Più volontari e meno crimini: com’è New York ai tempi del coronavirus

L'isola di Manhattan. Credits: Sam valadi/Flickr

Proporre in Italia l’immagine di una New York apocalittica, in ginocchio per il coronavirus, con le persone che girano per strada armate di pistole e cadaveri denudati della propria dignità nelle fosse comuni dei parchi pubblici è, per certi versi, macabro ma affascinante.

Attira il bias critico del lettore, porta al click del bottoncino condivisione di chi si ferma al titolo, serve come consolazione per chi sta soffrendo (Però, hai visto, anche loro che si ritengono così perfetti guarda come stanno messi), piace perché assomiglia alle scene dei film con cui un po’ tutti, di striscio o in pieno, sono cresciuti (Apocalypse Now, The Day After Tomorrow, Io Sono Leggenda: li si conosce).

La città in queste settimane di COVID, però, è stata ben diversa da quella che spesso si è letta sui portali online dedicati al clickbaiting – e che ha fatto preoccupare mamme e papà, zie e zii, amiche e amici. E il quadro che emerge da un’indagine del New York Times, che ha riportato i dati ufficiali disponibili a tutti, su portali come NYC Open Data, è un quadro dalla cornice molto più rosea di quanto ci si potrebbe aspettare. Perché New York, oltre che in crisi, in queste settimane di coronavirus è stata una città più solidale, meno inquinata, meno trafficata e meno violenta.

Nonostante tutto.

I problemi non mancano

Eccolo, un altro articolo tutto a favore di New York coi paraocchi, starete pensando. No, non lo vuole essere. La situazione è grave e fingere che non lo sia è ancor più grave. L’emergenza sanitaria ha evidenziato le fragilità strutturali non solo del sistema-Paese, ma anche del sistema-New York. La capitale del mondo ha dovuto affrontare una crisi sanitaria senza precedenti e si è presentata alla vigilia di questa crisi lontana dal rispettare qualsiasi parametro preventivato dal Center for Disease Controls.

Per giorni negli ospedali è mancato di tutto, come è stato denunciato da dottoresse e dottori, infermieri e infermiere, operatori sanitari e pazienti: ventilatori, kit PPE, posti in terapia intensiva, posti letto, e così via. Straziante è stata l’immagine degli infermieri di una struttura appartenente a un colosso privato, Mount Sinai, costretti a rivestirsi dei sacchetti dell’immondizia per proteggersi dal virus in reparto. Storica, quella degli ospedali da campo a Central Park. Colossale, quella della nave-ospedale in arrivo al porto di New York. Solo una mastodontica operazione di recupero last minute, resa possibile dal coordinamento tra Stato di New York e governo federale, e da una riorganizzazione dei reparti in tempi record da parte di molte strutture ospedaliere, ha permesso di evitare il disastro peggiore. Complice anche il fatto che la crisi sanitaria, alla fine, ha colpito in modo meno duro – anche se in modo duro – del previsto.

E, sia chiaro, non è finita qui. Perché i fatti sono fatti. New York è e rimane l’epicentro mondiale della pandemia: a oggi, sono 18,776 le vittime e 247,215 i positivi, e i numeri continuano a crescere – anche se seguendo un trend di diminuzione dei casi. Gli effetti della chiusura dei business non essenziali, decretata dal governatore Andrew Cuomo, saranno gravi. L’economia è stata colpita duramente: nessuno sa quale New York il mondo troverà, a luglio o agosto, quando la prima fase della crisi – sembra – dovrebbe esaurirsi. E in questi giorni di reclusione, gli episodi di violenza nei confronti di molte donne, costrette a vivere con i loro aguzzini, sono aumentate anche qui come riportato da diversi report e articoli.

Però no, non c’è Will Smith per strada

Ripetiamolo tutti assieme.

Però no, non c’è Will Smith a camminare per le strade vuote con il suo fido cagnolone, mentre si difende da solo, in assenza dello stato, da gravi episodi di criminalità e fucili.

Però no, Hart Island non è una fossa comune come fanno in Iran. Semplicemente fa quello che ha sempre fatto negli ultimi decenni: accoglie in bare bianche, certamente anonime ma certificate da codici di riconoscimento, i corpi senza vita delle persone non reclamate entro un periodo di tempo. Con il coronavirus, il periodo di tempo si è accorciato e il numero delle bare è, purtroppo, aumentato.

Però no, nei parchi non si deve fare gli slalom tra i cadaveri, come è sembrato apparire in diverse ricostruzioni di portali online dediti all’acchiappaclick. Semplicemente si passeggia con la mascherina e si va in bici per non pensare che molte persone e famiglie stiano soffrendo, che la città sia ferma, che i locali siano chiusi.

E soprattutto, però no: dai dati non emerge che New York sia una giungla nelle mani di nessuno, piuttosto emerge una foresta sorprendentemente più sicura, per strada. Secondo il dipartimento della polizia di New York, il mese di marzo era iniziato con un lieve aumento di omicidi e furti con scasso, prima della chiusura della città per COVID e l’inizio del programma PAUSE indetto dal governatore. Dopo, tra il 12 e il 31 marzo gli omicidi sono diminuiti del 25 per cento, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E anche per i reati minori, c’è stato un forte declino in ogni distretto, compresi i quartieri più popolari di Brooklyn, Queens e Bronx.

E continua a non esserci traccia delle file di fronte ai negozi di armi, in città, come riportato sui social media in modo un po’ grossolano e un po’ professionalmente cafone.

Aumenta il volontariato

Nei quartieri, per altro, sono stati fatti registrare i picchi più alti di un’altra categoria di numeri importante: quella relativa alle attività di volontariato. I dati di New York Cares hanno fatto segnalare un +288% nelle registrazioni dei portali dedicati. Il volontariato fa parte della vita – e dello stile di vita – di molti newyorkesi, da sempre. A marzo però si ha avuto un aumento di quasi tre volte il numero di domande standard, circa 6.500, rispetto alle 2.400 dell’anno scorso.

Un picco focalizzato soprattutto sui programmi di supporto alimentare e di sostegno sociale per gli anziani: sempre secondo New York Cares, sono stati distribuiti 130,000 pasti a marzo. Erano stati 55,000 a febbraio. E in queste statistiche non si tiene conto dei tre pasti al giorno messi a disposizione dalla città in modo gratuito, fin dall’inizio della crisi, anche per far fronte alla chiusura delle scuole che rappresentano per i bambini di molte famiglie una seconda casa durante i giorni settimanali.

Come sempre, certo, non è tutto bianco e non è tutto nero. La maggior parte delle volte la situazione è grigia. Anche questa volta. Per questo non può far sorridere la chiusura di diversi punti City Harvest e Food Bank, le due organizzazioni di carità più importanti a New York, dedicate ai meno abbienti: circa il 40% si è vista costretta a fermare le attività, perché i volontari sono per lo più persone anziane, ora a casa per lo scoppio della crisi coronavirus.

Meno incidenti, meno smog (ma più multe)

Le strade, come noto, a New York si sono svuotate. E il numero di veicoli è crollato, circa il 60% secondo quanto riportato, così come è crollato il numero di incidenti: secondo i dati presentati dal database della polizia newyorkese, anche le collisioni sono diminuite del 60%, durante l’ultima settimana di marzo.

Questo ha portato a due conseguenze. Chi ancora la macchina la usa, spinge di più sul pedale e si lascia andare, incredulo del fatto di non avere di fronte file di automobili rivali: così, le multe per eccesso di velocità sono paradossalmente aumentate. E soprattutto, la seconda conseguenza è legata alla qualità dell’aria: secondo i dati ripresi dal New York Times, la diminuzione dell’inquinamento è stata del 25%, nel solo mese di marzo.

Che cosa succede ora?

Impossibile prevederlo. Uno dei pochi elementi certi è che la prossima sfida sanitaria, su cui anche questa volta New York, come l’intero Paese, parte svantaggiata, è quella dei test seriologici o dell’immunità. Test che mancano, per quantità. E che quando non mancano, non si sa se possano essere credibili e utili, per qualità. E che rappresentano la chiave di volta per riaccendere la città di New York e farla tornare a prima – o simile a prima.

Quando e come non è dato sapere. Di sicuro non prima del 15 maggio, data imposta dal governatore Andrew Cuomo. Fino ad allora, la grande mela è destinata a rimanere nello stesso status di queste settimane: incredula, un po’ spaventata, molto surreale. E, come è stata descritta dal Times nelle ultime settimane, come uno splendido palco in attesa del ritorno dei suoi (splendidi, stralunati, nervosi) attori.