Coronavirus, tutte le giravolte del Presidente Trump sulla crisi negli USA

Donald Trump alla Casa Bianca (Foto: Flickr, Courtesy by Caleb Spencer)

Vivere negli Stati Uniti negli ultimi due mesi e mezzo, in tema coronavirus, è stato come vivere su una montagna russa. La strada della consapevolezza e del riconoscimento del COVID-19 come pericolo per il Paese, infatti, è stata frastagliata e tempestosa. Ed è dovuta passare attraverso diversi step, che in parte si sono visti anche in Italia e in Europa, ma che in parte sono stati esclusivamente a stelle e strisce.

Il coronavirus è stato prima allontanato, rifiutato come idea. Poi è stato timidamente visto come problema, anche se sottovalutato. Infine è stato affrontato: tardi, male e parzialmente. Ora il problema c’è, è enorme e sta mostrando tutte le lacune del sistema sanitario americano, minacciandone quello economico. Ma è troppo tardi.

Solo di recente, con la conferenza stampa di domenica scorsa dalla Casa Bianca, il Presidente Donald Trump ha ammesso che il COVID-19 farà decine, probabilmente centinaia di migliaia di vittime. Prima di allora però, per settimane, il problema è stato rinnegato o ridimensionato. Nonostante i sondaggi nei confronti del suo operato siano contrastanti, i fatti non mentono. E queste sono, riassunte, le più grossolane giravolte del Presidente americano sulla crisi COVID-19 che ha causato, nel Paese, già più di 6,500 vittime.

Trump e il coronavirus a fine gennaio

Si parte il 22 gennaio. L’intervista è concessa alla CNBC, il giornalista è Joe Kernen. La domanda: “C’è il timore che questa possa diventare una pandemia?”, chiede da Davos, durante il meeting del World Economic Forum. Dichiarazione di Donald Trump: “No. Affatto. E ce l’abbiamo completamente sotto controllo. Il caso positivo negli USA è di una persona proveniente dalla Cina e ce l’abbiamo sotto controllo. Andrà tutto bene”.

Si continua il 24 e il 28 gennaio. Il Presidente prima twitta che “tutto andrà bene”. Poi ritwitta, qualche giorno dopo, il titolo di un articolo pubblicato da una testata, conosciuta per riportare fake news e condividere teorie complottiste, One America News: “Johnson & Johnson sta per creare un vaccino per il coronavirus”, ricondivide il Presidente. La notizia non si rivelerà fattuale.

Si conclude con gli ultimi giorni di gennaio. Il 30, Donald Trump dichiara in un comizio in Michigan che negli USA il coronavirus “lo controlliamo molto bene. Abbiamo pochissimi problemi in questo Paese in questo momento, appena cinque casi. E quelle persone si stanno riprendendo con successo”. Il 31 gennaio, il giorno dopo, rincara la dose. Dopo aver bloccato i voli da e per la Cina, Trump dichiara a Fox News: “L’abbiamo praticamente fermato, dalla Cina. Abbiamo una splendida relazione con questo Paese, il che è una cosa positiva. Andremo d’accordo con loro, con la Russia e con tutti questi Paesi”.

Sono i giorni in cui i casi positivi di COVID-19 diventano 14,557, come fa notare il New York Times qui. Erano raddoppiati nel giro di tre giorni, nel mondo.

Trump e il coronavirus a Febbraio

È febbraio e gli USA mostrano le prime crepe nel loro sistema di distribuzione dei tamponi per il Paese. Nonostante il Center for Disease Controls invii i kit ai laboratori, infatti, i laboratori scoprono che i test abbiano delle deficienze strutturali e non producano i risultati sperati. E, secondo quanto riportato dal New York Times, l’amministrazione Trump non pensa sia necessario chiedere il coordinamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per accelerare su questo aspetto.

I giorni passano, i casi di coronavirus iniziano ad arrivare ovunque nel mondo: prima in Canada e Hong Kong, poi Giappone e Malesia, poi Singapore e Taiwan, infine Regno Unito e Vietnam. Il 7 febbraio esplode il caso della nave da crociera Diamond Princess, il 10 gli USA confermano il loro 13esimo caso, a San Diego. Ma lo stesso giorno, in un’intervista a Trish Regan di Fox Business, Trump ostenta certezza dicendosi di sicuro che con la primavera il virus sparirà. Una certezza ribadita in un comizio qualche giorno dopo: “Sembra che ad aprile, sai, in teoria, quando diventa un po’ più caldo, il virus scompare miracolosamente”, dice ai suoi elettori.

Si continua, il 19 febbraio. A un’emittente televisiva di Phoenix, Trump spiega che i numeri “stanno progressivamente andando meglio, man mano che affrontiamo il problema”. Quattro giorni dopo aggiunge che la situazione “è molto sotto controllo”. Il 26 febbraio, dopo aver criticato CNN e MSNBC, ree secondo il Presidente di aver provocato il panico nei mercati, dice: “I numeri stanno andando in giù, non in su”. Poi il 27: “Scomparirà a breve. Un giorno, come un miracolo, scomparirà”.

Si chiude il 28 e il 29. Con un attacco, in un comizio dal South Carolina, dove dice che il coronavirus è “un’invenzione dei Democratici”. E con una promessa: “Il vaccino arriverà molto velocemente e molto rapidamente”. Non è così, e a marzo gli USA se ne accorgeranno.

Trump e il coronavirus a Marzo

Il mese di marzo di Trump ai tempi del coronavirus lo si può dividere a metà. Una prima sull’onda di febbraio, una seconda di discesa verso la consapevolezza.

Il 2 dice che “Stiamo parlando di un numero di morti molto inferiore dell’influenza”. Il 4 afferma che il virus “è molto leggero”. Il 7 si dice sicuro: “Non sono per nulla preoccupato”. Il 9 marzo twitta: “Dunque, lo scorso anno 37.000 americani sono morti per la solita influenza. La media tra i 27.000 e i 70.000 ogni anno. Niente è stato fermato, la vita e l’economia vanno avanti. In questo momento ci sono confermati appena 546 casi di coronavirus. Pensateci!”. E il 10 promette: “Andrà via, tranquilli”.

La realtà, però, si dimostra diversa da quella che il Presidente racconta. Il virus dilaga. E il 13, finalmente, arriva il primo passo indietro, con la dichiarazione d’emergenza nazionale sul coronavirus e la conferenza stampa last minute alla Casa Bianca. Tre giorni dopo, sempre Trump annuncia una serie di linee-guida per evitare la diffusione del coronavirus, rinnovabili ogni due settimane: limitare gli spostamenti non essenziali rispettare la distanza di sicurezza ed evitare gli assembramenti eccessivamente numerosi.

I test, nonostante fatichino ad arrivare, mostrano le crepe gestionali delle settimane precedenti. Il virus è negli USA da tanto tempo, inizia a scoperchiarsi il vaso di pandora. A metà marzo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale della Sanità, gli Stati Uniti registrano 669 nuovi casi, portando il totale a 3,485, con 65 vittime. Ma è solo l’inizio. Perché nella seconda metà di marzo, con il diffondersi dei test, i casi dilagano. E la maggior parte degli Stati Uniti apre gli occhi sul loro nemico invisibile. Gli Stati di New York, California, Illinois, Louisiana, Michigan e Washington ordinano ai cittadini di rimanere a casa, imponendo stay-at-home orders o chiusura di business non essenziali.

Il 20 marzo ci sono 17,439 casi in tutto (+45%) e 230 vittime (+31%). Il 24 marzo, 52,690 casi positivi e 681 vittime. Lo stesso giorno, però, il Presidente Trump in conferenza stampa alla Casa Bianca auspica di riaprire il Paese entro Pasqua e torna a paragonare il coronavirus all’influenza di stagione: “Fa molte più vittime, perdiamo migliaia di vite ogni anno ma non abbiamo mai chiuso il Paese”. E non manca un paragone con gli incidenti stradali: “Perdiamo molte più persone per incidenti stradali. Ma non chiamiamo mica le compagnie automobilistiche per dire loro di smettere di produrre automobili, né alle persone di smettere di guidare”.

Di nuovo, però, i numeri e i fatti non mentono. La timeline del coronavirus negli Stati Uniti inizia a fare paura e il Paese diventa quello con il maggior numero di casi positivi del mondo. Il 27 marzo si scollina sopra 100mila casi positivi. Il giorno dopo, mentre esplodono focolai a New Orleans, Detroit, Chicago, Miami, Indianapolis, Cleveland e Phoenix, oltre a New York epicentro della pandemia USA, ci sono più di 2mila morti di coronavirus.

Solo domenica 29 marzo, poco prima di aver prolungato fino ad almeno la fine di aprile le linee-guida imposte due settimane prima, il Presidente Trump fa i conti con la realtà. Prima mostra empatia nei confronti delle immagini, scioccanti, giunte dall’ospedale Elmhurst del Queens a New York, dove inizia a esserci sempre meno spazio per i corpi delle vittime di coronavirus. Poi ammette: “Il numero totale delle vittime da coronavirus negli Stati Uniti potrebbe essere di più di 100,000 persone: dovessimo rimanere sotto quella cifra significherebbe che avremo fatto un gran lavoro”. Infine, due giorni prima aver ammesso che il coronavirus “non è come l’influenza”, aggiunge: “Saranno due settimane molto, molto dolorose”.

Mentre il coronavirus, in America, continua a mietere vittime.