Negli Stati Uniti, il numero di posti di lavoro cresce dall’ottobre 2010

È una crescita senza fine, in America. Difficile da spiegare per analisti ed esperti. Capace di resistere a cicli economici avversi e ad ostacoli esterni. Gli Stati Uniti infatti continuano il loro “boom”, aggiungendo altri 145mila posti di lavoro a dicembre e fissando la percentuale di disoccupazione al 3,5%, picco al ribasso mai raggiunto nella storia recente del Paese.

A dirlo sono i dati del Dipartimento del Lavoro, che regalano un quadro di tutto rispetto sullo stato di salute dell’economia statunitense. Nonostante i lavoratori americani guadagnino tendenzialmente meno in proporzione al costo della vita, rispetto al 2017, trovare lavoro è infatti sempre più semplice. E il Presidente Donald Trump continua a gongolare, usando i dati sull’occupazione per difendersi dagli attacchi su Impeachment e politica estera, con il fronte Iran ancora ben lontano dall’essere chiuso.

111 mesi di lavoro

Provate a tornare indietro con la memoria all’ottobre 2010. Presidente negli Stati Uniti era Barack Obama, in Italia c’era ancora Silvio Berlusconi, la Libia era il regno di Muammar Gheddafi e la primavera araba era ai suoi primi germogli. Da allora, di cose ne sono cambiate. Ma ce n’è una, costante, che ha legato questi 111 mesi dall’ottobre 2010 a oggi: è da allora che gli Stati Uniti continuano ad aggiungere posti di lavoro.

Una striscia che ha abbattuto il precedente record, di 48 mesi consecutivi terminato nel giugno del 1990, e che non sembra arrestarsi. Nel solo 2019, l’economia americana ha aggiunto qualcosa come 2,1 milioni di posti di lavoro, meno dei 2,7 milioni del 2018 ma ancora sufficienti a garantire un quadro roseo. “Credo che il 2019 sia stato un anno di consolidamento”, ha detto al New York Times Gregory Daco, a capo del dipartimento di economia di Oxford Economics, spiegando: “Abbiamo avuto una crescita relativamente forte e solida del mercato del lavoro nonostante parecchi venti contrari come la guerra commerciale con la Cina, un’attività economica globale tendenzialmente più debole e l’incertezza del quadro politico.

Nessuno di questi fattori, infatti, ha fermato la crescita dei posti di lavoro. “Non ho visto nulla di preoccupante nell’andamento del mercato del lavoro nel 2019”, ha aggiunto, sempre al New York Times, Rubeela Farooqi, a capo dell’istituto High Frequency Economics.

Le battute finali dei dazi?

Negli ultimi due anni molti analisti statunitensi si sono chiesti quanto la guerra commerciale che Donald Trump ha affrontato contro la Cina fin dal primo giorno della sua presidenza potesse incidere sull’andamento economico del Paese. Non pochi, dal Wall Street Journal al Financial Times, passando per i consiglieri più stretti del Presidente, avevano avvisato Trump dei pericoli di una scelta così azzardata.

E i problemi, in effetti, non sono mancati. Gli agricoltori del Midwest, dall’Iowa all’Indiana passando per il Nebraska, hanno subito più di tutti gli effetti della guerra commerciale tra Washington e Pechino, subendo le conseguenze del crollo dei prezzi della soia.

“È stata dura, ma per un imprenditore è importante sapere quando un problema sta per arrivare, in modo da prendere le giuste contromisure”, ha detto a CiSiamo Dave Walton, agricoltore di Wilton, in Iowa. “Sapevamo che Trump lo avrebbe fatto: lo abbiamo votato anche per questo, perché la manipolazione della Cina aveva toccato livelli senza precedenti”.

Walton, così come molti altri agricoltori, hanno scelto l’ex tycoon nel 2016, proprio per un cambio di rotta su questo aspetto. Due anni di guerra commerciale dopo, però, hanno chiesto al Presidente di accelerare su un accordo con la controparte cinese. Consapevole di queste esigenze da parte di uno dei suoi elettorati più forti e del fatto che gli Stati Uniti esportano un terzo della loro soia proprio alla Cina, Trump ha abbassato i toni contro Pechino, ha accettato i termini del negoziato dello scorso dicembre e ora si appresta a chiudere la cosiddetta “fase uno” dei tavoli.

Scrivere la parola fine sulla prima fase della guerra dei dazi permetterà a questa categoria di lavoratori americani di tornare a respirare, dopo mesi di incertezza.

Si guadagna, però, di meno

Il boom dei posti di lavoro non è iniziato sotto Donald Trump. È stata infatti l’amministrazione Obama, che ereditò una situazione disastrosa, a riportare il Paese, pezzo dopo pezzo, sulla retta via dalle macerie del 2008. Ma Donald Trump ha, a sorpresa di molti, proseguito in questa direzione dando un nuovo “boost” all’economia per molti inaspettato.

Il taglio delle tasse dal 35% al 21%, introdotto alla fine del 2017, ha favorito la fascia più ricca del Paese, molto più della classe media. Il famoso effetto di “trickle down”, ovvero l’idea secondo cui favorendo i più benestanti la ricchezza possa letteralmente gravitare sulla testa dei meno abbienti, non è stato innescato. Ma il taglio dell’imposizione fiscale è stato sufficiente a garantire, seppur in modo molto più moderato delle aspettative, una crescita anche della classe media, che negli Stati del Midwest preferì Trump a Clinton nel 2016.

Effetti collaterali

Gli effetti collaterali, però, sono stati due. Da una parte l’aumento spropositato del debito pubblico, che ha toccato quota 22 trillioni di dollari sotto l’amministrazione Trump, il più alto di sempre. Un dato che fa il paio con i numeri sul deficit che nei prossimi dieci anni si prevede possa possa toccare quota 1,2 trillioni di dollari, pari al 4,4% del PIL. 

Dall’altra parte, gli stipendi che non crescono più come prima o che rimangono stagnanti in relazione all’aumento del costo della vita. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti, infatti, gli stipendi sono aumentati appena del 2,9% nell’ultimo anno, un dato lontano dal 3,3% fatto segnare nel dicembre 2018. Tradotto nella vita quotidiana significa che molti americani si vedono costretti a trovare almeno un secondo lavoro on a side, oltre a quello principale, per arrotondare e arrivare alla famosa “fine del mese”.

“È più semplice trovare un lavoro che ottenere un aumento di stipendio”, ha spiegato senza troppi giri di parole ai media americani Diane Swonk, a capo del dipartimento di economia dell’organizzazione finanziaria Grant Thornton LLP. Da questa frase e dagli effetti futuro dell’andamento del deficit passerà, di fatto, il futuro dell’economia americana.

Il periodo, oggi, è roseo. Ma le conseguenze di questa crescita, sempre costante e sempre meno regolamentata, potrebbero prima o poi arrivare.