Più ricco di lui, più pericoloso degli altri: così Bloomberg sta entrando sotto pelle a Trump

Donald Trump durante un comizio a Las Vegas, in Nevada (Foto: Wikipedia)

Più fastidioso dell’Impeachment, più insidioso degli altri candidati Dem, 17 volte più miliardario di lui. Fino all’entrata in gara di Mike Bloomberg, Donald Trump stava vivendo la competizione delle primarie in modo relativamente tranquillo.

Forte di sondaggi favorevoli a livello nazionale e, in parte, anche negli swing States, di una Wall Street in costante crescita e di un boom economico senza precedenti, Trump sembrava quasi seguire divertito la competizione elettorale dei Dem, che scatterà il prossimo 3 febbraio in Iowa.

Poi, però, si è candidato lui. Mike Bloomberg. E qualcosa nella testa di Trump è cambiato.

Milioni di pubblicità 

Il vaso è traboccato con l’ultima campagna pubblicitaria televisiva, finanziata da Bloomberg su Fox News, l’emittente più vicina al Presidente, e durante lo show “Fox and Friends”, il programma più commentato su Twitter e seguito da Trump.

In una serie di spot televisivi, all’interno di un piano che lo ha portato fino ad oggi a spendere 256 milioni di dollari, Bloomberg ha attaccato direttamente l’inquilino della Casa Bianca sul linguaggio che, secondo il libro “A Very Stable Genius”, il Presidente avrebbe usato nei confronti dei militari in un meeting al Pentagono del 2017. “Inaffidabile e focalizzato a portare il caos tra i generali”, la descrizione fatta del Presidente.

Una mossa che ha fatto irritare Trump, che vede nel supporto del mondo dei militari e dei veterani due dei suoi bacini elettorali di punta, per la rielezione nel novembre del 2020. Per questo, Trump ha twittato e non ci è andato giù leggero.

“Mini Mike Bloomberg sta giocando a poker con i suoi imprudenti e insospettabili rivali Democratici. Ha detto che se perderà alle primarie (intendeva dire, quando perderà alle primarie!), spenderà i suoi soldi aiutando qualunque sia il vincitore”, ha twittato il Presidente al contrattacco.

Poi ancora: “Facendo questo crede che possa evitare di essere colpito durante la sua ‘campagna’ presidenziale senza speranza. In realtà, quando Mini perderà, investirà molto poco del suo denaro in questi pagliacci perché si considererà il più grande pagliaccio di tutti. E avrà ragione!”.

Sotto pelle

Trump non ha mai fatto mancare a nessuno offese, insulti, soprannomi e tweet scapestrati. Ma la violenza politica con cui si sta rivolgendo a Bloomberg sembra essere più accesa rispetto agli altri candidati Dem. Per settimane, i suoi più stretti collaboratori, compreso il genero Jared Kushner, hanno suggerito al Presidente di non focalizzarsi più di tanto sull’ex sindaco di New York, riportano diversi organi di stampa USA.

Bloomberg, in effetti, vola ancora oggi piuttosto basso nei sondaggi. Secondo l’ultima rilevazione dell’istituto Emerson, è quinto con il 7% (dietro a Biden, Sanders, Warren e Yang). Nell’ultimo sondaggio CNN, Bloomberg è fermo al 5% (dietro a Sanders, Biden, Warren e Buttigieg).

La crescita però, nonostante sia smorzata dal fatto che l’ex sindaco di New York non parteciperà ai caucus di Iowa e Nevada, né alle primarie di New Hampshire e South Carolina, c’è. E il magnate proprietario dell’impero economico e mediatico che prende il suo nome infastidisce non poco Trump, anche perché nella notte del Super Bowl (il 2 febbraio) sarà una guerra di spot pubblicitari proprio tra loro due. Nessun altro candidato Dem ha la forza economica per contrastare in questo modo il Presidente.

“Trump teme Bloomberg perché Bloomberg è in realtà il profilo che Trump ha interpretato in televisione: straordinariamente ricco, un uomo che si è fatto da sé con risorse illimitate e con una grande volontà di spenderle”, ha spiegato al New York Times David Axelrod, ex consigliere del presidente Barack Obama.  

Paradosso Bloomberg

Uno dei punti di forza della campagna di Bloomberg è di avere le risorse per poter tracciare in modo certosino dove e come Trump stia spendendo i suoi soldi nelle attività pubblicitarie online. La campagna dell’ex sindaco di New York ha il compito di seguire queste decisioni, inserendo messaggi negli stessi canali e utilizzando sempre lo stesso mantra: delegittimare il Presidente e la sua credibilità derivata dai suoi atteggiamenti e proporre Bloomberg come risolutore di quei problemi e ristoratore di quella credibilità.

Ma il paradosso dell’entrata in campo del magnate, sta nella competizione per cui per ora è sceso in campo: le primarie. Bloomberg ha cambiato partito tre volte nella sua vita, prima di tornare nei Democratici e nel 2004 ha supportato il Repubblicano George W. Bush invece di John Kerry. Alcune delle sue policy, come lo “stop-and-frisk” applicato a New York e per cui Bloomberg ha di recente chiesto scusa, non piacciono all’ala a sinistra del partito Democratico.

Per questo molti analyst USA ritengono più dura, per lui, vincere le primarie contro Biden, Sanders, Warren e Buttigieg che vincere eventualmente la Casa Bianca contro Trump alle elezioni generali. Motivo per cui, forse, Bloomberg ha già messo le mani avanti dicendo che se dovesse perdere metterà a disposizione il suo budget per il candidato vincente.

Le reazioni

Forse anche per questo, la campagna di Trump per ora predica calma, nonostante l’impazienza del candidato. “È un Paese libero e Bloomberg può mettere i suoi soldi dove vuole. È ancora statisticamente molto indietro, alla pari con molti altri tra i Democratici”, ha detto al New York Times Tim Murtaugh.

Subito pronta la reazione della campagna di Bloomberg: “Mentre gli altri Democratici stanno combattendo gli uni contro gli altri in Iowa, noi stiamo conducendo una campagna a livello nazionale che punta a fronteggiare Trump direttamente su tematiche dove è estremamente vulnerabile”, ha detto alla stampa Howard Wolfson, adviser di Bloomberg, che non ha fatto mancare campagne pubblicitarie contro il Presidente sui temi dell’assicurazione sanitaria, del taglio di alcuni servizi sociali e del cambiamento climatico.  

Bloomberg inizierà le sue primarie il 3 marzo, partecipando alla competizione durante il cosiddetto Super Tuesday, quando a scegliere il candidato Dem saranno anche California e Texas, gli Stati con il più alto numero di delegati. Vincere lì, per lui, vorrebbe dire cambiare il corso delle primarie.

E forse, anche delle elezioni generali.

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.