Origini e conseguenze della nuova crisi mediorientale

Il nuovo decennio si è aperto, almeno per ciò che riguarda la politica internazionale, con un avvenimento completamente inaspettato: l’uccisione tramite un’azione congiunta dell’esercito americano e del Mossad del Generale iraniano Soleimani. Ma perché è così importante? Perché le conseguenze potrebbero essere così disastrose da portare a un conflitto di larga portata?

CHI ERA SOLEIMANI

Secondo solo alla figura dell’Ayatollah Khamenei, Qassem Soleimani era il Generale a capo delle forze speciale Al Quds dei Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ed era uno degli uomini più potenti d’Iran. Eroe della guerra tra Iran e Iraq, Soleimani ha assunto sempre più importanza tra i ranghi militari iraniani, fino a diventare capo del corpo speciale Al Quds nel 1998.

Negli ultimi vent’anni le forze Al Quds sono state per l’Iran quello che la CIA e le forze speciali messe assieme sono state per gli Stati Uniti: uno strumento di intelligence, forza militare e politica estera potente e insieme sfuggente. Il loro compito più importante è stato esportare la rivoluzione islamica iraniana all’estero.

Soleimani usò l’influenza e il potere delle forze Al Quds per cambiare i rapporti in Medio Oriente in favore dell’Iran, con tutti i mezzi a sua disposizione: assassinando politici, fornendo armi e sostegno agli alleati e, per più di un decennio, gestendo una rete di gruppi responsabili dell’uccisione di centinaia di americani in Iraq, utilizzando il medesimo modus operandi della CIA nei Paesi dell’America Latina, e non solo.

Soleimani ha trasformato le forze Al Quds in un’organizzazione con una capacità di azione senza precedenti, in grado di compiere operazioni speciali di intelligence e sabotaggio di vario tipo.

Il suo ruolo nel conflitto siriano e nella guerra contro Daesh in Medio Oriente è stato fondamentale. È giusto ricordare che oggi è grazie alle milizie sciite irachene e alle forze Al Quds che lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq. Non è solo merito dei Pashmerga e dei curdi siriani, che nell’immaginario occidentale sono gli unici eroi contro il pericolo dello Stato Islamico.

Non da ultimo, Soleimani avrebbe dovuto candidarsi alle prossime elezioni presidenziali iraniane. Tutto ciò dimostra il prestigio e l’importanza che questo personaggio aveva per Teheran e per il suo popolo.

PRECEDENTE

La milizia sciita irachena filoiraniana di Kataib Hezbollah si sta scontrando nell’ultimo periodo con gli Stati Uniti. La scorsa settimana gli yakees hanno accusato Kataib Hezbollah di avere ucciso un contractor statunitense in un attacco avvenuto in una base militare irachena, e come risposta hanno attaccato basi della milizia in Iraq e in Siria uccidendone diversi membri. A sua volta, questa azione ha portato all’assalto dell’ambasciata americana a Baghdad da parte di miliziani filoiraniani, con la tacita approvazione del governo iracheno.

L’ordine di uccidere Soleimani è arrivato direttamente dal presidente Donald Trump, che non ha informato il Congresso dell’attacco, limitato a pubblicare su Twitter una bandiera degli Stati Uniti subito dopo il raid. I suoi predecessori hanno sempre scartato l’idea di uccidere Soleimani, per il timore che un’azione di questa portata avrebbe portato all’inizio di una guerra tra Stati Uniti e Iran, un conflitto il cui casus belli ricorda per molti aspetti l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando del 28 giugno 1914.

Uccidendo il generale Soleimani, oltre ad aver apertamente dichiarato guerra all’Iran, uno Stato sovrano universalmente riconosciuto, gli Stati Uniti hanno commesso un atto di terrorismo di Stato, come dichiarato dal nostro ex ambasciatore Alberto Bradanini. Anche se per la legge americana l’operazione è legittima dato che lo scorso maggio i Pasdaran sono stati inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali, di fatti, uccidere la seconda carica di uno Stato viola non solo il diritto internazionale, che a fatica riusciamo ad interpellare e a far rispettare in casi di conflitti internazionali, ma ha violato il principio di moderazione e proporzionalità oltre che l’etica della politica internazionale stessa.

Infatti, per un mercenario americano, la rappresaglia di Washington aveva già fatto 25 vittime tra i Kataib Hezbollah, violando il principio delle Convenzioni di Ginevra secondo le quali la rappresaglia è lecita solo tra nazioni in guerra tra di loro. Ora, uccidendo Soleimani, Trump ha oltrepassato il Rubicone, probabilmente senza nemmeno rendersene conto.

Ma per quale motivo l’amministrazione americana ha deciso proprio ora di muoversi contro l’Iran? Ci sono diverse ragioni di politica interna e di politica estera.

MOTIVAZIONI DI POLITICA INTERNA

Per capire perché proprio ora l’Amministrazione Trump si sia mossa contro Teheran bisogna in primis guardare a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti e alle vicissitudini del Presidente. Mantenendo coerenza, per quanta poca ne abbia dimostrata, ogni qual volta scoppia uno scandalo interno che può portare alla messa in stato di accusa del Presidente, Trump dà il via ad un’azione eclatante di politica estera per distogliere l’attenzione dei propri cittadini dai suoi problemi.

Ne sono un esempio il tavolo saltato con i talebani per porre fine alla guerra in Afghanistan per distogliere l’attenzione dal Russiagate, mettendo imbarazzo all’interno dell’apparato diplomatico americano che ha lavorato per anni al trattato di pace, o la continua guerra commerciale con la Cina che non può più essere un diversivo vista la decisione di siglare degli accordi commerciali per porvi fine.

Ora che l’impeachment è passato al Congresso serviva una nuova azione, nonostante la consapevolezza che la messa in stato di accusa finirà con un nulla di fatto grazie al Senato a maggioranza repubblicano. Ecco quindi un nuovo vecchio nemico: l’Iran.

In secondo luogo, e non meno importante, a novembre si terranno le elezioni presidenziali e non è una novità per i Presidenti repubblicani far scoppiare una crisi estera sotto elezioni. I motivi sono diversi. Da una parte, per tradizione, le lobby del petrolio e delle armi sono le prime finanziatrici del Partito Repubblicano americano, e un conflitto non può che essere un occhiolino strizzato neanche troppo di nascosto alle suddette. Dall’altra, fomentando l’ansia nei propri cittadini facendogli rivivere il terrore di ciò che è successo vent’anni fa, Trump pensa di indirizzare il voto a suo favore. Non è un caso che il Segretario di Stato Pompeo abbia rievocato l’11 settembre subito dopo l’attacco di venerdì scorso.

MOTIVAZIONI DI POLITICA ESTERA

Siamo in un momento storico nel quale l’alleanza sciita in Medio Oriente è più forte che mai, ed è fondamentale per gli Stati Uniti rompere questo asse che rimetterebbe in discussione la supremazia atlantica nella regione.

Dalla caduta di Saddam Hussein, passando per la guerra in Siria, i gruppi sciiti sono alla guida della maggior parte dei Paesi del Medio Oriente. Hezbollah, per quanto sia considerato un gruppo terroristico da parte della comunità internazionale, è parte fondamentale del governo libanese, Assad è ancora al potere a Damasco grazie all’appoggio di Teheran, Hamas non perde consensi nella striscia di Gaza, l’Iraq è ormai uno Stato satellite dell’Iran e il conflitto in Yemen tra sciiti e sunniti, quindi tra filosauditi e filoiraniani, non fa che incrementare l’influenza sciita nell’aerea.

Se osserviamo la cartina, questo asse porta l’Iran ad avere un diretto sbocco sul Mediterraneo, intaccando gli interessi dei due più grandi alleati americani nell’area: Israele e l’Arabia Saudita.

Ed è proprio all’Arabia Saudita che dobbiamo guardare per comprendere a fondo l’omicidio di Soleimani. Nelle ultime ore è emerso che il generale iraniano stava lavorando ad una pace tra Teheran e Riyad, così come riportato dal Primo Ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi.

L’Arabia Saudita, ha spiegato Adel Abdul-Mahdi, aveva inviato una lettera rivolta a Teheran, proponendo un piano di pace, e l’idea era stata accolta dagli iraniani che avevano inviato in missione diplomatica il loro massimo esponente in materia di Paesi arabi. L’Iraq si era offerto come mediatore, ed era questa la motivazione della presenza di Soleimani nel Paese.

La pace tra Iran e Arabia Saudita, nemici storici, sarebbe stata per gli Stati Uniti, tanto quanto per Israele, un colpo più duro di un qualsiasi attacco militare. Senza il timore di un conflitto con Teheran, difficilmente Riyad, primo acquirente delle armi americane, avrebbe continuato a rifornirsi da Washington. Dall’altra parte Tel Aviv non può accettare che l’unico altro alleato americano della regione si riappacifichi con l’Iran, Paese noto per dichiarare apertamente di voler distruggere lo Stato ebraico. Motivo per il quale il raid americano è stato realizzato con il supporto e l’avallo del Mossad.

Non è comunque da escludere la possibilità del coinvolgimento saudita nell’azione contro Soleimani.

CONSEGUENZE

Ciò che è certo è che questo scontro non somiglierà a nessun altro del passato. Di sicuro non sarà una guerra frontale come l’invasione dell’Iraq del 2003, con le truppe dell’esercito più potente del mondo inviate in un paese iper-armato ma disorganizzato. Al contrario, sarà un conflitto multiforme il cui teatro rischia di essere l’intero Medio Oriente, se non oltre.

Dall’altra parte, il regime dei mullah a questo punto si gioca la sopravvivenza, e non si lascerà battere senza combattere.

Probabilmente sarà una situazione di continua tensione militare con attacchi reciproci su obiettivi strategici, come è successo la scorsa notte con i raid su due basi militari americane da parte dell’Iran.

Difficilmente gli Stati Uniti rinunceranno alla loro presenza nell’area, come è ben stato dimostrato dalla presa di posizione di Trump nei confronti dell’Iraq due giorni fa in seguito all’approvazione della risoluzione da parte del Parlamento di Baghdad che prevede la cacciata dei militari americani dal Paese.

Sarà fondamentale capire come si muoveranno le altre potenze della regione, Arabia Saudita e Turchia, ma soprattutto il ruolo che avrà Mosca in questo scenario, che potrebbe veramente diventare catastrofico. Come si muoverà Putin in un conteso nel quale vede uno dei suoi maggiori alleati, l’Iran, sull’orlo del conflitto con gli Stati Uniti di Trump, il cui rapporto con il Presidente russo è alquanto ambiguo?

Solo il tempo ci dirà se Trump, assassinando il generale Soleimani, avrà commesso l’errore che si era ripromesso di non fare, ovvero lanciare gli Stati Uniti in una di quelle guerre senza fine contro cui si è scagliato incessantemente nella sua prima campagna elettorale. Per qualche giorno Trump potrà vantarsi di aver eliminato un grande nemico degli States, gonfierà il petto e si farà passare per un grande stratega, ma in realtà sta solo riuscendo a surclassare George W. Bush come peggior Presidente degli Stati Uniti.

Redazione CiSiamo
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