Un giorno di pioggia a New York e Woody Allen, pensare che Amazon voleva tenerli in gabbia

Woody Allen è l’autore principale della nuova pellicola dal titolo “Un giorno di pioggia a New York”. Il racconto di una giovane coppia.

Un giorno di pioggia a New York, la recensione
Un giorno di pioggia a New York, la recensione

La rabbia che viene a pensare al linciaggio nei confronti di Woody Allen post #metoo, per una vicenda familiare oscura, fatta di rapporti ambigui e plagi emotivi (Allen che si sposa la figlia adottiva, Mia Farrow che condiziona gli altri prima a odiarlo e poi ad accusarlo), è tanta.

Perché quella storia aveva avuto la sua soluzione in un processo sanguinoso e doloroso, con tanto di verdetto d’innocenza; perché la verità in quella tempesta mediatica non è mai interessata a nessuno, serviva solo un usato sicuro tra i capri espiatori; perché abbiamo dovuto assistere all’avvilente fiera di attori e attrici che lo hanno rinnegato.

Un giorno di pioggia a New York, la recensione


Come Timothée Chamelet, già protagonista per Guadagnino nel suo splendido Chiamami col tuo nome e qui mattatore gentile, ma fuori dal set ominicchio che non si è fatto problemi a scagliare la pietra per lapidare chi gli aveva regalato il ruolo più bello, completo, potente della sua giovane carriera (ha 24 anni, pochi per un attore ma abbastanza per non essere vigliacchi).

Codarda per nostra fortuna non è stata Lucky Red – Occhipinti e i suoi non lo sono mai – e mentre Amazon metteva in quarantena un capolavoro, l’ha portato in Italia. Per fortuna, perché è uno dei più bei film della storia del cineasta statunitense, una sorta di straordinario compendio del suo cinema, del suo immaginario romantico e visivo, dell’amore, ora più maturo e meno “parigino” e idealizzato, per la sua New York.

Un’opera che ha la freschezza, la sfacciata ironia emotiva e il feroce sarcasmo sociale degli inizi ma anche la forza della maturità, di tanti anni dietro la macchina da presa (e non più davanti), di una sensibilità e una profondità, se possibile aumentate, mutate, divenute più complesse e particolari.

Un film a tutto tondo

E una modernità sconcertante: la giovane coppia raccontata è figlia del suo tempo e non della visione di un vecchio, Allen riesce a comprendere e sentire una generazione lontanissima da lui, per dialettica, cultura, abitudini, sentimenti, speranze. Lo fa con levità e la sua capacità di disseminare sceneggiatura e narrazione di frasi iconiche – “la città ha preso il sopravvento” -, con archetipi da destrutturare senza rinunciare a ridicolizzarli (i due figli della borghesia, quello snob della Grande Mela, ansioso di mostrarle ciò che la porterà via, quella più naive della provincia dell’Arizona, un’incantevole Elle Fanning), con una regia non di rado audace, ma senza perdere la sua classicità, alleniana e non solo.

I protagonisti

Un film, Un giorno di pioggia a New York, che potrebbe essere figlio di decenni fa come di questi tempi, con un’eleganza mai affettata, come nelle luci di Vittorio Storaro, maestro che come il regista non si ostina a imporre il suo stile, pur riconoscibilissimo e impetuoso nell’affermarsi anche qui, ma si mette al servizio di una storia d’amore raccontata nella sua dissoluzione, mentre la formazione sentimentale di due ragazzi si intreccia al sogno del cinema (Liev Schrieber, che bravo, meno male che Woody sa ripescare talenti come nessun altro, qui è tanto cialtrone quanto seduttivo) o alle tentazioni più banali e irresistibili (Selena Gomez, perché il nostro ama sorprenderci con figure femminili che mai penseremmo adatte al suo mondo, e ci riesce anche questa volta).

Il grande schermo con Woody Allen


Con questo film si riscrivono i canoni del romanticismo su grande schermo, e lo si fa in un’ora e mezza, con una sintesi che calibra parole, immagini, volti, voci, uomini e donne come note in una partitura jazz, sempre a un passo dall’apparirti disarmonici perché sembrano destinati a una direzione finché non ti spiazzano e invece improvvisamente perfetti, musicalmente omogenei, in una jam session che non stanca chi la suona e chi la ascolta.

Gatsby e Ashleigh – i suoi vezzi, Allen, li tiene da parte dopo almeno tre decenni di istrionismi e film più o meno furbi o derivativi, e li consegna solo ai nomi dati ai protagonisti – sembrano fratelli o cugini della coppia di La La Land, più ingenui e alla deriva, più veri e condannati a sfuggire la normalità quanto gli altri la rimpiangono.

La città di New York


I piccoli grandi capitali esprimono generazioni con identità liquide, Allen le dipinge come e meglio dei suoi “nipoti” Gerwig e Baumbach, l’ebraismo continua a essere uno sfondo su cui dipingere le proprie scene, i cliché un obiettivo da centrare ma allo stesso tempo da aggirare in modo sofisticato per raccontare, con i sentimenti, che America, che New York, che uomini e donne vede, vive, sente un regista che come nessuno ha saputo far parlare il nostro e il suo inconscio emotivo.

Il lungometraggio statunitense

Ha l’eleganza ostinata di Midnight in Paris, la malinconia struggente de La ruota delle meraviglie, qualcosa di tutte le tragedie mostrate nella seconda parte della sua carriera, oltre che Io e Annie e Manhattan a fare da padri nobili. Ma sono solo semi, perché Un giorno di pioggia a New York brilla di luce propria, è quasi un nuovo esordio a un’età in cui normalmente si fa l’ultimo lungometraggio.

Jude Law, Diego Luna sono contrappunti vanitosi di chi, anche nei momenti più bui, ha sempre saputo dirigere gli attori come nessuno, è un’esibizione di talento, loro e suo, che è sì, forse, esercizio di stile, ma funzionale al racconto e irresistibile per lo spettatore.

Volevano tenere in gabbia Un giorno di pioggia a New York e Woody Allen al suo meglio, ma in fondo siamo in un mondo che vorrebbe vietarci Gaugin per le sue pessime abitudini sessuali in Polinesia e dintorni. L’ipocrisia puritana ucciderà l’arte. E a raccontarcelo, c’è da giurarci, prima o poi sarà Woody Allen.

Redazione CiSiamo
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