Biden rinasce, Sanders sopravvive, Bloomberg delude: 5 lezioni dal Super Tuesday americano

Joe Biden durante un evento elettorale per le primarie (Foto Flickr/Gage Skidmore)

Nessuno, non più tardi di 72 ore fa, si sarebbe aspettato un risultato del genere nella notte del Super Tuesday. Invece, il passo di lato di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar tra domenica e lunedì e l’endorsement a Joe Biden in Texas da parte di Beto O’Rourke, hanno cambiato tutto. E nella notte che sarebbe dovuta essere di Bernie Sanders, l’ex vice di Barack Obama è tornato al centro della scena elettorale a sorpresa, dominando negli Stati del sud, vincendo il voto degli afro-americani, portando a casa 10 Stati su 14, e spodestando Mike Bloomberg dal ruolo di neo-leader dei moderati Democratici.  

1. La “balena” Joe

Come un vecchio democristiano dal cuore tenero e dalla pellaccia dura, il vecchio Joseph Biden l’ha fatta (per ora) a tutti. I media e gli addetti ai lavori, i donors del partito e una parte dell’establishment Dem lo avevano già dato per spacciato, letteralmente.

Logorato dal processo di Impeachment a Donald Trump e dallo scandalo Ucrainagate che ha coinvolto suo figlio. Andato male in Iowa. Disastroso e sottotono in New Hampshire. Lontanissimo da Sanders in Nevada. Una serie di elementi che lo avevano fatto crollare nei sondaggi e portato in molti a non crederci più, anche all’interno del suo stesso staff. E invece, il 3 marzo è stata la notte della sua rinascita, che aveva avuto inizio con le primarie in South Carolina, dove ha ritrovato l’elettorato che rappresenta il pendolo e il termometro di ogni elezione negli Stati Uniti per i Democratici: la comunità afro-americana, che ha seguito l’endorsement di Jim Clyburn, figura estremamente di spicco tra gli african-american voters in South Carolina, e gli ha permesso di vincere lo Stato sabato scorso.

Da allora, la discesa è iniziata. Biden ha incassato in un colpo solo, lunedì, il supporto dei moderati che hanno lasciato la corsa presidenziale, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar. E che abbiano appoggiato lui e non Mike Bloomberg, non è un caso ma frutto di una strategia ben precisa che ha dato i suoi frutti. Frutti che sono stati raccolti nella notte più importante: l’ex vice di Obama ha vinto ovunque e ora è primo, su Bernie Sanders, sia come numero di delegati sia come numero di elettori complessivo.

Impensabile fino a domenica scorsa, quando la media dei sondaggi lo vedeva sotto persino a Mike Bloomberg.

2. I Dem hanno capito come arginare il populista Bernie: alleandosi

Il Texas grazie a Beto O’Rourke, il Minnesota (miracolosamente, visti i sondaggi a tre giorni dal voto) grazie a Amy Klobuchar, North Carolina e Virginia grazie al consenso precedentemente raccolto da Pete Buttigieg. Joe Biden ha utilizzato la spinta di tutte le sue nuove “cartucce”, quelle dei moderati che tra domenica e lunedì hanno capito ciò che l’establishment repubblicano non capì contro Trump nel 2016: per sconfiggere un corpo esterno al proprio partito, che in questo caso è Bernie Sanders, ci si deve alleare.

In molti sui social media hanno giudicato la decisione dei due come “una mossa di palazzo”, all’italiana maniera. Altri invece l’hanno vista come qualcosa di diverso: semplice “disciplina” di partito. Sanders non è ufficialmente parte dei Democratici, ma sta correndo alle loro primarie consapevole che come Indipendente non avrebbe mai avuto la piattaforma per vincere. Trump, nel 2016, capì la stessa cosa e usò i Repubblicani per arrivare alla Casa Bianca. I conservatori del partito non si resero conto della strategia e, divisi, spianarono la strada a The Donald.

Contro il Senatore del Vermont, i Dem si sono mossi diversamente. Biden, nelle ultime 72 ore, lo ha evidenziato in ogni comizio: “Abbiamo bisogno di un vero Democratico, non di uno finto”, riferendosi a Sanders, ma anche un po’ a Mike Bloomberg. L’ex vice di Obama ha difeso il concetto di “dignità” e di pacatezza della presidenza. E la strategia ha funzionato (per il Super Tuesday).

3. No, Sanders non ha attratto nuovi elettori

È uno dei mantra della campagna elettorale di Bernie Sanders, fin dall’inizio. È stata anche la ragione che lo spinse a criticare Elizabeth Warren, rea di non essere capace di attrarre nuovi elettori e nuove persone giovani alle urne. In realtà, numeri alla mano, non sembra ci sia riuscito nemmeno lui. E l’esempio palese arriva dalla Virginia.

Nel 2016, quando la competizione era tra Hillary Clinton e il Senatore del Vermont, in circa 785mila andarono al voto. In questo 2020, numeri alla mano, gli elettori sono stati più di 1,2 milioni. Molti di più. Ma il motivo del turnout, termine che si usa negli Stati Uniti per indicare la percentuale di elettori al voto, non è stato Sanders. È stato, sorprendendo tutti, anche il deludente Bloomberg, Joe Biden che ha vinto lo Stato con 53,3%, contro il 23,1% di Bernie.

Ma non è finita qui. In North Carolina il 13% della fascia più giovane si è recata al voto: nel 2016, furono il 17%. Di questi solo il 57% ha votato per Sanders: nel 2016, fu il 69%. Mentre in Texas il 16% degli elettori quest’anno ha avuto tra i 18 e 29 anni secondo quanto riportato da USA Today. Nel 2016, fu il 20%. Solo in California, sembra che la strategia di Sanders abbia funzionato, uno Stato dove ha attirato le minoranze ispaniche raccogliendo centinaia di migliaia di voti tra gli Under 30.

Ma tutto questo non basta a salvare una brutta serata, che però non lo esclude dai giochi per la nomination.

4. Il miliardario Mike si prende Samoa (e basta)

A Mike Bloomberg non sono bastati i quasi 500 milioni di dollari investiti in spazi pubblicitari e attività elettorali in meno di quattro mesi. Non è stata sufficiente la campagna martellante dei suoi volontari su Facebook. Non ha fatto la differenza nemmeno la presenza di elettori indipendenti ai seggi, tornati a votare alle primarie Dem per senso di responsabilità e per supportarlo.

Il magnate newyorkese è il vero sconfitto della notte elettorale del 3 marzo, che avrebbe dovuto consacrarlo verso la conquista della Casa Bianca. Nonostante le percentuali non siano malvagie e la vittoria nella piccola Samoa, Bloomberg ha fallito l’obiettivo: diventare riferimento dei moderati al posto di Biden e sfidare Sanders in vista della Convention di luglio.

A Bloomberg rimane la soddisfazione di aver scavalcato Elizabeth Warren come terzo punto di riferimento dopo Biden e Sanders a livello nazionale e può dire di aver superato il 15%, percentuale minima per ottenere delegati, in Texas, California, Colorado, Arkansas, Tennessee e Utah. Non male, ma da una campagna con così alte aspettative, ci si aspettava molto più della semplice vittoria a Samoa. E ora Bloomberg sta pensando di riconsiderare le sue strategie.

5. La crisi di Elizabeth

È arrivata terza nel Massachusetts che rappresenta come Senatrice. È sprofondata nell’Oklahoma dove è nata e cresciuta, finendo dietro persino a Mike Bloomberg. Non è ancora riuscita a vincere una competizione delle primarie, dai caucus in Iowa a oggi. E dopo un mese di campagna elettorale segnata solo da sconfitte, Elizabeth Warren iniziarà a porsi qualche domanda.

Se Mike Bloomberg è lo sconfitto materiale del Super Tuesday, lei può essere considerata la sconfitta ideale delle primarie, fino ad ora. È brava e preparata, ma non riesce a presentare in modo incisivo i suoi argomenti all’elettorato e al cuore degli elettori. È empatica ed estremamente energica con le persone negli incontri pubblici, ma quell’empatia e quell’energia non emergono quasi mai quando si trova davanti a una telecamera.

Ha spiegato in modo duttile, intelligente e concreto come vorrebbe attuare la proposta “Medicare for All”, rispetto al suo collega progressista Bernie Sanders, più confusionario e ondivago, ma questo sembra averla penalizzata piuttosto che aiutata.

Sembra sempre le manchi il famoso centesimo per fare il dollaro. E senza dollari, prima o poi una campagna elettorale finisce.