Coronavirus pietra tombale dell’integrazione europea. Dialogo con Marco Baldassari, docente di relazioni internazionali

Marco Baldassarri

Dall’annuncio di Christine Lagarde, neopresidente della Bce, che qualche settimana fa dichiarava: “Non siamo qui per fare sconti sugli spread”, fino al niet di Olanda e Germania sull’ipotesi di mettere in comune parte del debito pubblico dei paesi dell’eurozona, l’emergenza Coronavirus fa risorgere prepotentemente conflitti sopiti tra Nord e Sud, ostacolando sul nascere ogni progetto di solidarietà fiscale. Cosa resterà alla fine dell’epidemia di questo processo di integrazione europea mai del tutto compiuto? Basteranno i vincoli di bilancio allentati e i paracaduti rappresentato dal MES (Meccanismo europeo di stabilità) e dal SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) a tenere unito il puzzle, oppure il Coronavirus per l’Unione Europea rappresenterà la pietra tombale? E’ questa la tesi di Marco Baldassari, docente a contratto di Comparative History of Government  all’Università di Pavia, che dipinge uno scenario dai tratti cupi sul futuro dell’Unione.

Dov’è l’Europa nell’emergenza Coronavirus? Sembra che la politica sovranazionale stia lasciando il posto al riemergere delle sovranità nazionali. E’ effettivamente così o la convincono le misure intraprese a supporto dei paesi più colpiti, come il SURE?

La reazione europea all’emergenza è stata scomposta e tardiva, ma le competenze nell’ambito della salute pubblica restano nazionali. Quindi gli stati, in primis l’Italia che è stato il Paese più colpito, hanno dovuto necessariamente agire da soli. C’è da stupirsi quindi non tanto della mancata reazione da parte dell’UE in campo sanitario, ma piuttosto dell’insufficiente reazione in ambito economico. I tentennamenti inziali sono stati fatali. Lagarde si illudeva di poter avanzare con il business as usual, cioè assegnando il primato alle regole di contenimento di bilancio e alla stabilità, e in subordine alla crescita economica, ha voluto dare il contentino alla Germania. Ma il virus ha messo tutti davanti al principio di realtà.

Si aspettava che i paesi dell’Unione avrebbero reagito in modo così diverso all’emergenza pandemia, senza una strategia condivisa?

Era di gran lunga prevedibile. L’ambito sanitario rientra nelle competenze dell’Unione per ciò che attiene al mercato interno, non è una competenza esclusiva. Sono gli stati che decidono come organizzare i propri sistemi ospedalieri che, come sappiamo, sono profondamente diversi da paese a paese. Il tema semmai è come mettere i paesi in condizione di parità economica per poter finanziare la spesa per investimento in settori come sanità ed istruzione, dal momento che non esiste un sistema sanitario unico, europeo. In questo l’approccio neoliberista all’integrazione europea ha piuttosto insistito su una strategia politica di contenimento della spesa. Metto in evidenza il dato che nel 1980 in Italia avevamo 9 posti letti per 1000 abitanti e oggi sono ridotti a 2,5. Questa “macelleria sociale” non si può spiegare solo con “gli sprechi”. Ci sono state scelte politiche nazionali ed europee che sono andate nella direzione di un progressivo smantellamento dei nostri sistemi di welfare per come li abbiamo conosciuti nei cosiddetti anni gloriosi del capitalismo maturo.

Come valuta il continuo ricorso del Governo Conte alla decretazione d’urgenza in questo periodo? C’è chi invoca – come la Meloni – la riconvocazione del parlamento per non sospendere la democrazia. Si può parlare di stato di eccezione?

Certamente l’eccezionalità di questa situazione, di cui non si ha memoria dal dopoguerra ad oggi, è innegabile. Letture catastrofistiche, quasi apocalittiche di cambiamento radicale a mio avviso sono però eccessive. Non ci sarà nessuna palingenesi o fine del mondo. Lo stato d’eccezione, in senso stretto, prevede la sospensione di un ordinamento giuridico e la sostituzione temporanea della legge, per ragioni di sicurezza e protezione con un “dictator”. Credo che nonostante le limitazioni evidenti del nostro stile di vita e delle nostre libertà, ciò non rappresenti un vero e proprio “stato d’eccezione”, ma piuttosto occorrerebbe parlare di uno “stato d’emergenza”, per altro invocato dal basso (dalla società) e dalla nazione, non da un élite, o imposta dai “poteri forti”. Qui sta la differenza fondamentale.

Per una volta la salute ha il primato sull’economia. La partecipazione e la solidarietà e persino la compostezza degli italiani, nonostante le polemiche e il gossip di questi giorni, sono stati encomiabili. Così come gli sforzi del personale medico. Credo quindi che letture che enfatizzano il controllo bio-politico e poliziesco sulle vite, quasi a vederne l’esperimento di nuova forma di governo, non colgano nel segno e che la decretazione d’urgenza in questo caso corrisponda piuttosto ad un’occasione per un risveglio dello Stato. Conte ha cercato di gestire l’emergenza da Capo del Governo, fa ciò che ci si aspetta che un governo debba fare. Certo questo non deve significare una rinuncia all’esercizio della democrazia e della politica.

La crisi non può rimanere solo una questione tecnica riguardante la salute, depoliticizzata. Ci impone di ripensare i rapporti sociali e di potere, gli stili di vita e nuovi modi di produrre.

Passiamo al fronte economico. E’ sufficiente allentare i vincoli di bilancio per far fronte al rischio di recessione connesso alla pandemia? L’Unione Europea sta fornendo all’Italia adeguate misure per evitare la crisi?

Chiaramente il Patto di Stabilità e Crescita non può che essere “sospeso”, attivando la clausola di salvaguardia. Questo almeno salvo diversi accordi. Ma l’impianto rimane confermato e verrà ripristinato a crisi finita. In altre parole, non si tratta di una riforma del PSC, anche se il Coronavirus avrebbe potuto fornirne l’occasione. Il pacchetto di emergenza della BCE di 750 miliardi più altre briciole per il fondo di coesione e quello della ricerca, e forse il più recente SURE, non saranno sufficienti anche se si sente sempre parlare “di ultima occasione” per l’Europa: occorrerà fare molto di più, fino a decidere finalmente per l’acquisto di titolo di Stato sui mercati primari, emettendo denaro per finanziare deficit e debito.

Del resto è ampiamente dimostrato che l’altalena dello spread non dipende dall’affidabilità dei “lassisti” paesi mediterranei, ma dall’avere una vera banca centrale in grado di garantire per tutta la zona euro. Credo che rimandare questa scelta cercando misure palliative non porti da nessuna parte. Piuttosto che guardare ai Coronabond si dovrebbe insistere per l’emissione di Eurobond. Entrambi sono titoli europei, cioè emessi dall’Unione la cui solvibilità sarebbe a carico di tutta la zona euro, spezzando in questo modo il ricatto della “dittatura dello spread”, ovvero del differenziale di rendimento dei titoli di Stato che obbliga de facto i paesi alla svalutazione interna, quindi alla compressione salariale  (non dimentichiamo che l’euro – caso unico al mondo di moneta senza Stato –  è una moneta debole per paesi forti come la Germania e forte per paesi più deboli come quelli mediterranei.

I rapporti commerciali sono quindi squilibrati e il sistema attualmente non prevede un meccanismo di rebalancing). Mentre i Coronabond sarebbero titoli emergenziali, legati alla pandemia, quindi una tantum, i secondi rappresenterebbero invece un intervento più strutturale e costituirebbero un primo passo verso la “mutualizzazione dei debiti” degli Stati membri, che, ricordiamolo, è l’unica vera condizione per parlare d’integrazione europea e di solidarietà in termini concreti. Tutto il resto sono chiacchiere.  Dubito, però, che in questa situazione di grande frammentazione e incertezza i Paesi riescano a raggiungere un accordo su questo tema. La Germania, tutto sommato, non vuole rinunciare a giocare il ruolo dell’egemone riluttante, per lei ancora conveniente. La domanda è sino a quando sarà così.

In attesa della prossima riunione dell’Eurogruppo, sembra ormai raggiunto l’accordo franco-tedesco su un MES “light”. Quindi ancora una volta la posizione tedesca trionferebbe, a scapito di una posizione (Italia, Spagna) maggiormente incline a trovare diversi dispositivi di condivisione dei rischi.

Facciamo chiarezza anche sulla differenza tra il Mes, il cosiddetto fondo salva stati e il programma Sure. In che modo possono essere utili in questa fase? Il paracadute che portata dovrebbe avere in termini quantitativi per essere adeguato alla situazione italiana?

Chiariamo subito che l’acronimo sta proprio a significare che si tratta di un “Meccanismo” per la “stabilità”, quindi solo impropriamente si parla di Fondo. E’ un organismo di carattere intergovernativo creato nel 2012, in grado di operare in situazioni di conclamata emergenza a sostegno di un paese in difficoltà. Ma si tratta di un sistema non progettato per il sostegno della crescita e per il finanziamento, come la Banca Europea per gli Investimenti.

Il MES è un vero e proprio dispositivo di controllo sul finanziamento condizionale che concede prestiti. Cioè denaro in cambio di “rigide condizioni” che significano “riforme strutturali”, tagli alla spesa pubblica, riduzione dell’età pensionabile, privatizzazione dei servizi, una maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro (che si traduce nell’abbassamento dei salari).  Insomma, una ricetta che abbiamo già visto sciaguratamente applicata alla Grecia). Il MES ha una potenza di fuoco pari a 700 miliardi, ma la cosa più grave è che il MES rappresenta un paradosso: da un lato sembrerebbe fornire aiuto ma nella pratica, ricapitalizzando le banche in difficoltà, alimenta un circolo vizioso in cui di fatto la spesa per investimento non viene incentivata, ma anzi è negata per principio. Per cui pare assurdo rivolgersi a questo organismo. 

Anche il recente Piano SURE della Commissione, una sorta di Fondo temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione, che riuscirebbe a mobilitare fino a 100 miliardi, ma che in realtà sono 25, è su basi di garanzie volontarie degli Stati membri da comporre ed accordare dopo l’approvazione all’unanimità. La Commissione potrà quindi contrarre prestiti sui mercati finanziari. Ci si rivolge sempre al mercato, insomma. Al di là della labirintica e lunga procedura, l’effetto annuncio di Ursula von der Leyen  con il SURE, nasconde il fatto che si tratta di uno strumento temporaneo a cui gli Stati possono accedere sotto rigide condizionalità e impegnandosi, in futuro, a ridurre la spesa pubblica. Manca, insomma, un cambiamento di paradigma, occorre prima di tutto disinquinare i pozzi dal neoliberismo e dall’idea che l’intervento pubblico debba essere sempre subordinato agli animal spirits dei mercati.

Per cambiare rotta occorrerebbe smetterla con la demonizzazione del “deficit spending” degli Stati, almeno fintanto che non ci sono gli strumenti per un “deficit spending” a livello europeo (anche se questo, per ora, è espressamente vietato dai Trattati).

Cosa resterà dell’Unione europea alla fine di questa pandemia? E’ doveroso ripensarne i pilastri?

L’Europa anziché lamentarsi e condannare sé stessa a rimanere un vaso di coccio fra quelli di ferro del mondo multipolare dovrebbe abbandonare la sua retorica post-sovrana e iniziare a instaurare un dialogo politico più proficuo con la Cina. Massimo Cacciari ha affermato che la risposta dell’Europa all’emergenza del Coronavirus è stata tragicomica e che questo ne determinerà la fine, Il Coronavirus è la pietra tombale dell’integrazione. In realtà l’UE è già da tempo avviata verso una disintegrazione. La frammentazione mette in evidenza come la dimensione sovranazionale conti sempre meno e a decidere sia invece quella intergovernativa. La Germania sta ancora usando la governance europea per imporre di fatto la sua linea. E’ questo nodo gordiano che bisogna affrontare. E lo si può fare solo attraverso una decisione, ma vera, non con la governance e soluzioni tecnocratiche.