Benvenuti negli Stati Uniti, dove il coronavirus non esiste

Gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’emergenza coronavirus? No.

E per capirlo basta guardare come stiano continuando a fingere che non esista. Per capirlo, basta ascoltare il messaggio alla nazione del Presidente Donald Trump dallo Studio Ovale della Casa Bianca, la sera di mercoledì 11 marzo. Nei giorni in cui la diffusione del virus si sta espandendo in tutta Europa e in tutta America, il Paese più avanzato del mondo chiude i suoi confini imponendo un travel ban durissimo nei confronti dei Paesi dell’area UE ,che però esenta i cittadini americani e i residenti permanenti in transito. Non applica quello stesso provvedimento al Regno Unito, il cui numero di casi è superiore a grossa parte dei Paesi europei. E prende sotto gamba, dal punto di vista delle decisioni precauzionali interne, una crisi che ormai è diventata pandemica.

Pandemica per tutti, ma non qui. Perché passeggiare per una strada a New York, Los Angeles o Dallas oggi, infatti, regala (quasi) l’effetto di sempre. Troppe persone vivono ancora come se il coronavirus non ci fosse. Con un po’ di timore in più per la metropolitana sporca o poco igienizzata, certo. Lavandosi le mani due o tre volte in più al giorno, ovvio. Andando a comprare l’amuchina e le mascherine prima che finiscano, chiaro. Ma senza mai cambiare, ancora (ancora per poco), lo stile di vita. Come Paesi come il nostro avrebbero dovuto insegnare a Paesi come questo.  

E quindi, i ristoranti e i bar sono aperti. Le palestre e i caffè pure. Gli uffici idem. Il famoso smart working, che proprio qui è stato ideato, in troppe realtà aziendali non viene ancora applicato. Le scuole pubbliche, elementari e medie, non sono ancora state chiuse, in città come New York e Los Angeles. E musei, teatri, cinema non si fermano. Mentre la sindrome de “l’influenza lo scorso anno è stata più letale” è incoraggiata da colui che per primo, invece, dovrebbe sentire il peso di proteggere chi rappresenta: il Presidente Donald Trump, che se la prende con “un virus straniero” e parla e agisce come se non fosse già negli Stati Uniti che governa.

STRUTTURALMENTE IMPREPARATI

Anche perché ai problemi legati alle abitudini dei singoli, ce ne sono altre ben più solide e preoccupanti. Dalla carenza di strutture ospedaliere adeguate, all’assenza di posti-letto a sufficienza, dai rallentamenti nell’invio dei kit per i test, alla mancata trasparenza da parte delle istituzioni, con la Casa Bianca che ha imposto di secretare i contenuti dei meeting sul coronavirus da metà gennaio, come un inquietante scoop di Reuters ha fatto emergere nella giornata di mercoledì 11 marzo.  

Ma non solo. Perché qualcuno ci sta provando a lanciare l’allarme. Il rapporto annuale della commissione intelligence, la cui pubblicazione era in teoria calendarizzata in questi giorni, è stato rinviato senza spiegazione dall’amministrazione Trump. Un rapporto che avvertiva come gli Stati Uniti fossero “strutturalmente impreparati per una pandemia globale”, secondo due alti funzionari del governo che hanno esaminato la bozza del rapporto. Uno scoop fatto questa volta dal Time, il 9 marzo.

L’edizione 2019 del medesimo report già lo preannunciava del resto: “Gli Stati Uniti rimarrebbero vulnerabili alla prossima pandemia influenzale o allo scoppio su larga scala di una malattia contagiosa che potrebbe portare a massicci tassi di morte, il che influirebbe gravemente sull’economia mondiale e metterebbe a dura prova le risorse internazionali, provocando un aumento delle richieste di supporto agli Stati Uniti”, si leggeva. Nulla fa credere che qualcosa sia cambiato negli ultimi dodici mesi.

TRA I 70 E I 150 MILIONI

È il numero di persone che secondo Brian Monahan, dottore specializzato sentito da Congresso e Corte Suprema in una seduta a porte chiuse, si ammalerà di coronavirus negli Stati Uniti. Lo ripetiamo: tra i 70 e i 150 milioni. Queste informazioni sono arrivate a NBC News da due fonti che hanno partecipato all’incontro e sono state menzionate in una storia pubblicata nel pomeriggio dell’11 marzo. Un meeting dove il dottor Monahan ha detto ai membri dello staff di Congresso e Corte Suprema che, al momento, i test del coronavirus sarebbero stati somministrati solo ai membri del Congresso. E che il personale di entrambe le strutture dovrà rivolgersi subiti ai rispettivi medici nel caso si manifestino i primi sintomi.

Monahan ha assicurato che l’80% di coloro che contrarranno il virus starà bene e non subirà complicazioni. Ma, secondo la storia di NBC, non sembra abbia menzionato un numero ben più grave che in queste ore viene divulgato ovunque sui social media: quello secondo cui gli Stati Uniti abbiano testato, ufficialmente, 5 persone ogni milione di abitanti. Lo dicono i dati aggiornati a tre giorni fa.

IL PASTICCIO DEI TEST

Il Presidente Donald Trump può contare ancora oggi su uno zoccolo duro di sostenitori che, al momento, sembra regalargli decise possibilità di conferma per le elezioni previste il prossimo novembre. Ma sa bene che il suo secondo mandato dipende principalmente da due fattori: l’andamento della borsa e l’andamento dell’economia, i capisaldi della sua amministrazione e i due risultati che menziona di più nei suoi comizi elettorali. Dovessero scendere quelli, in un Paese che non lo vede di buon occhio persino tra gli elettori dell’America di mezzo che promettono di rivotarlo per i risultati che ha raggiunto, la sua presidenza crollerebbe. Senza empatia si vince, senza economia no.

Forse anche per questo, Trump ha tentato di minimizzare le dimensioni del coronavirus fin da quando il problema è emerso. Un esempio? Ce lo regala il pasticcio fatto con il numero di test. L’amministrazione Trump, la cui task force anticoronavirus è stata affidata a Mike Pence, ha reso noto un paio di giorni fa che il governo non conosce il numero di americani che sono stati testati per la malattia. Il motivo? I 900mila kit elargiti fino alla giornata di martedì (quando altri ne sono stati inviati) sono stati distribuiti a cliniche e laboratori privati. Strutture ospedaliere che non hanno l’obbligo, per legge, di comunicare i risultati dei testi al Center for Disease Control (CDC) che sta monitorando la crisi del coronavirus.

Di fatto, in un sistema dove sono gli ospedali privati a essere di gran lunga in maggioranza rispetto a quelli pubblici, nessuno può controllare davvero la maggior parte dei dati ufficiali. Per quanto l’opinione pubblica possa saperne oggi, gli americani infetti da coronavirus potrebbero essere tutti quei 900mila o nessuno. E i numeri parlano di appena 1257 casi (con 37 vittime, numero aggiornato alle 01:19 di notte, ora newyorkese di giovedì 12 marzo), secondo il database del New York Times.

NEW YORK, NEW YORK

Uniche azioni istituzionalmente dignitose sembrano siano arrivate dalle grandi città e dagli Stati con aree più densamente popolate. Quelle che nel giro di qualche giorno rischiano di pagare di più il prezzo del coronavirus, in un Paese dove ancora tutte le scuole continuano a rimanere, inspiegabilmente, aperte. Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha quantomeno stretto un accordo con 28 laboratori privati per la produzione locale dei tamponi per i test. Le assicurazioni promettono di fornirli gratuitamente a tutti i pazienti a livello nazionale, anche a coloro che non hanno assicurazione.

E, ha annunciato il sindaco Bill de Blasio attaccando Trump per il suo discorso, reo di guardare solo ai confini e non al suo territorio, “tutti a New York verranno coperti dalle loro spese mediche relative alle cure e al tampone per il coronavirus”. Lo stesso de Blasio che però, ancora, non ha decretato la chiusura dei plessi scolastici. Continua a parlare di “vita regolare che non può essere messa a rischio e che va salvaguardata per tutti i cittadini”. E solo dopo giorni di pressioni da parte di associazioni non-profit e organizzazioni cittadine, il sindaco ha deciso di sospendere la parata di St Patrick’s Day, in programma a Manhattan il 17 marzo.

Non è stato il primo evento a essere cancellato negli USA per il coronavirus. Un altro che ha fatto particolarmente scalpore è stato il rodeo di Houston. E non sarà l’ultimo. Perché l’America è nel pieno della mareggiata coronavirus. Come tutte le mareggiate, però, non si può fermare fingendo che non arrivi. Bisogna armarsi di concretezza e affrontarla.

Bisognerà cambiare gli usi, i costumi e le abitudini per i giorni che servono. E bisognerà rendersi conto che non è un virus “straniero”, come ha detto il Presidente chiuso nel suo Studio Ovale.

È una pandemia. E le pandemie, si sa, non hanno confini.