No, Bernie Sanders non è morto

“Per dirlo senza troppi giri di parole, sono tornato”. Bernie Sanders, 78 anni, ha salutato così il bagno di folla di circa 20mila persone, che sabato scorso lo ha accolto nel comizio di Queensbrige Park, nel Queens di New York.

Il senatore del Vermont, non più tardi di tre settimane fa, aveva avuto un arresto cardiaco che aveva rischiato di metterlo fuori gioco dalla corsa alle primarie statunitensi (al via il 3 febbraio 2020) in vista delle elezioni. Molti, tra gli addetti ai lavori, avevano dato la sua campagna elettorale per spacciata.

Lui ha risposto presentandosi in uno dei quartieri popolari più fatiscenti di New York, così: “Sono più che pronto a insediarmi come presidente degli Stati Uniti. Sono più che pronto ad affrontare l’avidità e la corruzione delle elite delle aziende e dei loro apologeti”.

Bernie Sanders durante il comizio di Queensbridge Park, sabato 19 ottobre Foto D.M.

Un socialista all’attacco

Introdotto dalla canzone degli AC/DC “Back in Black” e forte dell’endorsement dalla deputata del Congresso Alexandria Ocasio-Cortez, vera e propria sorpresa alle elezioni di medio termine del 2018 e astro nascente dell’ala sinistra dei Democratici americani, Sanders è stato autore di un discorso duro e tagliente. Molto estremo per molti versi, secondo i canoni della politica americana.

“Ci vogliono far credere che l’unica realtà sia quella che viviamo al di sotto dello status quo, che il vero cambiamento sia impossibile”, ha detto Sanders. “Ma non è così e lo vedremo quando diventerò Presidente”.

Autore di una delle campagne elettorali più fresche e innovative nel 2016, quando perse le primarie contro Hillary Clinton, Sanders nel Queens ha ripetuto il menù elettorale che gli ha permesso di raccogliere finora circa 33 milioni di dollari in donazioni e di creare una base elettorale solida come forse nessuno, tra i Dem di oggi.

La lista della spesa

Prima la lunga lista delle cose che non vanno. Le “disuguaglianze economiche” e “lo strapotere di Wall Street” e delle multinazionali da combattere, la sanità che “oggi è un servizio e non un diritto” e la condizione delle carceri “in mano a poche lobby private”, la politica degli alloggi pubblici a prezzi calmierati “totalmente da rivedere” e la politica per le famiglie.

Poi la lista delle promesse. Molto lunga, ma anche molto costosa. “Approveremo Medicare for All”, ha detto Sanders, riferendosi al disegno di legge che eliminerebbe il sistema sanitario privato negli Stati Uniti e renderebbe l’intero sistema pubblico. “Introdurremo l’assistenza all’infanzia pubblica ed elimineremo il debito universitario dei giovani”, ha aggiunto. “Renderemo i college gratuiti per tutti e investiremo su un Green New Deal per contrastare il cambiamento climatico”, ha concluso Sanders.

Il bagno di folla di Queensbridge Park nel Queens, sabato 19 ottobre Foto D.M.

Già, ma i soldi?

I dubbi crescenti, emersi anche nei primi dibattiti presidenziali, sono legati alle coperture. Dove si trovano i soldi per tutte queste promesse? Secondo alcuni studi, solamente la proposta Medicare for All costerebbe tra i 2,4 e 2,8 triliardi di dollari l’anno. Secondo un lavoro di ricerca piuttosto esteso redatto dal centro libertario Mercatus Center, invece, si parla di quasi 33 triliardi di dollari di spesa pubblica in dieci anni. In un sistema in cui il Congresso cambia maggioranza con una cadenza di ogni due anni, un programma così estremo rischia di rimanere un libro dei sogni.

“Ce lo chiedono spesso, dove troveremo i soldi per le nostre promesse”, ha ammesso Sanders nel comizio. La risposta, ha aggiunto, “sta nel taglio netto delle spese militari”, che nel 2018 negli Stati Uniti ha ammontato a qualcosa come 1000 miliardi di dollari. E in una wealth tax, una tassa sulla ricchezza, “su tutti i patrimoni che superano i 32 milioni di dollari”, simile a quella proposta dall’altra candidata di sinistra dei Dem, Elizabeth Warren, che ha invece promesso una patrimoniale su tutte le ricchezze sopra i 50 milioni.   

7 su 10 sono soddisfatti

Tutto questo, però, per le promesse fatte non basterebbe. Il budget degli Stati Uniti, infatti, non viene redatto attraverso un semplice “taglia&incolla” delle risorse, ma segue un ragionamento progressivo di riduzione e aumento della spesa di singoli settori, spesso non comunicanti tra loro.

Tradotto: non basta tagliare le spese militari per convergere quei soldi altrove. E non tutti, nella middle-class americana, si trovano male con il sistema privato attuale: circa 7 persone su 10, dicono diversi sondaggi curati da istituti indipendenti negli States, sono moderatamente soddisfatti della loro copertura sanitaria, frutto di accordi privati con i loro datori di lavoro.

Una battaglia culturale

Quello che a Bernie Sanders interessa, e il comizio del Queens sembra confermarlo, non è però parlare a quei 7 su 10, seppur parte della classe media e non di Wall Street. L’intento, piuttosto, è attirare il voto degli ultimi, degli ultimi 3. E di farlo facendo leva su una base elettorale variegata, che comprende sì i bianchi della working-class delusi dalle politiche di Obama, ma anche le minoranze ispaniche e afro-americane, gli esponenti del mondo LGBTQ e gli elettori di destra anti-establishment stanchi delle esagerazioni di Trump.

Più di tutto, però, e di nuovo il comizio del Queens sembra confermarlo, l’obiettivo di Sanders è di impegnarsi in una battaglia culturale che possa sensibilizzare il Paese su tematiche sociali delicate. Cambiando il baricentro dell’opinione pubblica e inserendo in agenda temi mai tracciati prima.

In un’America dove il proprio posto nella società dipende dal CAP di residenza e da quanto si sia stati bravi a produrre ricchezza, avere un candidato che propone di abbattere il sistema sanitario privato e di introdurre quello pubblico “come diritto umano” è un cambio di paradigma.

“Siete pronti?”

“Guardatevi attorno, guardate una persona attorno a voi. Siete pronti a combattere per quella persona e per i suoi diritti allo stesso modo con cui fareste per voi stessi e per i vostri?” ha detto Sanders nel passaggio più potente ed emozionante del suo discorso nel Queens di sabato.

La campagna del Senatore del Vermont sta tutta in questo passaggio. Cambiare la mentalità per cambiare l’approccio alle politiche comuni in America. Quanto questo approccio si scontri con una realtà dove la proprietà privata è sacra, spiegherà le ragioni del suo successo o del suo fallimento.

Nel frattempo, però, Bernie Sanders è tornato. Ed è più vivo che mai.

Davide Mamone
Nato a Milano, giornalista pubblicista, Davide Mamone vive e lavora a New York, dove è collaboratore del quotidiano milanese Mi-Tomorrow. I suoi reportage dall’America sono stati pubblicati su 7 Corriere, L'Espresso e InsideOver - Il Giornale. Appassionato di politica nazionale e internazionale, si occupa anche di diritti umani e scrive dall'ONU. Di origini palermitane, sogna la California.