Questo ottobre è stato il mese delle rivoluzioni del 2019

Mancano pochi giorni alla fine di ottobre e già possiamo definirlo il mese delle rivoluzioni del 2019. Dal Sud America all’Asia, passando dall’Africa, al Medio Oriente e alla stessa Europa, esempi di proteste, rivendicazioni che partono dal basso ce ne sono a non finire. La Paz, Barcellona, Beirut, Santiago, Baghdad, tutte queste città sono scenario di manifestazioni di massa, principalmente giovani, che rivendicano diritti.

Qual è il filo conduttore di tutte queste rivolte? Richiesta di democrazia, eliminazione della corruzione e annullamento delle politiche di austerity che hanno arricchito pochi a discapito di moltissimi. Di fatto siamo di fronte alla crisi del sistema neoliberista.

Dal Cile alla Bolivia e all’Ecuador: il peso della crisi

L’America Latina è da sempre una polveriera pronta ad esplodere ed oggi è letteralmente in fiamme. L’intera regione sta bruciando, a partire da Haiti scendendo poi in Honduras, in Bolivia, in Ecuador e in Cile, senza dimenticarci della crisi venezuelana scoppiata lo scorso gennaio.

Politica e società sono inevitabilmente intrecciate tra loro. Dalla fine delle dittature latinoamericane, le società si sono mosse molto più velocemente della politica. La corruzione è sempre più radicata nelle classi dirigenti, i vertici sono sempre dipendenti dalle forze esterne e sono troppo preoccupate a non perdere l’appoggio delle super potenze per rispondere alle istanze della propria popolazione.

Ecuador

Ed è quello che è successo in Ecuador a inizio ottobre, dove il ritiro dei sussidi per il carburante, coerenti con le misure di austerità richieste dal Fondo Monetario Internazionale al fine di fornire a Quito un credito di oltre 4 miliardi di dollari, ha scatenato la protesta di tassisti e autotrasportatori, ai quali si sono in seguito aggiunti studenti e soprattutto gruppi che rappresentano la popolazione indigena del Paese.

Secondo fonti governative in poco meno di una settimana di proteste ci sono stati più di 500 arresti, ai quali vanno aggiunte due persone morte in circostanze non ancora del tutto chiare e diversi feriti. È diventato virale il video nel quale l’esercito si è schierato in difesa dei manifestanti e hanno risposto violentemente alle cariche della polizia.

Dodici giorni di proteste, con un’enorme marcia che ha raggiunto Quito e una guerriglia che ha messo a ferro e fuoco la capitale, hanno costretto Moreno a cedere alle pressioni e a revocare il decreto con il quale cancellava il contributo statale per il carburante.

Haiti

Ad Haiti si susseguono da febbraio mobilitazioni oceaniche contro la precarietà e la corruzione dilagante nel Paese. A Port-au-Prince vanno in scena continue manifestazioni di massa che reclamano le dimissioni del Presidente Moïse. Il piccolo Paese è in completa paralisi, nel mesi di ottobre i docenti hanno minacciato di mantenere le scuole chiuse fino a quanto Moïse non lascerà il potere. La situazione è così drammatica che anche le Nazioni Unite hanno abbandonato la missione di pace per la grave crisi economica, politica e sociale. Ancora una volta la popolazione scende in piazza per rivendicare i propri diritti sociali e le proprie libertà.

Cile

Dal 18 ottobre in Cile sono scoppiate proteste antigovernative molto violente che hanno provocato la morte di almeno 15 persone, l’imposizione di un coprifuoco e il ritorno dei militari per le strade della capitale Santiago, uno scenario che non si vedeva dal 1990, l’anno della fine del regime di Pinochet. Le proteste sono nate in seguito all’approvazione di una legge che prevedeva di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, già molto caro se confrontato con lo stipendio medio dei lavoratori cileni. Nonostante l’annuncio del Presidente conservatore Sebastián Piñera di sospendere il decreto, le manifestazioni sono continuate, sempre più violente.

Le immagini dei supermercati saccheggiati, delle strade di Santiago in fiamme, ma anche la reazione violenta della polizia, che in certi casi ha ricordato il Mattatoio Messicano della Scuola Diaz di Genova, hanno colpito l’opinione pubblica mondiale.

Il Cile era considerato uno degli Stati dell’America Latina con l’economia più prospera e con la situazione politica più stabile, tanto che si è parlato a lungo del cosiddetto “miracolo cileno”. Questo “miracolo”, sembra che abbia, però, ignorato le richieste di una società che sostiene di essere in bilico, che denuncia forti disuguaglianze economiche e sociali e che accusa i suoi leader politici di vivere su un altro pianeta e di non capire nulla di quello che sta succedendo.

È chiaro, quindi, che dietro alle proteste per l’aumento del biglietto della metropolitana, si nasconda il malcontento generalizzato di una popolazione stanca di dover affrontare misure di austerità che dall’altra parte non aiutano le fasce più deboli della popolazione. Rivendicazione, quindi, di diritti sociali, libertà e annullamento della corruzione.

Bolivia

Occhi puntati ora sulla Bolivia dove è in corso la rivolta contro i brogli elettorali. La scorsa domenica si sono tenute le elezioni presidenziali nelle quali Evo Morales tentava la sua quarta vittoria. Tuttavia, lo spoglio dei voti, che lo dava testa a testa con il leader dell’opposizione Carlos Mesa, è stato sospeso. Ripreso il giorno successivo, il riconteggio ha segnato la vittoria di Morales al primo turno, quasi inspiegabilmente. Urne e collegi elettorali sono stati presi d’assalto e dati alle fiamme nelle proteste contro i brogli, mentre gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani ha denunciato il drastico e improvviso cambio di risultati. Morales rifiuta il secondo turno e le proteste continuano: rivendicazione di libertà e lotta alla corruzione.

Dal Libano all’Iraq, nuova Primavera araba?

Il 2011 era solo l’inizio. Le proteste in Sudan, Algeria, Giordania ed Egitto dell’ultimo anno sono esemplificative nel merito. Gli ultimi episodi in Iraq e Libano rappresentano un’ulteriore dimostrazione che quello iniziato 8 anni fa è un processo trasformativo di lungo corso, che non può essere valutato per i suoi risultati, nella maggior parte dei casi catastrofici, di breve termine, ma solo in prospettiva di lungo periodo. Ora tocca all’Iraq e al Libano.

Dai primi giorni di ottobre, i giovani iracheni continuano a urlare la loro collera nei confronti del Governo in tutte le città del Paese, da Baghdad a Bassora. Non è la prima volta che gli iracheni protestano esasperati contro la corruzione generalizzata nel Paese, la totale assenza di servizi pubblici e le condizioni di vita che non migliorano. Tuttavia, quest’anno le proteste hanno raggiunto proporzioni mai viste, nonostante siano nate spontaneamente e senza una struttura organizzativa alla base.

Iraq

Questa esplosione sociale era inevitabile. A più di sedici anni dalla guerra e dall’invasione americana che ha provocato la destituzione di Saddam Hussein, il Paese non ha ancora trovato il modo di ingranare né socialmente né economicamente, tanto meno trovare un equilibrio. Migliaia di ragazzi hanno dovuto abbandonare le proprie terre in cerca di un futuro migliore, mentre chi è rimasto non riesce a vedere una via di uscita. L’Iraq resta, quindi, uno Stato traballante in una regione che rimane una polveriera pronta ad esplodere.

La vittoria dello scorso anno contro Daesh, però, aveva dato una speranza di ritorno alla normalità. Ma ciò non è accaduto. Anzi, l’allontanamento dell’eroe della guerra contro il Califfato, il Generale Abdelwahab al Saadi, ha scatenato la rivolta contro i vertici del potere.

La fine della guerra contro i jihadisti aveva dato un nuovo slancio alle aspettative sociali della popolazione. Il Governo eletto lo scorso anno con la promessa di combattere la corruzione ha deluso la popolazione che ora manifesta, alza la voce.

Nonostante la brutalità con la quale il Governo sta tentando di reprimere la rivolta, le manifestazioni non si fermano. I giovani iracheni non hanno nessuna speranza e continueranno a denunciare l’inadeguatezza dell’establishment, la corruzione dilagante quanto l’assenza di elettricità.

Anche in Iraq manovre economiche austere, assenza di diritti economico-sociali da un lato, rivendicazioni di libertà e diritti dall’altro.

Libano

Anche il Libano è in agitazione. Le più importanti città del Paese hanno visto scendere in piazza quasi due milioni e mezzo di persone. Come per il Cile, la causa scatenante delle manifestazioni a noi occidentali può sembrare futile. Infatti, la proposta di introdurre una nuova tassa indiretta sull’utilizzo delle telefonate tramite WhatsApp ha riversato nelle strade alcuni giovani. In pochissimo tempo la piccola protesta si è tramutata in una settimana di invasione massiva delle strade del Paese, con la chiusura di banche, scuole e università.

Naturalmente, l’annuncio della nuova tassa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in un Paese alle prese con una crisi economica molto lunga. I manifestanti stessi definiscono le manifestazioni una vera e propria rivoluzione, che ricorda la Primavera Araba del 2011 nelle rivendicazioni, ma che differisce dalla stessa negli obiettivi.

I libanesi reclamano i propri diritti, vogliono una maggiore equità, un cambiamento nel sistema istituzionale estremamente complesso a causa delle rivalità tra i gruppi etnici che compongono il Paese, ma soprattutto vogliono l’abbattimento delle logiche clientelari che muovono la loro economia e l’eliminazione della corruzione. La differenza con gli altri Stati arabi sta nel fatto che il Libano non è un’autocrazia militare, e quindi il popolo non sta chiedendo la destituzione dell’establishment, ma un vero e proprio cambiamento economico e sociale.

Protesta pacifica

Va però sottolineato che, a differenza del Cile, dell’Ecuador e dello stesso Iraq, dalle strade del Libano arrivano immagini di una protesta pacifica, senza bandiere di partito, giovani gioiosi che ballano e cantano per strada, ma soprattutto nessuna repressione violenta da parte dello Stato.

Rivoluzione d’ottobre

L’orizzontalità della ventata di proteste esplosa in ogni continente è, quindi, la dimostrazione di un malcontento generalizzato che supera i confini, di giovani senza speranza, che non vedono nessuna possibilità di realizzarsi nel futuro. Una manifestazione di massa di popolazioni che rivendicano sempre di più diritti economico-sociali, quei diritti che durante la Guerra Fredda sono stati visti sempre come uno strumento del comunismo a stampo sovietico per reprimere i diritti civili e politici del popolo. Diritti economico-sociali e culturali contro i diritti civili e politici. E se fossimo davanti alla crisi di questa dicotomia? Se fossimo nel momento storico in cui la libertà personale coincide con la possibilità di vivere una vita dignitosa ed equa?

Redazione CiSiamo
La Redazione di CiSiamo.info è pronta a parlarvi di attualità, cronaca, politica, spettacolo, sport, cultura, cercando sempre di portare alla vostra attenzione i fatti più interessanti e più rilevanti che la contemporaneità ci mette davanti. Siamo pronti a far scorrere le dita sulle nostre tastiere. Noi Ci Siamo, e voi? Seguiteci sui social.