Nell’emergenza Coronavirus risorge lo Stato: dialogo con Preterossi

Dal primario dell’ospedale di Codogno, Giorgio Scanzi, tornato al lavoro in fretta e furia dalle ferie per dare una mano ai colleghi in trincea, costretti a turni estenuanti per arginare il contagio da Coronavirus nell’epicentro del focolaio lombardo. A Davide Bastoni, medico dell’ospedale di Piacenza che, mascherina in volto, camice e pollice alzato, pubblica una foto sui social e scrive: “Io servo così il mio paese”. Passando per il sindaco di Borgonovo, Pietro Mazzocchi che, mentre scopre di essere positivo al Covid-19, si preoccupa di come far andare avanti la macchina amministrativa in caso di quarantena prolungata.

Tre figure diverse, tre diverse zone di provenienza, un unico comune denominatore: un ritrovato senso dello Stato e delle istituzioni che parte dall’orgoglio dei suoi servitori e “contagia”, cittadini del Nord Italia sottoposti in queste ore a ordinanze (sindacali e regionali) restrittive, dalla chiusura delle scuole a quella dei bar, arrivando fino al divieto di uscita dai comuni della cosiddetta “zona rossa”. A diffondersi in queste ore, assieme alla paura, è un nuovo patto sociale, in cui la consueta libertà di azione privata viene temporaneamente sacrificata in nome di un bene comune superiore. Ma quali saranno gli effetti sul fronte sociale e politico dell’emergenza Coronavirus? Ne abbiamo discusso con Geminello Preterossi, professore di Filosofia del Diritto all’università di Salerno.

Professore, che effetti avrà la paura generata dall’epidemia di Coronavirus sul fronte politico e sociale?

In Italia si intravede già qualche tentativo di strumentalizzazione della paura generalizzata. Qualcuno sta cercando, come risultato politico, la creazione di un governo di solidarietà nazionale che faccia fuori il premier Conte. Non mi riferisco solo a Salvini, parlo anche di Renzi. Ma è interessante anche ragionare su eventuali effetti di fondo: che cosa ci svela questa vicenda? Una grande fragilità del cosiddetto mondo globale, perché vediamo una cosa ovvia che l’ideologia globalista ha sempre negato: quando c’è un problema serio ci si rivolge alle istituzioni e allo stato: ovvero ai poteri politici (e non economici) che rappresentano una comunità politica nazionale.

C’è una politicità inaggirabile, ed è molto rilevante. Tutte le fesserie che si sono sentite sul tramonto dello Stato-nazione negli ultimi 30 anni, sembrano di colpo trovare una smentita. I poteri indiretti – che oggi sono i poteri economici – non prendono mai la responsabilità di decisioni importanti. Questo è un punto fondamentale: proprio il mondo globale sembra aver bisogno degli Stati e della cooperazione tra Stati, che rispondano democraticamente ai propri cittadini. Aggiungo che, nella vicenda Coronavirus, l’Europa non ha brillato e se ne sono accorti anche esponenti del governo italiano. Per un mese c’è stata una grave sottovalutazione del problema e non ci sono nemmeno state riunioni.

Colpiscono le tante testimonianze di impiegati pubblici, sanitari e medici che in queste ore si riscoprono orgogliosamente servitori dello stato. Questa emergenza sta veicolando un nuovo clima di fiducia nei confronti delle istituzioni e dello stato?

Non è un effetto automatico, dipenderà dall’efficacia della risposta dello stato. Siamo in una situazione intermedia. I rischi che l’epidemia si allarghi ci sono, ma c’è anche – forte – la reazione delle istituzioni. Non me la sento in questa fase di gettare la croce addosso a nessuno perché c’è stata una presa in carico seria del problema. Vicende del genere fanno inevitabilmente riscoprire una gerarchia tra le cose importanti e quelle superflue, come gli interessi di parte e il chiacchiericcio plastificato dei social e media tradizionali.

La sfiducia nelle istituzioni, purtroppo, in passato è anche stata il frutto della sfiducia nei media che si sono auto-delegittimati non essendo stati credibili, a partire dalla gestione mediatica dell’ultima crisi finanziaria, in cui in maniera ottusa hanno diffuso vecchie ricette di austerity, come sacerdoti del liberismo. Oggi, grazie all’epidemia, si è riscoperta l’importanza della politica e delle istituzioni pubbliche e spero si andranno a ridefinire le gerarchie per una rinascita etico-civile della nostra comunità. Ma servirà recuperare anche un ruolo critico della stampa: i media, da strumento fondamentale della democrazia, sono diventati uno dei principali problemi, perché non alimentano un pensiero critico. Quando ci si stringe a coorte e si fa poca inchiesta, questi sono gli effetti. Inutile stupirsene.

Il filosofo Giorgio Agamben ha rispolverato in questi giorni la categoria dello “Stato di eccezione”. E’ corretto secondo lei utilizzarla in questo contesto?

Lo stato d’eccezione è essenzialmente tecnocratico. Si sospende la politica in nome della tecnica, un po’ quello che è avvenuto durante l’ultima crisi economica con il cosiddetto governo tecnico. Nello specifico, non sono però convintissimo si possa leggere tutto in questa chiave. In generale oggi la politica e le istituzioni funzionano sempre più con logica emergenziale e si attivano di fronte alle specifiche emergenze (clima, migranti, Coronavirus). Un pretesto per derogare alle fonti del diritto e governare attraverso prassi organizzative: l’emergenza diventa una via per aggirare i vincoli e operare dal punto di vista amministrativo-tecnocratico.

Ma rispetto a quello che sta accadendo in Emilia, Veneto e Lombardia, parlerei piuttosto di stato di emergenza. Qui c’è un’emergenza vera, non creata ad hoc per fini altri, che viene affrontata con strumenti non ordinari. Succede anche in Francia nel contesto della lotta al terrorismo. Se ci fosse una tendenza a utilizzare questo dispositivo anche oltre l’emergenza, questo sarebbe un problema. Ma in assenza di un uso debordante e smodato, rivolto ad altri fini, direi che ci si colloca solo in una modalità di funzionamento del potere pubblico molto emergenzialista. D’altro canto, in questo modello di globalizzazione, tanti Stati fanno fatica a fare ordine e ricreare un modus vivendi diverso da quello della libera circolazione di persone e capitali. Siamo tutti interconnessi.

Veneto Lombardia ed Emilia-Romagna, tre sistemi sanitari diversi, tre modi diversi di gestire la crisi attraverso la regionalizzazione delle ordinanze. Prove tecniche di federalismo?

Direi piuttosto segnali di confusione in ordine sparso. Anche le Marche hanno deciso la chiusura delle scuole, ad esempio, nonostante non ci siano ad ora casi di contagio. Non so cosa succederebbe nel resto d’Italia se i casi aumentassero. Ma tutto parte dalla riforma sbagliata del titolo V della Costituzione: su questioni di fondo, la competenza dovrebbe essere del potere centrale. Esiste una responsabilità del governo che è quella dell’ordine generale complessivo e sociale. Il che implica uniformare disposizioni e risposte a certi problemi e sorvegliare affinché le direttive vengano osservate, indipendentemente dal fatto che la sanità sia gestita a livello regionale in modo diverso e autonomo.

L’idea di fondo è che la responsabilità finale è del potere centrale, ma sempre sotto il controllo del parlamento. Noi non siamo né uno stato federale né una confederazione, ma un certo recupero di autorità centrale lo vedo positivo. E penso si stia affermando questa consapevolezza anche tra i cittadini.

È giusto preoccuparsi di chi arriva dalle frontiere in questo momento? C’è stato secondo lei troppo lassismo?

Bisogna essere seri per carità, ma non bisogna creare allarmismo e avere ossessioni di questo genere. L’Italia è stata l’unica a bloccare i voli dalla Cina, anche se non è riuscita a impedire le triangolazioni. Può essere che ci sia stata qualche sottovalutazione nei controlli all’arrivo, ma anche la scoperta che il controllo termico non bastava per arginare i contagi è stata tardiva.

La Lega, ma soprattutto Salvini, sta studiando come utilizzare politicamente temi caldi come questo, ma non c’è da scandalizzarsi. Però se Salvini ambisce a una leadership politica nazionale, deve anche sapersi porre un limite. Dare l’impressione di cavalcare troppo l’emergenza non so quanto sia promettente sul fronte del consenso. Ma non c’è solo Salvini. Tutti gli attori politici stanno pensando a come capitalizzare il tema del Coronavirus. Il problema è che la nostra classe politica, così come quella imprenditoriale e sindacale, è di basso livello. E questo sarà un banco di prova importante per un sistema così decadente.

Pier Paolo Tassi
33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di centri di accoglienza per richiedenti asilo. Nel tempo che resta, scrive di politica e sociale per il quotidiano Libertà, per il settimanale Corriere degli Italiani e per il blog Generazione Antigone. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ha sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte lo fanno veramente dannare.