Mai in basso, mai in alto: la strana storia dell’indice di approvazione di Donald Trump

È fisiologico, si dice sempre. I Presidenti di tutto il mondo partono bene a inizio mandato, amati da chi li ha votati e supportati dalla maggior parte dell’opinione pubblica, per poi diventare a mano a mano sempre meno popolari per le decisioni che prendono. È successo, spesso, in Italia. Lo ha capito ben presto Emmanuel Macron in Francia. È stata a lungo una regola valida anche negli Stati Uniti. Questa volta, però qualcosa è cambiato. E il motivo è legato sempre a lui, Donald Trump.

Secondo il grafico riportato (e aggiornato a cadenza quasi quotidiana) dall’istituto di sondaggi FiveThirthyEight, tra i più precisi e attendibili degli USA, Donald Trump non è mai stato popolare nel Paese. Ma non ha nemmeno mai subito il tracollo che molti suoi predecessori hanno dovuto affrontare.

Per questo, l’ex tycoon diventato Presidente ha aperto il suo 2020, anno che porterà il Paese alle elezioni, sul 41,9% di approval rating. Non così lontano da Barack Obama, che nel gennaio 2012 si attestava sulla stessa percentuale: il 45,5%.  

Mai in basso, mai in alto

Quando gli americani delle grandi città statunitensi si sono risvegliati, il giorno dopo le elezioni nel 2016, il 9 novembre, non ci potevano quasi credere: Donald Trump era davvero diventato il Presidente del loro Paese. Le scene del Paese sono state tra le più forti: persone in lacrime, manifestazioni nelle strade, raccolta firme online per rimuoverlo dalla Casa Bianca prima ancora che vi entrasse.

Uno dei titoli che questi americani, quelli delle grandi città, avevano letto più volentieri in quei giorni, era legato all’indice di approvazione di Donald Trump: 45,5% il più basso della storia degli Stati Uniti per un Presidente a inizio mandato. Tutti i suoi predecessori principali avevano fatto meglio di lui. Barack Obama iniziò con il 61,3%, George W. Bush con il 46%, Bill Clinton con il 54%, George H.W Bush con il 62%, Ronald Reagan con il 51%, Jimmy Carter con il 66%, Gerald Ford con il 71%, Richard Nixon con il 59%.

L’andamento di tutti questi Presidenti è stato molto variabile, con il passare degli anni. Quello di Donald Trump no: mai estremamente in basso, mai estremamente in alto, il Presidente degli Stati Uniti non ha mai superato l’asticella del 45,5% iniziale ma non è nemmeno mai sceso sotto il 36,5%.

Un giochino per capire

La strana storia dell’indice di approvazione di Donald Trump è spiegabile andando su questo link (https://projects.fivethirtyeight.com/trump-approval-ratings/?ex_cid=rrpromo), dove FiveThirtyEight sta tenendo traccia dell’andamento del Presidente e dei suoi predecessori. La linea verde di approvazione di Trump è molto simile a una linea retta.

Ci sono dei picchi al ribasso, certo, come quello di metà dicembre 2017. E picchi al rialzo successivi al suo insediamento, come il 43,8% fatto registrare il 17 dicembre 2019, il giorno in cui la Camera ha votato gli articoli di impeachment di abuso di potere e ostruzione al Congresso, ai danni del Presidente, nell’ambito dell’Ucrainagate.

Come sono andati gli altri

In generale, però, non ci sono stati grossi scossoni come per i suoi predecessori. Vedendo i grafici degli ex inquilini della Casa Bianca, scrollando sulla pagina un po’ sotto, i trend sono infatti ben diversi. Barack Obama è andato costantemente al ribasso, in un Paese alle prese con la ripresa economica post-2008 e con il dibattito sull’Obamacare, che lacerò il dibattito pubblico nel suo primo mandato presidenziale. L’indice di disapprovazione di Obama, fermo a un misero 21,2% al suo insediamento, schizzò fino al 51,4% attorno al suo millesimo giorno di amministrazione. Quello di approvazione, viceversa, toccò picchi al ribasso ben conosciuti da Trump.

Un altro caso interessante è quello invece di George W. Bush, che partì malissimo ed ebbe un picco enorme in concomitanza con gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, settimane in cui Bush ebbe la possibilità di contare addirittura sull’88,1% di indice di approvazione. Gli americani, preparandosi alla guerra in Iraq e Afghanistan per rispondere allo squarcio provocato dall’attentato dell’11 settembre, diedero mandato pieno a Bush, che però fallì nel convincere a pieno e ripiombò presto al 50%. 

Lo “skyline” di Richard Nixon

Ultimo, ma non meno importante, il grafico di Richard Nixon. Altro Presidente in odore di Impeachment fin dal suo insediamento, altro personaggio politico estremamente discusso dall’opinione pubblica, che diede le sue dimissioni prima del voto alla Camera sugli articoli di Impeachment, nel 1974. Spesso, Trump e Nixon sono stati accostati per la loro esperienza di governo, ma il grafico dell’indice di approvazione del secondo è molto diverso. Assomiglia, un po’, a uno skyline, dove si alternano momenti di grande stabilità e di forte calo, fino al 50,8% con cui si presentò alle elezioni del 1972 dominandole: vinse tutti gli Stati a parte il Massachusetts e Washington DC.

Perché va così per Trump

L’andamento del suo indice di approvazione, così simile a una linea retta, è un ottimo modo per spiegare l’ascesa al potere e il controllo dello stesso da parte di Donald Trump. Forte di un’economia che va bene e di un’occupazione che è andata sempre meglio, il Presidente USA non si è mai interessato di farsi amare dalle grandi città che hanno votato, in massa, contro di lui nel 2016.

Suo obiettivo è stato quello di puntare sulla polarizzazione del Paese, in modo da rafforzare la sua base elettorale, disinteressandosi di quella così lontana da lui e dal suo modo di interpretare la presidenza alla Casa Bianca. A dieci mesi dalle elezioni, quel grafico rispecchia al meglio il suo operato, l’esperimento trumpiano sembra stia funzionando e i numeri dei sondaggi in diversi stati-chiave sembrano essere sempre più a suo favore.