Grazie a Dio c’è François Ozon

François Ozon
François Ozon

François Ozon è uno di quei cineasti che segui con interesse, che impari ad amare con il tempo, quando capisci che non ha paura di nulla, quando ti rendi conto che vola tra i generi cinematografici con leggerezza, sensibilità e talento, quando vedi come riesce a gestire un melodramma di guerra in bianco e nero come Frantz, emozionarci (pure troppo) con Doppio Amore e il suo erotismo non banale, per planare sul duro, civile, essenziale Grazie a Dio, storia epica ed etica di un uomo che vuole giustizia, davanti a Dio e agli uomini.

Perché un prete, quand’era bambino e scout, lo ha violato, la colpa e il reato più infame, e lui non vuole che accada ancora ad altri. Ozon ci conduce nel dramma (realmente accaduto) di Alexandre, cattolico praticante, che già padre di cinque figli capisce di dover chiudere quel capitolo della sua vita, e non farlo nel silenzio. Si scontra contro il muro di gomma di un clero opportunista, un secondo stupro, più profondo, alla sua coscienza e identità. È la storia di un uomo coraggioso e ferito, che lotta per i bambini violentati e per quelli da proteggere da un mostro che ancora esercita la sua funzione, dicendo messa e facendo catechesi. Non importa quanto debba soffrire, lui, ancora.

Ozon indaga l’animo maschile – lui che da sempre è un poeta della femminilità – con cura, pudore, fermezza, ci commuove con una grammatica cinematografica che sorprendentemente qui agisce per sottrazione, non seguendo i suoi eccessi emotivi, i suoi colori, le sue intuizioni solite, ma piuttosto si rifugia in un rigore mai retorico, una limpidezza narrativa rara. Così da risultare ben più potente e completo dello spettacolare Il caso Spotlight e meno squilibrato e rabbioso de La mala educaciòn. Risultando migliore, perché Grazie a Dio (uscito il 17 ottobre) ti inchioda a quell’orrore, con la sola forza della parola e dello sguardo (non hai bisogno di prove, per credere ad Alexandre), di una lotta stoica e lacerante. Orso d’Argento alla Berlinale, Ozon qui ci regala uno dei suoi film migliori e più difficili. Lo intuisci anche dalla passione con cui ne parla.

Come solo Steven Soderbergh, lei riesce a percorrere tutti i generi, cambiando costantemente grammatica cinematografica, visione, tono. Casualità, passione o progetto?

Non so giudicare la mia carriera, non credo neanche spetti a me farlo. Non so rendermi conto del mio percorso mentre lo compio, non voglio razionalizzare quello che faccio, procedo per istinto nella scelta delle storie che decido di raccontare. Però è vero che forse i film che fai in parte sono pure il riflesso del momento che vivi tu come persona e arrivato a un certo grado di maturità personale o professionale ho evidentemente sentito il bisogno di affrontare certe tematiche. Poi il tutto si è unito, in quest’ultimo film, Grazie a Dio, al desiderio di esprimere le emozioni dal punto di vista maschile, avendo avuto prevalentemente donne forti al centro dei miei film.
Credo sia un modo indiretto per riflettere anche su me stesso.

Come è arrivato alla storia di Alexandre Dussot e padre Bernard Preynat?

L’ho scoperta per caso, navigando su internet, sul sito La parola liberata, fondato proprio da Dussot, quando si rese conto che il suo aguzzino era un pedofilo seriale. C’era la sua testimonianza, il racconto di un uomo molto cattolico, praticante, che mi colpì tra tante, che pure erano altrettanto potenti. La sua battaglia lunga e solitaria contro Chiesa e Diocesi perché riconoscessero le loro responsabilità e agissero di conseguenza mi ha subito affascinato, perché nonostante ciò che avesse subìto non aveva abbandonato Dio, ma era furioso per il fatto che i suoi rappresentanti non ne fossero degni. A quel punto l’ho chiamato, ci siamo incontrati e lui si è presentato con questo enorme dossier che conteneva mail, corrispondenze, tutto: era così accurato e approfondito che ho deciso di tenere nel film i nomi veri di carnefici e complici, anche quando lo erano solo moralmente.

Mi raccontò la sua storia, poi mi disse “fanne quello che vuoi”. E lì è stato come tirare il filo della matassa. Non era la prima volta che gli accadeva una situazione del genere: per due anni aveva cercato una soluzione interna alla Chiesa, poi, esasperato e deluso, ha iniziato l’iter giudiziario e la polizia ha avviato le indagini su altre vittime, essendo il suo reato, purtroppo, prescritto. Anche lì lui ha fatto il lavoro “sporco” e poi ha passato il testimone ad altre vittime reperite dagli inquirenti. Quel testimone poi l’ha dato a me.

Ciò che colpisce è la misura dell’interpretazione degli attori, straordinari, e il rigore del racconto. Deve essere stato difficile non abbandonarsi all’indignazione rabbiosa, alla retorica, all’invettiva.

Era l’unico modo per portare questa storia sul grande schermo, per farla conoscere davvero, l’unico per rispettare una storia così dolorosa. Almeno per me. I miei attori (Melvil Poupaud, nella parte di Alexandre), Denis Menochet (François, anche lui violentato da Preynat), François Marthouret (l’ambiguo cardinale Barbarin) e tanti altri (tra cui Josiane Balasko e Bernard Verley) invece sostengono che non sia stato difficile, dicono di aver subito sentito empatia con i loro personaggi. Io l’ho scelti perché li sentivo aderenti a quella storia, per esperienze e traumi passati ma anche per il loro essere padri. Inoltre il loro talento è talmente evidente e potente, che ha fatto il resto.

Lei non ha voluto la spettacolarità de Il caso Spotlight, né la rabbia de La mala educaciòn. Lei ha voluto raccontare il dolore di chi non viene ascoltato. Perché se è infame un prete che violenta un bambino che dovrebbe crescere e proteggere, lo è ancora di più quella Chiesa che non lo punisce e anzi lo mette in condizione di nuocere ancora. E che violenta la vittima una seconda volta con il silenzio, l’indifferenza, non dando giustizia a quel bambino che diventato adulto la chiede.

Hai ragione. Tanto che mi sono reso conto che il centro di questo film non è la Chiesa e forse neanche la pedofilia, che infatti non viene mai mostrata ma evocata. Il centro di tutto è la Parola. Me ne rendo conto profondamente solo ora, nel momento in cui si ritrova la Parola, si trova anche la verità. Può essere preziosa, ma anche, allo stesso tempo, pericolosa, nel caso di un abuso. Riacquistarla, verbalizzare quel dolore è quanto di più difficile esista. Ma, come dice Alexandre ai suoi figli, quando racconta loro cosa gli è successo, darà il coraggio a loro e agli altri di non subire nulla in silenzio, di parlare, di non vergognarsi.

Nessuno capisce che l’orrore della pedofilia sta anche nel rendere il futuro adulto una bomba a orologeria. Prima o poi quel trauma tornerà in superficie e se quel bambino lo esprimerà, quel dolore si riverserà anche su tutti coloro che fanno parte della sua vita. Quando quel bambino parla, anche 30 anni dopo, è infame rispondere con il silenzio, con l’indifferenza, con un muro di gomma. È una seconda insopportabile violenza.

Ha detto che è un film maschile, per una volta. Eppure i personaggi femminili, pur in ruoli da comprimarie, sono fondamentali. In positivo (la moglie di Alexandre), come in negativo (la madre).

Per forza. Parlando con le vittime degli abusi ti rendi conto che chi è riuscito ad andare avanti ha avuto molto spesso il sostegno e l’accompagnamento all’uscita e al superamento del trauma delle donne della loro vita, siano esse le madri o le compagne. La moglie di Alexandre, in particolare, mi colpì molto: le chiesi se la scelta del marito di affrontare quella guerra contro la Chiesa francese, di tirare fuori di nuovo quegli anni, di esporsi non avesse minato la loro relazione, la loro serenità, i rapporti familiari.

Lei si alzò, mi chiese di attendere, chiuse la porta dicendo che non voleva che i figli sentissero. Poi mi confessò che anche lei aveva subito una violenza da bambina e che aveva operato una scelta radicalmente opposta rispetto al marito. Insomma, sapeva benissimo cosa stava vivendo e non poteva che stargli accanto. Erano sodali da prima di conoscersi. Ci ho pensato a lungo e due giorni dopo, pur avendomi detto lei che nessuno lo sapeva, le ho chiesto di poterlo mettere nel film, era un tassello fondamentale della storia. Lei mi ha detto che sì, potevo farlo, ma cambiando il nome del colpevole.

Questo film è diverso da tutti gli altri sulla pedofilia nella Chiesa, perché sembra un film cattolico sul tema, un richiamo alle responsabilità di una Chiesa che deve essere degna dei suoi principi fondanti. Se non sono indiscreto, qual è il suo rapporto con la religione?

Io ho ricevuto un’educazione cattolica, ho ricevuto i sacramenti, ho persino fatto catechismo. Solo che arrivato all’adolescenza è cambiato tutto. Intendiamoci, sono contento di aver avuto questa formazione perché sono convinto che abbia ampliato la mia cultura e di sicuro mi ha dato quel gusto del peccato e della trasgressione così importante per un artista. Da ragazzo però ho visto con chiarezza quanto fosse ipocrita l’atteggiamento della Chiesa rispetto alla realtà della sessualità e persi del tutto la fede. Ti confesserò, però, che ho talmente paura di volare che su un aereo torno a credere e recito sempre la mia preghiera!

Redazione CiSiamo
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