Quando Trump accusava Obama di volere la guerra con l’Iran nel 2011, per essere rieletto

Trump critica Greta Thunberg a Davos
Trump critica Greta Thunberg a Davos (foto repertorio)

La morte del generale iraniano Qassim Suleimani, ucciso nella notte italiana tra giovedì e venerdì per mano di un drone americano all’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, è un colpo al cuore della diplomazia internazionale e rischia di aprire inquietanti scenari di guerra in Medio-Oriente. Un attacco che è stato vendicato dagli Stati Uniti e autorizzato dal presidente Donald Trump.

In molti addetti ai lavori si sono chiesti della necessità di un’operazione del genere e provato a capire le mosse del Presidente, da sempre imprevedibile e spesso in disaccordo con i suoi stessi generali sulle decisioni da prendere in politica estera, nei suoi primi tre anni di amministrazione.

“Il Generale Qassam Soleimani ha ucciso o ferito gravemente migliaia di americani per un lungo periodo di tempo e stava programmando di ucciderne altri…ma è stato preso!”, ha twittato Trump oggi spiegando le ragioni ufficiali dell’attacco. Ma un altro suo tweet, datato nel 2011, apre le porte a teorie diverse. Che potrebbero riguardare la politica interna, quasi quanto quella estera.  

Il tweet-accusa del 2011

Correva l’anno 2011. Mese di novembre. I giorni a cavallo del Thanksgiving. Donald Trump, allora semplice papabile candidato tra le file dei Repubblicani per le elezioni 2012 ma mai davvero in corsa, prende il cellulare, apre Twitter e scrive: “Per essere rieletto, Barack Obama inizierà una guerra con l’Iran”. Poi, non contento, chiede a un suo collaboratore di prendere la videocamera e dalla sua Trump Tower in un video ribadisce: “Obama è troppo debole e incapace di ottenere un compromesso, inizierà una guerra per essere rieletto”.  

Il tweet e il video fanno parte di una campagna di comunicazione mirata, da parte del tycoon che molto tempo dopo sarebbe diventato presidente. Una serie di attacchi all’amministrazione Obama, in quel periodo alle prese con l’ennesima crisi diplomatica tra Washington e Teheran.

Sette anni dopo, molte cose sono successe. Obama ha fatto in tempo a rivincere le elezioni nel 2012, a ricalibrare la posizione della sua amministrazione a metà tra Iran e Arabia Saudita, che ha permesso poi alla comunità internazionale di firmare l’accordo sul nucleare del 2015. Trump, invece, quell’accordo lo ha sempre criticato. Da quando è diventato Presidente lo ha costantemente osteggiato. E ora, sembra vogliare fare ciò di cui accusava Obama di voler fare, nel 2011: implementare un’escalation con l’Iran per provare a rivincere le elezioni interne.

I rischi di una guerra

La decisione di uccidere Qassam Soleimani da parte dell’amministrazione Trump, infatti, è stata duramente criticata dal mondo e viene vista come un pericoloso avvicinamento verso un conflitto militare tra Stati Uniti e Iran. Il Generale Soleimani era al vertice delle potentissimo Quds Force, le forze speciali delle Guardie della Rivoluzione, testa pensante e braccio operativo e strategico di Teheran in politica estera. La sua uccisione, mai tenuta seriamente in considerazione dagli Stati Uniti sotto le amministrazioni Bush e Obama, rischia di aprire una crisi senza precedenti.

“La sua morte non pone fine al suo percorso o alla sua missione, ma una violenta vendetta attende i criminali che hanno il suo sangue e il sangue degli altri martiri della scorsa notte sulle loro mani”, ha detto in una dichiarazione Ayatollah Ali Khamenei, leader supremo dell’Iran. Nell’attacco USA, infatti, il drone MQ-9 Reaper da cui sono stati sparati i missili al convoglio di autovetture vicine all’aeroporto, ha ucciso diversi funzionari militari iracheni di alto livello sostenuti da Teheran.

Farnaz Fassihi, giornalista iraniana del New York Times e massima esperta di Iran, citando sue fonti diplomatiche, ha scritto in un tweet che “da parte di Teheran da oggi ogni prospettiva di negoziazione con gli Stati Uniti è finita” e che “l’unica cosa di cui si parla è di vendetta”. Fassihi ha anche aggiunto, citando ulteriori fonti iraniane in Iran che “uccidere Qasem Sulaimani significa dichiarare guerra” e che “la reazione ufficiale avrà inizio con un attacco militare”.

Perché aiuterebbe a rivincere Trump?

L’idea secondo cui lo scoppio di una guerra con l’Iran possa aiutare il Presidente Trump – e che secondo l’attuale Presidente Trump avrebbe potuto aiutare il suo predecessore Obama nel 2011 – potrebbe stare nel fatto che l’idea di un conflitto armato divide, storicamente, la popolazione in due fazioni. Chi è pro e chi è contro. Dividendola in questo modo, permetterebbe anche di congelarne gli elettori. Trump ha spesso lavorato, in questi primi tre anni di amministrazione, seguendo questo schema.

Non ha mai parlato all’America intera, non è mai voluto essere “il Presidente di tutti”. Ha sempre conversato con la “sua” America e con il “suo” popolo, mantenendo le promesse elettorali a quella fazione e dimenticandosi del resto, consapevole del fatto che questo possa bastare per riottenere la riconferma alle elezioni 2020.

Paese diviso

Il Presidente USA ha già utilizzato questa strategia con la procedura di Impeachment, dove lo sforzo, anche comunicativo, per congelare il suo elettorato a suo favore, è stato estremo e costante. E ha funzionato: l’approval rating del Presidente è oggi al 42,5%, in rialzo rispetto a ottobre e con un picco sopra il 43%, tocccato il giorno del voto sugli articoli di impechment alla Camera a dicembre.

Ma questa ennesima scommessa di Trump potrebbe rischiare di danneggiarlo. Un sondaggio curato da Gallup lo scorso agosto ha evidenziato come il 78% degli americani preferisca fare affidamento su sforzi non militari, per fermare il programma nucleare dell’Iran. Il 65% ha invece espresso preoccupazione sul fatto che gli USA potessero utilizzare la forza troppo in fretta sul fronte iraniano.

Non tutti, all’interno di questa percentuale, sono elettori di sinistra. Anzi. In America, infatti, il sentiment nei confronti della guerra è estremamente negativo, dopo il disastro in Iraq e in Afghanistan e il trentennio in Vietnam che ha stremato due generazioni di americani. E molti elettori indecisi, nel 2016, avevano votato Trump invece di Clinton, per la sua promessa di ritirare le truppe USA in terra straniera e di disinteressarsi delle sorti del Medio Oriente.

Una promessa, fino a questo momento, rispettata. Ma che la scorsa notte è stata rimangiata dallo stesso Presidente. Un Trump che adesso rischia la rielezione, qualora l’uccisione di Soleimani dovesse portare per davvero a un’escalation armata tra Stati Uniti e Iran, pericolosa per il mondo, mal digerita persino dai “suoi” americani.

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.