Il critico cinematografico, il terzo litigante che non gode

La vita, la carriera, le difficoltà di un critico cinematografico che, in tutto e per tutto, assomiglia a un arbitro di calcio.

Il critico è come l’arbitro di calcio.

Ha sempre torto.

Come il direttore di gara professionista è oggetto di insulti bilaterali: da una parte i giocatori della Settima Arte, gli attori e i registi su tutti, non lo sopportano, dall’altra il pubblico lo insulta regolarmente.

Il critico è come l’arbitro di calcio perché tutti, ma davvero tutti, sono convinti di poter fare tre mestieri: l’allenatore, la giacchetta nera e il recensore cinematografico.

Il critico è solitario, spesso sfigato, con attributi fisici patetici, soprattutto rispetto a coloro che giudica. Inutile dirvi che chi ha il fischietto in bocca e un fisico da assicuratore non fa una gran figura vicino a Higuain, Llorente o De Rossi. Come io non la faccio accanto a Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino o Raoul Bova.

Il critico è spesso frustrato e se non sa contenere quest’amarezza o voglia di rivalsa, fa errori madornali. Proprio come certi arbitri. Molti arbitri hanno sudditanza psicologica verso le grandi squadre o, banalmente, verso alcuni che nel frattempo sono diventati amici. Molti critici hanno sudditanza psicologica verso grandi registi, grandi attori o banalmente verso artisti che nel frattempo sono diventati amici.

L’arbitro, o il suo capo, a volte viene chiamato dall’oggetto del suo giudizio per rimostranze e pressioni. Il critico, o il suo capo, pure.

L’arbitro, dopo una decisione che appare ingiusta, viene aggredito verbalmente e non solo da chi l’ha subita. Il critico, meno spesso, viene aggredito dopo una stroncatura.

Il critico vive una vita folle. Lo pagano una manciata d’euro a pezzo, soprattutto se ha meno di quarantacinque anni, e se è fortunato. Il 17 del mese è già al verde e prova a comprare gli abiti dicendo ciò che si sente ripetere più spesso “belli questi jeans, li prendo. Ovviamente il pagamento è diviso: una parte a 200 giorni dall’emissione della fattura e un’altra in visibilità”. Il negoziante sotto casa mia, quando ci ho provato, mi ha picchiato.

Il critico quando va a Venezia e Cannes deve affittare un monolocale di 30 mq insieme ad altri 53 colleghi e digiunare a giorni alterni (il lunedì non mangia, il martedì salta il pasto, il mercoledì è a dieta, il giovedì è celiaco, il venerdì è vegetariano, il sabato intollerante ai latticini, la domenica gnocchi). Ma un paio di volte l’anno può succedere che un festival lo inviti in un posto esotico, in cui magari per quattro giorni è addirittura dentro un hotel a cinque stelle. E ovviamente si fa i panini con goffa circospezione nella sala dell’opulenta colazione compresa nella prenotazione, perché possa mangiare anche nel resto della giornata. Un po’ come gli arbitri, che nei giorni delle partite annusano ma non raggiungono neanche lontanamente il tenore di vita dei campioni strapagati con cui condividono il campo. E a volte l’albergo e i benefit pre e post match. Se sono stati bravi.

Il critico viene insultato con la stessa fantasia con cui, io per primo, sacramento contro quell’uomo solo sul rettangolo da gioco. Ed ha lo stesso grado di sopportazione zen nell’accogliere questi improperi.

Il critico, siamo sinceri e autocritici, spesso non voleva farlo. Moriva dalla voglia di fare il regista, lo sceneggiatore, l’attore. Ma come direbbe il Funari guzzantiano, gna’a fatta. In altri casi c’è finito perché si era scocciato delle “cose serie”, perché come editorialista politico non gli davano più così spesso la prima pagina, perché “tanto è facile”, perché mica sarà più difficile della posta del cuore, dai. L’arbitro non era abbastanza bravo a pallone. Io volevo fare l’inviato di guerra, ma amavo troppo Truffaut, Coppola, Ferreri, Germi, Scorsese, Petri, Kubrick.

Ma il critico non ha il cartellino giallo o rosso, non ha il fischietto. Quelle armi, pure un po’ grottesche, diciamocelo, gli sono proibite. Persino quel piccolo potere gli è precluso. E allora, come per chi vuole indossare quella giacchetta ora spesso multicolore, su un campo di calcio, solo uno con una forte carica di autolesionismo può decidere, in piena coscienza, di consacrare la propria vita a questo lavoro bellissimo e infame. Perché l’arbitro lo fa per i 90 minuti di adrenalina e concentrazione, per l’erba bagnata e la sfida di decidere in pochi secondi. Il critico lo fa per 90 minuti e più in cui piomba in un altro mondo, in cui assapora una delle arti più dinamiche, emozionanti, creative e eccitanti che esista. Fuori, c’è tutto il peggio. Dopo il triplice fischio, così come dopo la parola “Fine”, arbitro e critico masticano amaro e ingoiano di tutto. Lo fanno entrambi, peraltro, per due spiccioli. Soprattutto il secondo.

Ecco, per presentarmi a tutti voi sappiate che mi chiamo Boris Sollazzo e ho fatto sia il critico che l’arbitro di calcio.

Contenuti extra.

Di Boris Sollazzo registi noti e pluripremiati (ma anche produttori) hanno detto:

“Sei peggio dei personaggi del mio film. Anzi, neanche. Sei come una sfocata comparsa sullo sfondo”

“Quello lì non lo voglio alla mia anteprima”

“Sollazzo? Un simpatico cialtrone. Anzi, neanche tanto simpatico”

“Non gli farei scrivere neanche il necrologio del mio peggior nemico”

“Con lui non si sa mai. È cattivo”

“Sollazzo chi?”

“Bello scherzo che m’ha fatto. L’ammazzerei”

“È solo una maestrina saccente”

“È da ieri che ci stiamo chiedendo se ci siamo scopati la sua donna. Se ripijasse quella stelletta”

“O lui o vi togliamo la pubblicità sul film” (il direttore sottoposto a questa minaccia, scelse me, e per questo è ancora uno dei miei eroi)

“Fallito, ridicolo, cazzaro da tre lire e critico da quattro soldi. Neanche ci fossimo scopati la sorella” (sì al critico danno del cornuto e ne insultano gli affetti femminili, come all’arbitro)

“Un perdente vendicativo. Non lo sente né legge nessuno. Noi c’abbiamo milioni di follower sui social”

“Sei troppo polarizzato”

“Lei non ha futuro nel giornalismo: sarà sempre troppo di destra per le testate di sinistra, e troppo di sinistra per quelle conservatrici. Peccato”

Ma, eccomi qui.



Redazione CiSiamo
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