Gli uomini d’oro e quel Fabio De Luigi cattivissimo

Alfieri è tra i migliori della sua generazione e lo dimostra con un'opera incredibilmente matura e completa

Settimana incredibile questa. Tra Scorsese (The Irishman) e Bong Joon-Ho (Parasite, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes), due capolavori epocali, tra Belle Epoque, grazioso, furbo e brillante e il felice incontro Mattotti-Buzzati in La famosa invasione degli orsi in Sicilia, abbiamo in un solo fine settimana, arte e qualità a livelli altissimi.

Noi però questo poker per ora lo lasciamo da parte, perché c’è un lungometraggio italiano, l’opera seconda di Vincenzo Alfieri – quello de I peggiori, cult sottovalutato che lo vedeva anche attore insieme a Lino Guanciale – che è potente, spiazzante, profondamente diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati. Gli uomini d’oro è un thriller, un heist movie, un film d’autore che indaga con ferocia nell’animo degli ultimi che provano a prendere una scorciatoia per superare i primi, è intrattenimento puro e raffinatezza stilistica e di scrittura (nei dialoghi come nel montaggio, tra i migliori degli ultimi anni, curato dal regista stesso), è quell’opera che se non la vai a vedere, poi non puoi lamentarti “che questi film in Italia non li fanno”. Perché se succede e diserti le sale, vuoi sempre la solita commedia con titolo rosso su sfondo bianco, grossolana e media. Nel senso che blandisce l’italiano medio.

Ci vuole un grande regista per tenere la tensione di una storia che non ammicca, ma che ammacca, per la sua verità (è successa davvero, Alfieri si è ispirato alla rapina del 25 giugno 1996, a Torino, alle Poste: colpo da 5 miliardi di lire), per la sua capacità di portarci dentro un microcosmo depresso e squallido, in cui anche i sogni grandi sono piccoli, siano un centro estetico o il Costa Rica, ma anche per l’epica antiretorica del colpo grosso di chi è abbastanza disperato da preferire “20 anni in galera che 20 anni alle Poste”.

Giuliano Guerzoni, autista del furgone blindato, Enrico Ughini, ex postino e baby pensionato 40enne, e Domenico Cante, 40 anni, lo «scambista», diventano, con nomi diversi ovviamente, Giampaolo Morelli, già Coliandro e tra i protagonisti di Smetto quando voglio, eroe di Ammore e Malavita, uno che il genere “sporco” (innesta sempre commedia con crime, musical, poliziotteschi nei suoi ruoli poetici e cialtroni) ce l’ha nel sangue ed è così bravo da farti dimenticare quanto sia figo e istrione, Giuseppe Ragone, uno di quei caratteristi che non sbagliano una posa, e Fabio De Luigi.

Ecco, Fabio De Luigi. Qui c’è la chiave del film, nel ruolo che ha scelto con coraggio e che Alfieri ha voluto per lui. Alvise è un uomo meschino, ferito nel corpo e nell’anima, rancoroso, il suo cuore funziona male (in tutti i sensi), ha uno strano senso dell’onore e del sacrificio. Il regista prende un comico, con una faccia da buono, e lo mette in condizione di poter fare un vero cattivo. Non il bad boy paraculo o l’uomo che sceglie il Male per una backstory strappalacrime, che pure avrebbe. Alvise è uno di noi, un Luigi delle Bicocche caparezziano che però quello che gli spetterebbe se lo vuole prendere senza tanti complimenti: De Luigi che di ruoli “diversi” ne aveva già fatti (Happy Family e Come dio Comanda con Salvatores, a suo modo Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati, quella chicca dimenticata di Ogni volta che te ne vai di Davide Cocchi e pure, per i più nerd, il disertore fascista de Il partigiano Johnny), qui si supera. Indossa, dopo anni da icona della commedia, gli scomodi panni di un travet incattivito con l’aiuto di un cineasta che intuisce tutte le sfaccettature del suo grande talento e ci stupisce a ogni scena.

Per la verità del suo furore, della sua violenza repressa e depressa, per il cinismo lucido, per la paura che fa fatica a trattenere quando è braccato o solo in difficoltà. Attorno a lui ballano altri top player: da un Edoardo Leo che dipinge il suo pugile suonato con poche pennellate, sguardi sconfitti e un corpo pesante (allenamenti duri e una dieta all’ingrasso per raggiungere il peso “massimo”) a Gianmarco Tognazzi che come il vino migliora invecchiando e qui trova un ruolo che altri avrebbero liquidato cercando la macchietta e lui invece ne fa un bastardo che meriterebbe un film a parte, per il fascino e il lato oscuro che nasconde. E ancora Susy Laude – ma quanto è brava – e Matilde Gioli, a cui bastano pochi momenti per riuscire a conquistare spettatori e protagonista.

Gli uomini d’oro ha la magia del cinema americano con cui è cresciuta la generazione del suo regista, lo spessore del noir più cattivo e vero, l’agilità e la brillantezza dei film di rapina più celebrati: non ha bisogno di un budget mostre, né tanto meno di effetti speciali, tutto è giocato sul linguaggio cinematografico, sul ritmo, sull’uso della musica, su una sceneggiatura che ha evidentemente lavorato prima sull’immaginario e poi sulla caratterizzazione dei personaggi. Parla di una storia di vent’anni fa, eppure Gimbo Tognazzi sarto d’alto bordo e infimo strozzino, così come l’uomo la cui vita è un continuo ko tecnico, Edoardo Leo, sono attualissimi, così come il rapporto malato con il denaro di un mondo che non sa più cosa sia la lotta di classe, perché ha scoperto che essere buoni o cattivi, onesti o disonesti – geniale la battuta calcistica di De Luigi che, di fronte al bottino, dice “ladri” a uno juventino, per motivi prettamente (anti)sportivi – è solo un fatto d’opportunità, tempistica e potere.

Alfieri è tra i migliori della sua generazione e lo dimostra con un’opera incredibilmente matura e completa, così tanto che rischia di trovare un pubblico impreparato a tanta qualità, cura, audacia. Come Sibilia e Mainetti fa quadrato con chi anagraficamente e creativamente è sulla sua stessa lunghezza d’onda (Gli uomini d’oro l’ha scritto con Giuseppe G. Stasi, coregista insieme a Giancarlo Fontana di Metti la nonna in freezer, altro gran ruolo per De Luigi, e Bentornato presidente; Renato Sannio, forse poco capace di autopromuoversi ma ha messo lo zampino nelle storie più interessanti e “diverse” del nostro cinema negli ultimi anni; Alessandro Aronadio, tra i migliori cineasti su piazza, da Orecchie a Io c’è).

Sì, Gli uomini d’oro mi è piaciuto. E pure tanto: perché in un cinema pavido, un regista con le palle che punta su un attore (Fabio De Luigi, dategli il David altrimenti reagisco male) per il suo talento e non per la sua “commerciabilità”, accettando la sfida di portarlo dove non era mai stato invece di fargli fare sempre lo stesso ruolo, attori che accettano personaggi difficili ma estremamente motivanti (anche i comprimari, si veda Guglielmo Poggi, irritante poliziotto cattivo azzimato e cinico), una sceneggiatura cazzuta e una grammatica cinematografica altra e coraggiosa, come tutto il progetto, sono ossigeno puro.

Ecco perché di The Irishman e Parasite, due capolavori (il secondo entrerà nei libri di storia), parleremo fra qualche giorno. Perché quando storcete la bocca e dite “no, io il cinema italiano non lo guardo” pensateci prima. Perché vi perdereste Gli uomini d’oro. Come probabilmente è già successo con Smetto quando voglio (nessuno dei tre capitoli ha superato i 4 milioni di euro), Lo chiamavano Jeeg Robot (più o meno le stesse cifre), Il primo re (incredibilmente circa la metà). Poi date pure la colpa a produttori, esercenti e distributori, all’autocensura dei cineasti, agli attori pigri, alla pioggia, all’invasione di cavallette, al fatto che foste rimasti senza benzina, con una gomma a terra. Non avevate i soldi per prendere il taxi. La tintoria non vi aveva portato il tight. C’era il funerale di vostra madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Ma la verità è che se non andate, andiamo a vedere Gli uomini d’oro di Vincenzo Alfieri la colpa di un’arte e di un’industria più povere, materialmente e artisticamente, è vostra, nostra. Perché lo insegna Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese: se vogliamo un cinema italiano diverso, storie non tutte uguali e prive di sciatteria, dobbiamo andarcele a prendere.

Redazione CiSiamo
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