Elezioni in Tunisia: una lezione di democrazia per il mondo intero

Il mese di ottobre è stato un momento importante per una delle democrazie più giovani del mondo: la Tunisia. Queste elezioni sono state una vittoria per il popolo e per la democrazia

Elezioni in Tunisia
Elezioni in Tunisia

Il mese di ottobre è stato un momento importante per una delle democrazie più giovani del mondo. Si sono svolte sia le elezioni legislative che quelle presidenziali per la Tunisia. Indipendentemente da chi ha vinto, queste elezioni sono state una vittoria per il popolo e per la democrazia, una lezione per il mondo intero.

Elezioni in Tunisia, lezione di democrazia

Oggi siamo di fronte alla crisi delle democrazie liberali, basti gettare un occhio agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna, ma anche all’ondata autoritaria in Est Europa. Eppure, lo scorso weekend c’è stato un fulmine di buone notizie che sono emerse dall’oscurità questo ultimo periodo: la Tunisia ha concluso la sua tornata elettorale e il popolo ha vinto, il mio popolo ha vinto.

Domenica 13 ottobre, con il 76,9% delle preferenze, Kais Saied è stato eletto presidente della Repubblica. Pochi minuti dopo la chiusura dei seggi e la diffusione dei primi exit poll, per le strade di Tunisi sono scese migliaia di persone, che tra caroselli di auto e bandiere si sono riversate sulla Avenue Bourguiba, la strada principale della capitale e luogo simbolo della Rivoluzione dei Gelsomini. I festeggiamenti sono andati avanti tutta la notte, un assembramento trans-generazionale e culturale che a molti dei partecipanti ha ricordato proprio il clima della rivoluzione stessa. Sì, mi hanno ricordato il lontano gennaio 2011, perché i video che ho ricevuto domenica sera profumavano di libertà, proprio come 8 anni fa.

Kais Saied

Parliamo della figura di Kais Saied. Candidato indipendente e professore di Diritto Costituzionale, dopo aver inaspettatamente sbaragliato gli altri 25 concorrenti al primo turno delle presidenziali dello scorso 15 settembre, Kais Saied ha vinto al ballottaggio di ieri sul concorrente Nabil Karoui con percentuali bulgare. Un uomo che ha gestito la propria campagna elettorale senza sponsor, senza dinari, solo con l’aiuto dei volontari: l’outsider della politica tunisina è sceso in campo solo pochi mesi fa con l’obiettivo di combattere la corruzione, il tallone d’Achille del Paese, quella corruzione che ha fatto scendere il popolo tunisino in piazza contro Zine el-Abidine Ben Ali e scatenando l’ondata rivoluzionaria in tutto il Medio Oriente. Saied ha vinto grazie, e soprattutto, all’appoggio dei giovani, dei disoccupati, di quella parte di popolazione ormai disillusa: i giovani che hanno scatenato la rivoluzione, ma che sono poi stati messi da parte dall’establishment, quell’establishment che ha imparato dagli europei la politica peggiore. Establishment uscito demolito anche dalle elezioni legislative, dopo i partiti tradizionali hanno perso drammaticamente consenso.

Dall’atteggiamento composto, il nuovo Presidente è considerato un conservatore, ma forse è la mediazione che oggi serve ad una Tunisia schiacciata dai debiti e con l’alto tasso di disoccupazione giovanile, costantemente strattonata dall’Islamismo radicale e dalla laicità forzata. Ed è giusto ricordare una differenza sostanziale quando si parla di società musulmane: essere conservatore non implica il fatto di essere un islamista. E di fatto Kais Saied non lo è. Al secondo turno sono molteplici le fazioni che lo hanno appoggiato, dal partito filo-islamista de Ennahada, ai partiti di Sinistra.

Nabil Karoui

Ha battuto il suo avversario, Nabil Karoui, il Berlusconi della Tunisia, magnate di media e proprietario di Nessma TV (il cui 25% appartiene, neanche a dirlo, a Mediaste) che è stato rilasciato la scorsa settimana dopo essere stato arrestato in agosto con l’accusa di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale. Karoui è un populista infuocato, che prende spunto da uomini forti e intransigenti come Rodrigo Duterte delle Filippine, Erdoğan e Trump. Ma ha perso e ha ceduto al suo avversario.

La vittoria di Karoui ad un certo punto della campagna elettorale era data per scontata. Il suo essere un imprenditore di successo e il suo aver puntato sulla povertà erano per tutti gli analisti tunisini la carta vincente per vincere le elezioni. Ma nonostante ciò il popolo ha scelto Saied. Perché? Perché la disoccupazione è dilagante, l’economia non cresce ed è stretta nella morsa delle richieste dei grandi organismi internazionali, che ricordano la tanta temuta austerità dell’Unione Europea, ma soprattutto per il popolo tunisino è stanco di vivere in una società corrotta, e Saied è quanto più vicino a quello che il popolo vuole: competenza e onestà. Non è per restare in una società corrotta che siamo scesi in piazza, non è per restare in una società corrotta che abbiamo cacciato Ben Ali.

Ondata di rivolta

Nel caso in cui vi foste persi dei pezzi – e non sarebbe strano, visto quanto raramente i media globali menzionano la nostra storia – ecco un breve riassunto. La Tunisia è stato il Paese che ha iniziato la storica ondata di rivolta in tutto il mondo arabo nel 2011, dopo che a Sidi Bouzid il giovane fruttivendolo Mohammed Bouazizi si è ucciso per autoimmolazione come protesta contro gli abusi da parte dei funzionari locali. Il suicidio di Bouazizi è stata la miccia che ha innescato la rivolta in tutto lo Stato con la quale è stato rovesciato Zine el-Abidine Ben Ali. Ma la Rivoluzione dei Gelsomini non è stata solo questo, ha innescato movimento straordinario: una serie di altre rivoluzioni in Nord Africa e Medio Oriente passata alla storia con il nome di Primavera Araba. Tuttavia, nessuno degli altri Paesi è riuscito a portare a termine il processo democratico. Libia, Siria e Yemen hanno ceduto alla guerra civile, l’Egitto vede oggi un regime autoritario più cruento del precedente.

Invece la Tunisia ha fatto passi avanti, voto dopo il voto. Lungo la strada, il partito che è partito come ramo locale dei Fratelli Musulmani, Ennahda, ha cercato di prendere le distanze da un’agenda islamista. I movimenti terroristici hanno messo in scena attacchi che miravano a minare il Governo rappresentativo, tendando di distruggere la fonte economica principale del Paese, il turismo. I conservatori laici legati al vecchio regime cercarono di respingere le libertà civili.

Nonostante tutto questo, abbiamo continuato a tornare alle urne elettorali o a scendere in piazza per esprimere il nostro dissenso. E così siamo riusciti a continuare il nostro esperimento democratico. Abbiamo approvato leggi a tutela dei diritti delle minoranze; i gruppi della società civile hanno continuato ad esercitare forti pressioni per le riforme; nella Costituzione del 2014 è stata inserita esplicitamente la parità di genere, un unicum non solo per il mondo arabo. E il fatto che la democrazia tunisina continua ad esistere rimane il rimprovero più eloquente possibile per i militanti islamisti.

Conosco le problematiche del Paese, e le conosco personalmente. Non siamo contenti. La prosperità e il buon Governo rimangono un miraggio. Le giovani istituzioni democratiche tunisine sono fragili. E ammettiamolo, siamo un Paese piccolo di soli 12 milioni di abitanti, di cui un milione e mezzo vive all’estero.

Continua lotta di noi tunisini

Eppure, ci sono alcune caratteristiche fondamentali della continua lotta di noi tunisini per una società aperta che non sono così facilmente liquidabili, la nostra libertà e la nostra dignità. Provate a chiedere ad un occidentale quali siano le prospettive di democrazia in tutto il mondo, e spesso sentirete riportare pensiero, a mio parere,superficiale e priva di analisi oggettiva. Molti vi risponderebbero che musulmani e arabi, spesso considerati erroneamente come la stessa cosa, sono intrinsecamente autoritari a causa della loro cultura e della loro religione. Oppure vi risponderanno che gli africani sono troppo “sottosviluppati” (leggi: “arretrati e primitivi”) per gestire le istituzioni democratiche.

Questa è la rappresentazione di chi, probabilmente, è poco informato su ciò che sta avvenendo nel mondo. All’inizio di quest’anno, gli attivisti in Sudan, uno Stato di 43 milioni di persone, sono riusciti a rovesciare AlBashir, uno dei dittatori più feroci e longevi del continente. L’ultimo premio Nobel per la Pace è stato assegnato al Primo Ministro dell’Etiopia, 108 milioni di abitanti, per i suoi enormi progressi nell’apertura di una società una volta chiusa, oltre al suo ruolo per portare a termine il conflitto decennale con la vicina Eritrea. In Algeria, 43 milioni di abitanti, orde di manifestanti continuano a chiedere riforme democratiche e progressiste alla propria autocrazia ossificata. La vivacità del discorso politico sui social media tra egiziani, yemeniti e sauditi dimostra che ci sono individui in tutto il mondo che non possono esprimere le loro opinioni, non possono dare forma al loro governo, non possono essere partecipi e artefici del loro destino.

Ma quando guardo alla mia Tunisia – o alle varie proteste spontanee che nascono in giro per il mondo – non posso fare a meno di chiedermi se forse il futuro della democrazia si trova davvero al di fuori del West World. In questi giorni può essere difficile sfuggire all’impressione che gli occidentali siano troppo compiacenti, che abbiamo auto-assorbito troppo quello che hanno per alzarsi e lottare per le loro libertà. La libertà è un duro lavoro, soprattutto se lo si dà per scontato.

Noi tunisini questo non lo stiamo facendo, e mi auguro non smetteremo mai di farlo

Redazione CiSiamo
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