Figli, Mattia Torre e il ritratto di una generazione

Forse questa è una recensione, forse questa è anche una lettera a un artista straordinario. Forse è pure un pezzo autobiografico e infatti potreste leggere qualche frase in prima persona, una di quelle cose che giornalisti e critici dovrebbero evitare almeno quanto un punto esclamativo o, peggio, i punti di sospensione.

Questo non è un “pezzo” normale, perché non parla solo di Figli, uno dei film italiani più belli degli ultimi anni, di quello che dobbiamo definire come capolavoro, perché vorremmo pure che fosse il capofila di tanti altri come lui, perché in un paese normale – che non lo è, e proprio Mattia Torre ha saputo raccontarcelo meglio di tutti (andate in libreria e comprate il suo libro In mezzo al mare e poi 456, in attesa che torni a teatro) – l’autore di un’opera così lucida, divertente, illuminante, potente, tenera e feroce sarebbe corteggiato, mitizzato, portato a esempio.

In un paese normale.

Non in Italia, dove Mattia Torre, il regista di Figli (che DOVETE andare a vedere, perché parla di noi e di cosa siamo diventati e come) ha dovuto faticare, nonostante chiunque ci lavorasse insieme o anche solo ci scambiasse due chiacchiere o assistesse a uno spettacolo teatrale scritto da lui – o avesse la fortuna di leggere un suo monologo – non avesse già dubbi: quello è un genio, dicevano, dicevamo sempre. Era un modo di dire ormai, di quelli però detti con amara e rassegnata ironia, perché poi il mondo, pure il suo, non gli riconosceva neanche un decimo del suo valore. E parliamo di chi, con i sodali Ciarrapico e Vendruscolo, si inventò Boris, la rivoluzione televisiva del millennio, ciò che ha cambiato per sempre il modo di farla qui in Italia, lanciando pure una generazione di attori. Quelli che in Figli hanno fatto a gara per esserci, perché tutti dovevano, dovevamo qualcosa a Mattia Torre, profeta di una generazione dimenticata, troppo giovane per essere vecchia (e quindi baronale), troppo vecchia per essere giovane (e quindi riconosciuta come da tutelare). Essendo lui il più antiretorico degli autori, un cinico sentimentale, potremmo fare una battuta che potrebbe piacergli: non poteva che morire uno che si fa portavoce di una generazione così, senza voce.

Figli, però, non va confuso con il destino infame del suo autore, scomparso nel luglio scorso dopo una lunga e sorridente battaglia contro un tumore, raccontata con il suo stile in quella serie tv (un’altra) seminale e bellissima che è La linea verticale. Sì, lo so che cosa pensate: perché ne sento parlare solo ora? Perché non conoscevo il suo nome e di sicuro non ho mai visto la sua faccia? Perché uno che ha fatto Boris, che in altri paesi basterebbe per una vita di acclamazioni e premi e libri dedicati, da noi era ed è rimasto quasi sconosciuto? Perché siamo degli stronzi. Perché diceva le cose troppo bene Torre, con una visione troppo lucida, con una struttura di scrittura troppo poco italiana, citando il suo Stanis La Rochelle.

Torniamo a Figli, anche se è difficile parlare di questo film che come sempre nei lavori di questo autore, parla alla nicchia che racconta, ma anche a tutti gli altri. In teoria qui potrebbero riconoscersi solo i genitori di due o più figli, in realtà finisci come in Boris per entrare in quel microcosmo e comprendere perfettamente tutto. Dopo Boris ci sembrava di essere stati tutti su un set televisivo e di conoscerne ogni centimetro, ogni debolezza; dopo La linea verticale, le corsie d’ospedale, le avessimo affrontate o no, non avevano più segreti. Questo scrittore di vita e di vite, questo entomologo di un paese e dei suoi cittadini, andava oltre le facili armi dell’immedesimazione o della drammatizzazione. Ritraeva, con cura e attenzione, con sorridente perfidia, ciò che guardava, in un gioco di specchi in cui individui e realtà, in cui italiani e Italia si raccontavano l’un l’altro, incessantemente. E mentre lo faceva, raccontava anche noi, mostrava agli spettatori ciò che non sapevano di se stessi.

Figli, è questo. È il coraggio di non essere schiavi della mitizzazione tutta italiana della famiglia, ossessione moralista di un paese che tra ideologie e religione si è costruito un cappio comodo ma stretto di regole che ama disattendere di nascosto e in modo infantile, ben raccontato da quel prete che a Valerio Aprea dice incessantemente “Ammerda”. Ricorderete tutti il monologo che Mastandrea, protagonista del film con Paola Cortellesi (perfetti, misurati, con un’alchimia esagerata, in stato di grazia), portò a E poi c’è Cattelan, in cui per sei minuti e spicci Torre, con la voce di uno dei migliori attori italiani, ci dipingeva il quadro doloroso e angosciante di una famiglia di quattro persone, nel film impersonata da un disperato e irresistibile Stefano Fresi. Poi, alla fine di quel fiume di parole essenziali e azzeccate, solo un “d’altra parte il nostro cuore non è mai stato così grande” a dare non un happy end, ma solo una constatazione amichevole che la vita è quella che incontri e affronti, non quella che vorresti. Altrimenti Mattia Torre sarebbe ancora vivo, cazzo.

Figli è la demolizione del grottesco presepe di ipocrisie che una (non più) giovane coppia deve affrontare, di una generazione che quando esce dal gorgo del vittimismo scopre di avere ragione e che può far la rivoluzione semplicemente provando a fare ciò che le sembra vietato da genitori egoisti, uno stato parassita, una società che non solo non sa più unirsi e trovarsi ma che dall’autobus ai festifici è capace al massimo di parlarti e parlarsi addosso. O di guardare lo smartphone. In cui la rivoluzione diventa provare a essere normali, a fare ciò che tutti hanno fatto in passato, ma senza rete. Trapezisti della quotidianità che entrano in un cupio dissolvi di fatica e insoddisfazione, e quasi ci sperano di spiaccicarsi al suolo (Figli racconta anche questo, con voli d’angelo d’antologia), così almeno si riposano un po’.

Figli, però, è anche il ritratto delle debolezze di una generazione, la mia, quella di Mattia, di molti di voi che leggete (come ha raccontato benissimo il collega Alessandro De Simone). Di ragazzi invecchiati – che bello il ritratto di famiglie iniziale – che non sanno “restare”, sono troppo contorti, così rivendicativi, anche giustamente, da perdere l’orizzonte di ciò che possono, devono, vogliono cambiare. Alla ricerca di guru un tanto al chilo (o a 200 euro a visita) che gli dicono solo ciò che vorrebbero sentirsi dire, che scoperchiano i loro sensi di colpa – “forse semplicemente non sono all’altezza, sono una merda questa è la verità” – ma non quello che gli serve. Di chi sente un eroe caparezziano perché affronta la quotidianità, ma non sa riflettere su se stesso e piange per una festa di carnevale come se fosse clandestinità partigiana, di chi scopre che non sopporta più la moglie perché lei non vede i suoi sforzi, e non può che essere un problema neurale, da diagnosticare con TAC, risonanze magnetiche o medicine alternative. E invece la soluzione è semplice, noi uomini, maschi, siamo figli delle storture passate, del machismo inconscio che ci hanno inculcato con il biberon, e scopriamo solo con i nostri figli che ci sentiamo dei supereroi perché abbiamo imparato ciò che nessuno, a partire dalle nostre madri (vere vestali del maschilismo italico), ci ha insegnato a prenderci cura degli altri. E quindi, quando lo facciamo, lo viviamo come un’impresa.

Figli entra nelle nostre case, in ciò che preferiamo non vedere, ci fa sorridere dell’ovvietà dei nostri problemi, li ridimensiona ingigantendoli. E viceversa. Figli è un capolavoro perché come Scola, Monicelli e forse meglio (perché loro avevano una vita più facile, una società più leggibile da raccontare) sa dipingere una generazione, una città (qui la romanità non è centrale, ma c’è e si sente), un piccolo mondo moderno. E pazienza se a volte senti che manca la mano di Torre, che il regista Giuseppe Bonito – bravissimo a non essere solo un legato testamentario ma a portare in scena, sul set, sullo schermo il senso profondo delle idee e delle parole dell’uomo con cui ha lavorato per anni fianco a fianco – cade a volte comprensibilmente nella tentazione di parlare a chi quell’autore conosceva. Agli amici, ai colleghi, ai sodali, a chi ancora quel lutto non l’ha elaborato. Perché se muore un fratello è dura. Se è un genio lo è ancora di più. Ma se poteva dare a tutti noi ancora tantissimo, se il meglio doveva ancora venire, allora è insopportabile. Figli arriva troppo tardi per lui, e troppo presto per chi è rimasto.

E allora fanculo Mattia. Non te ne dovevi andare. Avevamo ancora bisogno di te, perché nessuno sapeva, come te, sbugiardarci, metterci a nudo, ridicolizzarci e dirci, alla fine, che pure se abbiamo ragione da vendere, avremo torto fin quando non proveremo a fare qualcosa. Che non è mai “colpa di un altro”.

Mattia Torre non era solo il profeta della sua generazione. Ne era la coscienza. E se Sydney Sibilia, Leo e gli altri ci han detto che la nostra generazione poteva giusto spacciare droghe legali per farcela, Torre ci ha detto che basta vivere. Con dignità e resilienza. E tanta tanta onestà intellettuale. Prendendosi sul serio il giusto.

Scusaci solo di una cosa. Sei diventato uno stereotipo anche tu. Il genio incompreso e rivalutato solo dopo la morte. Un classico, di questo paese. Colpa anche nostra, che sapevamo chi eri e non lo abbiamo urlato abbastanza. Mi piace pensare che tra i tanti scritti che hai lasciato e che i tuoi amici e sodali hanno promesso di portare in scena e sul set, ci sia un monologo anche sui coccodrilli postumi di giornalisti inadatti a salutare chi le parole le usava molto meglio di lui, su questa tendenza tutta italiana di santificare chi se ne va. Da Bettino Craxi a Mattia Torre – quanto lo troveresti beffardo? -, perché la morte è ‘na livella solo nell’ipocrisia italiana.

Fanculo Mattia. E grazie di tutto.

Redazione CiSiamo
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