L’immortale, ecco il modello Marco D’Amore

Il successo de L'immortale è una delle cose migliori successe al cinema italiano, anche se quest’ultimo rischia di non accorgersene

L'immortale
L'immortale

Non era facile. Non era scontato. E soprattutto non era prevedibile. Il successo de L’immortale è una delle cose migliori successe (anzi, che stanno succedendo) al cinema italiano, anche se quest’ultimo rischia di non accorgersene, per eccesso di snobismo e difetto di comprensione.

Il modello D’Amore


Marco D’Amore, uno che ha talento da vendere – anche se, come ha dichiarato nella trasmissione Gagarin a Radio Rock, “mi sento più autore che attore, anche perché i grandi registi non mi hanno chiamato in questi anni, forse non sarò abbastanza bravo, ma volendo fare ancora a lungo questo lavoro, allora i film me li scrivo e me li dirigo io” – ha costruito un modello alternativo di sfruttamento di un personaggio. Da sempre un’(anti)eroe seriale è un trampolino potente, quanto una rischiosa trappola. Tanti lo usano per sfondare, quasi tutti poi cercano di ucciderlo, come rockstar e popstar fanno con le loro hit. La canzone più venduta come il ruolo più conosciuto – quello per cui ti fermano per strada, chiamandoti col nome o il soprannome del tuo personaggio – sono prigioni pericolose, maschere che nessuno ti permette più di togliere.


D’Amore, però, non ha fatto come Montanari con il Libanese, ma piuttosto come Borghi in Suburra, non ha avuto paura (neanche Montanari, si era sempre saputo quale fosse il percorso del suo personaggio): il suo Ciro Di Marzio lo ha portato fino all’alba della quarta serie, lo ha fatto affondare nel golfo di Napoli e fatto resuscitare al cinema. Senza timori, sapendo che poteva essere una miniera preziosa con ancora tante pepite da scovare, indossandolo con orgoglio per poi spiazzare tutti con una parrucca nel bellissimo Drive Me Home di Simone Catania (con Vinicio Marchioni, un altro che ha saputo costruirsi una carriera dopo il Freddo), per ricordare a tutti che poteva essere uno, nessuno e centomila e che quindi, sì, poteva essere pure il Mattia Pascal del suo boss spezzato e feroce.

Se Alessandro Borghi ha usato l’arma di scelte spiazzanti e coraggiosissime per percorrere una varietà di volti da sovrapporre al suo per poi rivivere Numero 8 ringiovanendolo per Netflix, D’Amore ha invece deciso di mostrarci tutte le sfaccettature del suo Ciro, già nella serie tv (pensate alla terza serie, in cui diventa un personaggio intimista da film d’autore, un cowboy silenzioso e sconfitto) e ora con una origin story degna di un supereroe, perché tutti sono stati bambini, anche chi si è macchiato dei peggiori crimini.

Scopriamo il Ciro ragazzino, quello che ha subito il terremoto in Irpinia, quello che ha dovuto lottare contro tutto e tutti, quello che quello sguardo lì ce l’aveva da sempre (Giuseppe Aiello, che scelta), quello che vive forse fin da piccolo quella condanna a vivere di cui l’adulto, nella serie tv, è diventato icona antropologica e filosofica. Come il primo X Files (ma anche il film di 24, ambientato in Africa), L’immortale è anche un ponte tra quarta e quinta stagione, totalmente transmediale quindi: mutuando la struttura dal secondo Padrino, con i due piani narrativi e temporali, ci offre un prequel e un sequel, la spiegazione di chi è Ciro, ma anche la visione di chi sarà, di nuovo all’Est, ma questa volta in Lettonia.

La sceneggiatura

Scritto bene – escludendo forse, nella parte di Riga, una risoluzione dell’evoluzione narrativa con qualche semplificazione di troppo -, girato meglio, L’immortale sa essere coerente con la serie di cui è spin-off, andando però avanti e altrove rispetto ad essa, non mettendo più la morte fuori campo, decidendo di esporre quel personaggio che di un nichilismo disperato e quasi romantico aveva fatto una firma paradossale. Ci voleva una sceneggiatura che non facesse sconti né prendesse scorciatoie – e finché rimane su Ciro non lo fa, forse sui personaggi femminili (più Stella che Vera, un’ottima Marianna Robustelli) qualche stereotipo di troppo ci scappa -, ecco perché D’Amore i suoi sceneggiatori li mette sul manifesto (Fasoli e Ravagli, firme storiche della Gomorra televisiva, Forgione che entrerà alla quinta, il romanziere Ghiaccio), perché è un’assunzione di responsabilità e paternità, di visione rispetto a una storia che doveva essere raccontata, che pretendeva una narrazione precisa, ma che sa sorprenderti nelle sfumature, nei non detti.

Di Marzio vive anche la resurrezione come una condanna, come una colpa in cui persino la sua seconda opportunità deve ucciderlo un giorno alla volta, costringendolo a essere sempre se stesso, e sempre più dolentemente peggiore. Ci sono poi intuizioni come gli italiani a Riga, che sembrano quel popolo sperduto della serie, agli inizi, che cercano un leader, una terra, un riscatto, laddove sanno che lo troveranno con una pena troppo grande da sopportare. E Ciro, ora come allora lo sa, ed è un Caronte che li guarda con il cinismo empatico dell’entomologo.

Una nuova frontiera

L’immortale è una nuova frontiera per il cinema italiano, un ponte tra un mondo fertile e creativo come quello seriale – Il miracolo, 1992, 1993 e 1994, La Linea Verticale, Il cacciatore, Non uccidere e altri ne sono una testimonianza – e un cinema che si sta rivoluzionando, ma ancora con troppa paura. Entrambi cercano il sentiero del genere, D’Amore lo fa con intelligenza, con caparbietà, con pazienza e ambizione (prima attore, poi regista di alcuni episodi, ora cineasta che interpreta, dirige e scrive, e evidentemente da sempre con una testa da producer all’americana), non sbaglia un colpo, offrendoci un’opera diversa, sia pur fedele agli stilemi noti, da quelle a cui siamo abituati.

Perché a livello industriale è una scommessa geniale – prendi un pubblico fidelizzatissimo e lo “costringi” ad andare al cinema, perché la quinta stagione sarebbe incomprensibile senza questo tassello filmico, facendone un’opera però ottima per entrare nell’universo Gomorra-; perché dentro ci sono Risi (figlio), uno spruzzo di Rosi, ovviamente Sollima e persino Maradona; perché come in ogni origin story c’è un inverosimile e leggendaria palingenesi di un personaggio che si ribella persino al volere di dio, salvandosi illeso dalle macerie di un terremoto crollategli addosso.


Il modello Marco D’Amore non è uccidere il proprio personaggio, ma indagarlo fino allo stremo, fino all’estremo. E mostrarcelo sempre nuovo, pur se fedelissimo a se stesso.

Redazione CiSiamo
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