Cosa c’è da sapere sull’impeachment a Donald Trump, fino adesso

Tutto ha avuto inizio con la segnalazione da parte di una talpa sulle pressioni a cui Trump avrebbe sottoposto il governo ucraino

Impeachment per Donald Trump
Impeachment per Donald Trump (Foto da Flickr, Gage Skidmore)

Sarà la “fine dell’inizio dell’impeachment”, come ha scritto negli scorsi giorni una CNN sempre più Trump-dipendente. Una giornata chiave che rappresenta il colpo di coda della prima parte del procedimento, quella delle deposizioni a porte chiuse, e che apre invece la porta (letteralmente) alla seconda.

Domani, al Congresso di Washington, scattano le audizioni pubbliche del processo di impeachment ai danni del Presidente americano Donald Trump. Tra pugnalate alle spalle e colpi di scena, super-testimoni e dietro-front, sarà la prima di una lunga serie di sessioni aperte al pubblico, che da qui ai prossimi mesi intossicheranno il dibattito politico, già avvelenato, di un’America sempre più stremata da scandali e bufera.

Due testimoni (più uno)

William B. Taylor, diplomatico americano

I primi testimoni, scelti dai Democratici che hanno la maggioranza alla Camera e presiedono la “commissione intelligence”, saranno due. William B. Taylor, inviato americano di alto livello in Ucraina e George P. Kent, un ufficiale di alto rango ai vertici del Dipartimento di Stato americano. A rivelarlo è stato negli scorsi giorni Adam Schiff, deputato Democratico dalla California che presiede la commissione Intelligence alla Camera.

A seguire, venerdì, toccherà invece a Marie L. Yovanovitch, ex ambasciatrice statunitense in Ucraina. “E altri sono in arrivo”, ha twittato in settimana Schiff. Taylor, Kent e Yovanovitch, nomi che in un primo momento potrebbero non dirvi niente, sono invece le deposizioni che, secondo i Dem, rappresentano a oggi le testimonianze più significative tra quelle avvenute a porte chiuse nelle scorse settimane. E potrebbero costituire una svolta all’indagine nei confronti del presidente.

Perché l’impeachment a Trump

Già, ma perché Trump è stato messo sotto accusa? Il Presidente statunitense, nel suo primo anno di amministrazione, era passato indenne alla bufera del Russiagate. Da settembre, però, è sotto processo per l’Ucrainagate. E tutto ha avuto inizio con la segnalazione da parte di un whistlerblower (una talpa) dell’intelligence americana sulle pressioni che Trump e il suo avvocato Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, avrebbero sottoposto nei confronti del governo ucraino.

Da sinistra: Volodymyr Zelens’kyj, presidente ucraino e Donald Trump, presidente USA durante una conferenza stampa alle Nazioni Unite di New York, lo scorso 25 settembre

La posta in gioco? La riapertura dell’indagine per corruzione nei confronti della società ucraina Burisma, nel cui board compariva il figlio del candidato presidente dei Dem Joe Biden, Hunter in cambio degli aiuti economici e militari da parte degli USA. “Ho bisogno che tu mi faccia un favore”, ha ammesso Trump di aver detto alla sua controparte ucraina, Volodymyr Zelens’kyj, in una telefonata di luglio, la cui trascrizione è stata resa pubblica dallo stesso presidente americano.

Trump ha ammesso, quindi, di aver chiesto a Zelens’kyj la riapertura dell’indagine sui Biden, avversari politici nelle elezioni che verranno. Ma, definendo il procedimento di impeachment come una nuova caccia alle streghe, nega ogni genere di quid pro quo. Ovvero, tradotto, nega che quel favore fosse legato allo sblocco degli aiuti economici destinati all’Ucraina. Cosa che ha invece ha riportato la talpa nel suo report e che i Democratici, ora, stanno cercando di provare.

Cosa succede domani

Adam Schiff, deputato Dem dalla California, Chairman della Commissione Intelligence alla Camera (Foto Flickr: Gage Skidmore)

È qui che parte il procedimento di impeachment a Trump. La speaker della Camera Nancy Pelosi era sempre stata tra le più restie ad avviare l’indagine nei confronti del Presidente, ma dopo la pubblicazione della telefonata tra Trump e Zelens’kyj non ha potuto dire più di no.

Nelle scorse settimane sono iniziate le audizioni a porte chiuse, nelle quali la Casa Bianca ha deciso di non cooperare e in cui personaggi come John Bolton (ex advisor della sicurezza nazionale di Trump) e Rudy Giuliani hanno deciso di non partecipare. Da domani, inizieranno quelle pubbliche. E si partirà dai primi tre nomi scelti dai Dem.

George Kent, che ha aveva detto nella deposizione a porte chiuse di essere stato messo da parte proprio in favore di Giuliani. William Taylor, che a porte chiuse ha confessato di essere venuto a sapere che la relazione tra America e Ucraina dipendesse dall’impegno pubblico, del presidente Volodymyr Zelens’kyj di riaprire l’indagine di corruzione nei confronti dei Biden. E Marie Yovanovitch, che nella sua prima deposizione ha detto di essere stata rimossa dal suo incarico perché era stato Rudy Giuliani, avvocato personale di Donald Trump, a farne richiesta.

Sono i fiori all’occhiello per i Dem, per ora. E domani e venerdì saranno loro tre a parlare a telecamere accese. Pelosi e Schiff, però, sanno bene di aver bisogno di testimonianze ben più influenti e scottanti, per provare che le loro supposizioni siano fatti– e per convincere i repubblicani del Senato, dove i Dem non hanno la maggioranza, della bontà dell’impeachment. Per questo le pressioni, in quello che rischia di trasformarsi in un tutti-contro-tutti, sono in aumento.

Sondland, ambasciatore dalla memoria corta

Da destra: il Presidente Donald Trump e la First Lady Melania Trump, il Segretario di Stato Mike Pompeo, l’ambasciatore USA in Belgio Ronald Gidwitz e l’ambasciatore USA in Unione Europea Gordon Sondland, durante un incontro a Bruxelles l’11 luglio 2018 con i dipendenti della Missione diplomatica (Foto: Dipartimento di Stato USA)

Tra le deposizioni a porte chiuse più dubbie e incongrue, ad esempio, è emersa quella dell’ambasciatore americano per l’Unione Europea, Gordon Sondland. Sondland, infatti, ha ritrattato la sua confessione e solo all’inizio della settimana scorsa ha confessato ai deputati della Camera di essersi dimenticato di alcuni dettagli.

Nelle tre pagine aggiunte alle centinaia già depositate, l’ambasciatore ha confessato di essersi ricordato solo dopo di aver detto a un assistente del presidente Zelenskiy che gli aiuti militari americani all’Ucraina non sarebbero stati riattivati fino a quando l’indagine di corruzione non sarebbe stata riaperta, come voluto da Trump. Il diplomatico USA lo avrebbe confidato all’assistente di Zelenskiy a margine di un meeting a Varsavia con il vice presidente USA, Mike Pence.

Sondland ha detto agli investigatori che la sua memoria è stata rinfrescata dalle deposizioni di altri due testimoni-chiave a porte chiuse. Poi ha aggiunto che Trump gli ha quasi riattaccato il telefono durante una conversazione telefonica delle scorse settimane, quando Sondland gli chiese specificatamente se la Casa Bianca stesse congelando gli aiuti militari all’Ucraina a causa dell’indagine. “Non voglio niente, non voglio nessun quid pro quo, voglio solo che Zelenskiy faccia la cosa giusta”, avrebbe risposto Trump prima di chiudere la conversazione.

L’ultimo “Giuda”? Il capo dello staff della Casa Bianca

Ma non è finita qui. Nel tornado di dietrofront e pugnalate alle spalle, l’ultimo “Giuda” per il presidente Trump è stato per qualche giorno il capo dello staff della sua Casa Bianca: Mick Mulvaney. Un altro nome non molto conosciuto in Italia, ma che potrebbe rivelarsi decisivo.

Quando Pelosi lanciò il procedimento di impeachment lo scorso settembre, Trump ordinò alla Casa Bianca di non cooperare con la commissione intelligence alla Camera guidata dai Dem. Mulvaney, però, ora sta vagliando questa opportunità.

Come? Ha ordinato ai suoi legali di partecipare a una causa già in corso, avviata dall’ex National Security Adviser della Casa Bianca, John Bolton, che vede Trump come imputato. Salvo poi però ritrattare tutto, a seguito del parere del giudice federale che dirà la sua nel caso: “Non sono incline ad accettare questa mozione”, ha scritto il giudice Richard Leon nell’esprimere contrarietà all’idea di una causa congiunta.

Mulvaney ha quindi deciso di procedere con una sua causa personale, parallela. E il giudice dovrà pronunciarsi su entrambe decidendo se la White House sia costretta a collaborare con la commissione che si sta occupando dell’impeachment o meno. Se il parere dovesse essere sì, Mulvaney avrebbe dato supporto legale a una richiesta che lo “costringerebbe” a cooperare con chi sta indagando l’inquilino di Pennsylvania Avenue. E Bolton avrebbe il diritto di testimoniare come sembra sia intenzionato a fare.

Cosa stanno facendo i Repubblicani

Già, e i repubblicani? Mentre si attende che super-testimoni come John Bolton, costretto alle dimissioni da Trump a sorpresa lo scorso 10 settembre, accettino di parlare (l’avvocato di Bolton ha detto che il suo assistito “sa di molti rilevanti meetings e di conversazioni”), il partito repubblicano si dimostra sempre più compatto a sostegno del Presidente.

Alla Camera nessuno dei rappresentanti ha votato a favore dell’impeachment a Trump, durante il primo voto del 31 ottobre (due Dem, invece, hanno detto no assieme ai Repubblicani, nonostante la mozione sia passata a maggioranza, 232 a 196). E ora chiedono che Hunter Biden, figlio del candidato Joe, si presenti alla commissione intelligence a testimoniare assieme al whistlerblower, la cui identità è rimasta, come da regolamento, anonima.

L’utima parola su chi debba testimoniare o meno, però, proprio per le regole passate a maggioranza in quel primo voto alla Camera, spetterà ai Democratici. E mentre Trump promette di pubblicare una trascrizione di una seconda telefonata con il presidente ucraino, “forse martedì“, Adam Schiff, chairman della commissione intelligence che sta indagando sul presidente, non sembra intenzionato ad arretrare.

*Aggiornato il 12/11/2019, alle ore 16.12

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.