Da Cetto c’è, senzadubbiamente, fino al bellissimo Light of my life, da The Report (film di denuncia politica e civile d’altri tempi e di un rigore disarmante) al J’accuse di Roman Polanski – abbiamo superato nuove frontiere del demenziale con il titolo italiano L’ufficiale e la spia (perché!?! E’ vero che il romanzo da cui è tratto, ha questo titolo, ma rimane folle averlo mutuato) – nel crocicchio strano e casuale che spesso è la distribuzione italiana ci ritroviamo un film comico, uno apocalittico, uno civile e uno storico in costume che hanno come cuore pulsante il rapporto con la morale pubblica e privata, l’importanza della coscienza collettiva nella costruzione della società e dei suoi valori, il pericolo della rottura delle regole scritte e non del (con)vivere civile.

Inevitabile, però, soffermarsi sull’ultimo meraviglioso film di uno dei più grandi cineasti viventi. In quest’ultima parte di vita e carriera, incentrata sulla riflessione profonda sulla persona in momenti di forte crisi generale e individuael – una costante del suo cinema – e su una forma e un linguaggio cinematografici estremamente classici, non ha perso alcuna capacità di essere moderno e incredibilmente fruibile anche per chi è abituato a ritmi e codici altri, rimanendo straordinariamente centrato nella scrittura come nella regia. L’ufficiale e la spia è così dolorosamente ed epicamente perfetto che, forse, il suo unico trascurabile difetto è proprio questa poderosa assenza di sporcature, fragilità, quest’omerica rotondità di racconto e sguardo.

Il regista desiderava restituire al cinema l’affaire Dreyfuss da decenni, da quando si è sentito in un ingranaggio giudiziario e mediatico simile, condividendo con lui origini e pregiudizi (degli altri nei propri confronti) e il destino infame di una macchia dolorosa e ingiusta, almeno per come la sente lui. Certo, per onestà intellettuale e storica va ricordato che Roman e Alfred non condividono lo stesso status: il primo è al centro di una vicenda controversa, in cui ha percorso una zona grigia fatta di inquirenti poco corretti e di vittime forse troppo furbe, ma anche di suoi comportamenti discutibili – l’ingiustizia è tutta nel fatto che si è dovuto esiliare, subendo calunnie per decenni mentre la sua stessa presunta vittima lo assolveva – mentre l’ufficiale dell’esercito francese accusato di alto tradimento era clamorosamente innocente.
Poteva essere un pericolo enorme la possibile identificazione. Per questo lo slittamento di senso e di ottica è determinante. Sarebbe stato troppo facile per lui proiettarsi in Dreyfus, costruire la storia del capro espiatorio, il melodramma dell’eroe alla Hurricane, per intenderci. Più facile a livello di genere cinematografico, sguardo del regista, legame tra la propria vita e il racconto storico.

La grandezza di Polanski, invece, è nel rovesciare tutto, dopo la scena iniziale, di una bellezza dolente e struggente al limite del sopportabile.
Lui ci racconta il dramma del colonnello George Piquart, relegando la vittima (interpretata da Louis Garrel) a poco più di una comparsa: l’ufficiale è un antisemita che di ebrei non ne vorrebbe in divisa, è un conservatore, è l’uomo che ha montato le accuse contro il traditore. Ma viene promosso, grazie al servizio fatto allo Stato, e i flussi delle informazioni che vanno verso la Germania senza autorizzazione, può vederli dopo quel processo infame, e capirne il significato. Non diminuendo gli stessi dopo la condanna di Alfred Dreyfus, l’innocenza di quest’ultimo è ovvia, un’equazione.

Lui, con il rigore di sempre (e qui, nell’ossessione della rettitudine che in entrambi i film è anche fisica, plasticamente visibile anche nel portamento, sembra il fratello maggiore dell’Adam Driver di The Report), lotta contro se stesso, il proprio lavoro, la ragion di stato, la propria convenienza professionale e personale. E lo stesso Polanski si posiziona, per stile e per nettezza di visione, fuori dal film, è un Emile Zola dei nostri giorni, ma il suo J’accuse – la nascita dell’intellettuale moderno, figlio e attore del proprio tempo – non lo consegna alle colonne de L’Aurore e a una lettera aperta al presidente della Repubblica, ma al mondo intero con un film che faremo fatica a dimenticare.

Perché sì, sentiamo nel film la rabbia rassegnata e viva di Polanski per una vita segnata, ma ancora di più, nelle citazioni politiche e storiche, in alcuni dialoghi e scene che sembrano strappati all’attualità – dopo questo film avrete la granitica certezza che presto qualcosa del genere si ripeterà nei nostri anni, quella Francia sembra, nelle sue lordure razziste e nazionaliste, messa decisamente meglio dei nostri continenti sovranisti e violenti -, si percepisce il sottile terrore che tutto torni. Hannah Arendt ne “Le origini del totalitarismo” fa partire l’antisemitismo politico – e quindi le radici della Shoah – proprio dalla vicenda di Alfred Dreyfus. Polanski, con un film eterno – nel senso che potrebbe essere coevo di Quarto Potere come, appunto, dei nostri anni – decide di fare ciò che Spielberg fece con Lincoln, con il presidente che corruppe dei senatori per abolire lo schiavismo nel proprio paese, un dilemma atroce come quello di Piquart che condividerà il destino di Dreyfus (fino al carcere e alla damnatio memoriae, per fortuna solo di pochi anni) per essere fedele a se stesso e ai propri ideali. Rigore morale e cinematografico, riflessione profonda sull’etica privata e pubblica, un implacabile racconto morale, Polanski e Spielberg, con diversi stili ma una cultura comune, hanno disegnato il nostro firmamento valoriale, con personaggi come Piquart – a proposito del vecchio Steven, quanto assomiglia Geroge a Schindler, rimasto tedeschissimo e con i suoi pregiudizi, ma un Giusto, anche contro se stesso -, personaggi necessari e meravigliosi. Perché le vittime ci ricordano quanto siamo andati a fondo, quante colpe abbiamo, ma i giusti ci dicono che è possibile essere diversi, cambiare le cose, andare in direzione ostinata e contraria. A prezzo di tutto, forse, ma è possibile. E non abbiamo alibi, di fronte al Male.

È un opera monumentale, bellissima L’ufficiale e la spia, gli si fa quasi un torto a darne un’analisi così politica. Ma, appunto, è talmente perfetta che è necessario capire quanto sarà fondamentale nel nostro futuro immaginario etico, estetico, cinematografico e sociale.
Nel frattempo l’autore polacco e naturalizzato francese si trova a dover far fronte all’ennesima accusa persa nella notte dei tempi, quella di Valentina Monnier, per una violenza di 44 anni fa. Difficile capire cosa sia vero o cosa no – visto che fu capace l’opinione pubblica di attaccarlo, fresco vedovo di una donna incinta di otto mesi barbaramente trucidata da Manson e soci, dicendo che quel sangue era figlio del satanismo di Rosemary’s baby (altri, meno gentili, insinuarono che potesse essere il mandante della strage) -, il punto è che mai come nel suo caso, dobbiamo fermarci a giudicare la sua arte. Come spesso accade, migliore dell’uomo. Ed essa sì, oggettiva, non infarcita di prove indiziarie e pettegolezzi come il tribunale rancoroso del popolo, con sentenze mediatiche e social, isteriche reazioni di colleghi e colleghe, ferocia ferina di chi non sa ma giudica. Quella del popolo contro Dreyfus, infame anche se fosse stato colpevole (e da lì la potenza dell’inizio de L’ufficiale e la spia).

Quindi va ringraziato per un’opera che è, nei contenuti e nella forma, una sintesi della visione di uno dei più grandi registi della storia del cinema. In fondo, Roman wasn’t built in a day.

Redazione CiSiamo
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