo mai nella tentazione di copiarlo, ma riuscendo a indossarlo, a essere lui, trovando il senso e lo spirito e l’essenza dell’uomo, così che non fa Craxi, ma lo è, rendendo difficilissimo il processo di astrazione, il ricordo del fatto che il politico sia morto e non sia lì di fronte a noi.

Hammamet, la figura di Bettino Craxi

Una performance straordinaria e inusuale per il nostro cinema, al limite della perfezione. Forse persino oltre. Così tanto riuscita, da essere troppo. Perché – come già Carpentieri ne La tenerezza, lungometraggio più riuscito ma decisamente sopravvalutato – con questo incredibile percorso recitativo Favino sottolinea, evidenzia, rimarca la mediocrità di un’opera che non sa cosa vuole, come ottenerlo e dove arrivare.

Tanto è solido, centrato, evocativo il Craxi dell’attore tanto è incerta, zoppicante, a tratti patetica una sceneggiatura che per provare a rivalutare moralmente l’uomo ne svaluta spessore intellettuale e politico, cogliendolo nella parte crepuscolare e astiosa della vita ma non avendo neanche la forza di farne un Macbeth decadente, con una Stefania Craxi – vezzosamente rinominata Anita (per la passione del regista e di Craxi sr per Garibaldi) – disegnata come eroina da tragedia greca, figlia devota al limite dell’ossessivo.

Macchiette, al servizio del teatrino della ricostruzione che diventa recriminazione storica: il buon Bettino non assomiglia a quello sfacciato statista che va a dire, di fronte ai colleghi, che così faceva tutti e che la democrazia, con i suoi corsti, è un problema politico, ma solo un ometto rassegnato e ossessionato dal dimostrare che non vive in una reggia – si è girato nella villa vera – e tanto meno nasconde un tesoro.

La scelta del regista Amelio

Hammamet ha un problema innanzitutto di scrittura, perso com’è in una nostalgia del passato in alcuni momenti incomprensibile, mischiata a un impasto tutto italiano di condanna – il racconto del congresso del PSI del 1989 quasi da fumetto e con un occhio bacchettone – ed espiazione, perché in fondo l’esilio del leader è un modo per dire a tutti di pacificarci con chi non abbiamo avuto la forza di condannare, se non in contumacia (con lui che ha mostrato il petto in Parlamento, ma è fuggito di fronte alla giustizia), preferendo la gogna delle monetine del Raphael.

Amelio sembra volerci dire che gli anni passati lontani da una Milano rimpianta e desiderata anche in modo infantile – il momento Buongiorno, Craxi tra le guglie del Duomo è ben oltre l’umorismo involontario, così come il Bagaglino onirico (decisamente migliore dell’originale, grazie a Margiotta e Olcese) – possano essere una pena adeguata e accettabile per il popolo bue, che Craxi ha pagato e sofferto per ciò che ha fatto.

Che è come dire che esista, per gli arbitri, l’errore di compensazione e sia giustificato: no, qualsiasi maestro che vesta quella giacchetta ti dirà che compensando, semplicemente di errori ne fai due.

La visione della Tunisia

Il popolo bue, quello descritto da un’orda di vacanzieri in Tunisia che insultano un vecchio, un po’ cinque stelle un po’ forcaioli anni ’90. Hammamet è tutto così, tra metafore puerili e non detti – e soprattutto non nominati, nessuno, neanche Craxi viene chiamato per nome -, macchiette imbarazzanti, dall’antagonista Luca Filippi, alla cui infelice prestazione contribuisce una caratterizzazione imbarazzante del personaggio e i dialoghi grotteschi affidatigli, ben fotografati dal ridicolo twist di sceneggiatura finale, fino a Claudia Gerini (Patrizia Caselli fu nei fatti una concubina anche in Tunisia, qui è ridotta a una grottesca caricatura di un’amante alla ricerca dell’ultimo addio) passando per quel Berlusconi alluso per lettera e per telefono.

Non c’è nulla in Hammamet, né la complessità megalomane e complessa (e complessata) dell’uomo Craxi, né le contraddizioni grandiose e affascinanti del politico tanto abile quanto miope, capace di momenti straordinari e di debolezze insopportabili, gigante dai piedi (anzi dalla gamba) d’argilla.

Persino Balzamo, qui raccontato come suicida – ogni personaggio qui è la summa di vari altri, come il democristiano tipico raccontato da Carpentieri, un po’ Forlani e un po’ Citaristi, mischiato al Gianfelice Imparato di 1992, 1993 e 1994 – e in realtà morto d’infarto, anche perché uomo tutto d’un pezzo squassato dalla dissoluzione fisica e morale di quel partito a cui aveva dedicato la sua vita e la sua anima. Qui diventa solo un santino bidimensionale salvato appunto, solo da Cederna.

Il cast

Hammamet si salva solo quando regia e sceneggiatura vengono messe da parte per lasciare spazio agli attori (Favino-Cederna, Favino-Carpentieri, Favino da solo, perché vale per due), quando quella lunga serie di monologhi successivi e forzati diventano almeno dialoghi e due talenti salvano il salvabile e anche qualcosa in più.

Ma sono solo sprazzi di bellezza in un’opera senza identità, trascinata, che nell’eccesso di parole di cui è investita si trova a nuotare a fatica, annegando anche le buone idee, come quell’affezionato nipote che racconta Sigonella come la guerra vinta dal suo nonno comandante, ma la sua messa in scena senza forza e forse senza crederci tanto la rende improbabile.

Il disegno cinematografico sulla figura di Bettino Craxi

Amelio sembra non saper scegliere cosa pensare di Craxi e di quegli anni, sembra schiacciato dalla mediocrità del presente, non di rado tirato in ballo con piatte similitudini e quindi diventa benevolo con il passato.

Fa impressione che l’uomo che in passato ha saputo guardare con profetica tridimensionalità a fenomeni complessi come la migrazione, il senso della giustizia, il nostro lato oscuro storicamente fascista, i rapporti familiari, il cineasta che più di ogni altro ha davvero (ri)disegnato l’identità del nostro paese scovandola nei meandri della sua Storia e delle sue storie, qui si ritrovi per le mani qualcosa che non riesce a capire, o semplicemente non vuole.

Gli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 sono stanti anche gli anni d’oro di questo regista, che non sbagliava un colpo. E forse dentro quel Craxi, c’è anche la nostalgia del genio che è stato, del grande maestro che ora forse affronta la sua Hammamet.

Il personaggio interpretato da Pierfrancesco Favino

Finisce allora che Pierfrancesco Favino sembra Igor Protti. Quello del Bari della stagione 1995-1996. Capocannoniere, capace di vincere da solo diverse partite, di rimontarne e ribaltarne altre, di imprese come quelle di strapazzare, in Puglia, le milanesi allora in gran forma. Come Favino si mette sulle spalle tutto e tutti e sembra inarrestabile, perfetto, epico.

Ma poi, alla fine di quel campionato, il Bari retrocesse. E nonostante Favino, è quello che succede, inesorabilmente, anche ad Hammamet.

Redazione CiSiamo
La Redazione di CiSiamo.info è pronta a parlarvi di attualità, cronaca, politica, spettacolo, sport, cultura, cercando sempre di portare alla vostra attenzione i fatti più interessanti e più rilevanti che la contemporaneità ci mette davanti. Siamo pronti a far scorrere le dita sulle nostre tastiere. Noi Ci Siamo, e voi? Seguiteci sui social.