Dalle origini alle conseguenze dell’intervento turco nel Kurdistan Siriano

Un approfondimento per capire come si è arrivati all'escalation che ha portato all'intervento turco nel Kurdistan siriano.


I primi giorni di ottobre il Presidente statunitense Donald Trump ha annunciato di ritirare le truppe americane presenti nel Nord della Siria al confine con la Turchia, lasciando di fatto la strada spianata all’operazione militare che Ankara organizza contro le milizie curde da mesi, milizie fino a quell’istante alleate della superpotenza americana. A questo inaspettato annuncio ha conseguito l’accelerazione dell’offensiva turca, con l’avvio il 9 ottobre scorso dell’Operazione “Fonte di Pace”, operazione che solo un occhio inesperto può sottovalutare, sia in merito alle cause, sia in merito alle sue possibili nefaste conseguenze.

Chi sono i curdi

I curdi sono la quarta etnia del Medio Oriente per numero di persone. Sono una popolazione di circa 35 milioni di abitanti originari della regione del Kurdistan, un imponente territorio che si trova a cavallo di 5 Stati: Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia. Dopo il primo conflitto mondiale e la sconfitta dell’Impero Ottomano, la promessa occidentale di creare uno Stato curdo, anche coerentemente con il dodicesimo dei quattordici punti di Wilson, non venne mai rispettata. Infatti, in seno alla Conferenza di Pace di Parigi i vincitori avevano previsto tra le clausole del Trattato di Sèvres del 1920 la creazione di uno Stato curdo. Una promessa che venne disattesa 3 anni dopo, quando il Trattato di Losanna fissò i confini della moderna Turchia, senza definire confini geopolitici e geografici per il Kurdistan. L’effetto è stata la condanna per il popolo curdo a rimanere una minoranza nei diversi Paesi in cui si sono ritrovati a vivere e a veder repressa nel sangue qualsiasi azione per la creazione di uno Stato curdo indipendente.


Oggi parlare dei curdi come un’unica entità nazionale, come un unico gruppo compatto, è scorretto, non solo per questioni linguistiche, ma anche, e soprattutto, per le esigenze dei singoli gruppi nazionali. L’idea di poter creare un unico Stato curdo non è più realizzabile, le rivalità interne e le necessità differenti hanno portato i curdi stessi a non essere più in sintonia e a non avere più obiettivi comuni. Ogni gruppo nazionale si differenzia l’uno con l’altro per priorità e alleati. I curdi turchi, i curdi siriani e i curdi iracheni, che insieme hanno combattuto contro Daesh, sono i gruppi finiti nel mirino di Erdoğan. I curdi hanno ottenuto l’autonomia sul Kurdistan iracheno grazie al referendum del 2017, mente i curdi siriani soltanto di recente hanno ottenuto il controllo della regione a nord del Paese, quella che oggi tutti chiamano con il nome curdo Rojava, ma che fino a poco fa era conosciuta con il nome arabo Hassakah. Nel momento della loro massima espansione, i curdi siriani governavano la maggior parte del Nord del Paese, da Est a Ovest, lungo tutto il confine con la Turchia. Va ricordato, però, che, per ottenere il controllo dell’Hassakah, hanno cacciato dalle proprie terre la popolazione araba, la maggioranza dei residenti nella regione.

I legami tra i curdi siriani e il Pkk


Il governo dei territori controllati dai curdi siriani è garantito dal Partito dell’Unione Democratica (PYD), una fazione politica ad ispirazione socialista e libertaria, la cui visione della società è per certi aspetti molto distante da quella classica del mondo islamico, e al tempo stesso molto simile a quella immaginata da Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori (PKK), rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di İmralı dal 1999. I legami tra il PYD e il PKK sono il casus belli dell’operazione militare voluta dal Governo di Ankara.
Infatti, il PKK è il partito curdo che da decenni combatte contro il Governo turco al fine di ottenere l’indipendenza dei propri territori anche attraverso la lotta armata, quella lotta che ha causato l’inserimento del PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali. Inoltre, va ricordato che molti leader del PYD sono ex membri del PKK. In sintesi, i curdi turchi e quelli siriani, non sono un nemico di Erdoğan, sono il nemico per antonomasia da sconfiggere ad ogni costo.

Il ruolo dei curdi contro Daesh

A partire dal 2014, sono tre i gruppi di curdi che si sono trovati direttamente coinvolti nel conflitto contro Daesh, chiamato anche ISIS o IS: i curdi turchi del PKK, i curdi siriani dell’YPG, l’ala militare del PYD, e i Peshmerga iracheni. Tutti loro hanno svolto un ruolo fondamentale nella guerra contro il sedicente Stato Islamico, in particolare nel Nord della Siria e nel Nord dell’Iraq. Possiamo ricordare il fondamentale contributo dei Peshmerga nella riconquista di Raqqa, capitale dell’autoproclamato Califfato di Al Bagdadi, o il ruolo delle leonesse curde nella liberazione di Kobane. Il loro impegno nella lotta ai jihadisti di Daesh divenne da quel momento un punto di riferimento per tutte le potenze occidentali, Stati Uniti in primis. Da allora il Presidente Obama ha cominciato a sostenere logisticamente, economicamente e militarmente le milizie appartenenti alle Forze Democratiche Siriane (FDS). Le stesse YPG furono considerate dagli USA la “spina dorsale” della coalizione voluta per sconfiggere Daesh.

Le offensive turche

Già dal 2014 il Governo guidato da Erdoğan non approvava le conquiste nel Nord della Siria da parte delle YPG, considerato da Ankara un gruppo terroristico alla stregua del PKK. Quindi, con il pretesto di allontanare i jihadisti di Daesh dai propri confini meridionali, nell’agosto del 2016 la Turchia dà il via all’Operazione “Scudo dell’Eufrate”, terminata nel marzo del 2017. I tentativi di contenere i curdi sono stati protratti anche con una nuova missione nel 2018, l’Operazione “Ramoscello d’Ulivo”, nella quale truppe turche hanno attaccato e conquistato con l’appoggio dell’Esercito Libero Siriano la città di Afrin, controllata dalle milizie curde. L’offensiva si è arrestata a Manbij a causa della presenza del contingente americano.

A partire da quel momento la situazione è rimasta stabile fino al 7 agosto di quest’anno, quando Washington e Ankara hanno raggiunto un accordo per la costruzione di una safe zone nel Nord della Siria per stabilizzare il confine. Una sorta di zona cuscinetto che avrebbe avuto il fine di delimitare le zone turche da quelle curde.
Tra le clausole dell’accordo era prevista la ritirata dei curdi siriani negli avamposti al confine. Le forze dell’YPG hanno accettato l’accordo e comunicato lo scorso 27 agosto di essersi ritirati dalle postazioni vicino la frontiera.

Il ritiro delle truppe americane

Inaspettatamente nei primi giorni di ottobre il Presidente Trump ha deciso di ritirare i soldati americani presenti nel Nord-Est della Siria, dando di fatto il via libera alle operazioni turche. Il 9 ottobre le forze di Ankara hanno iniziato l’offensiva contro le milizie curde. La posizione di Trump rispetto alla presenza dei marines in Medio Oriente è sempre stata molto critica, tanto è vero che durante la sua campagna elettorale ha più volte annunciato la sua volontà di disimpegnare gli Stati Uniti da “queste stupide guerre”. Tuttavia, la decisione di The Donald è stata duramente contestata non solo dal partito democratico statunitense, impegnato nel portare avanti il processo di impeachment contro lo stesso Presidente, ma anche da parte del
suo stesso partito repubblicano. Quello che è certo è che questa decisione personale di Trump, presa senza nessuna discussione in seno alla sua stessa amministrazione, avrà delle conseguenze importanti per tutti.

Quali possono essere le conseguenze?

La scellerata scelta di questo inizio ottobre fa parte dei plateali coup de thêatre di Trump, quei colpi di scena a lui cari, ma soprattutto necessari, per distogliere l’attenzione dai propri problemi in politica interna. Ha fatto saltare il tavolo per il trattato di pace coi talebani in settembre, ha fatto saltare l’accordo sul nucleare iraniano e imposto sanzioni mentre l’FBI investigava sul Russia Gate, e lo ha fatto anche oggi nel tentativo di procrastinare l’impeachment per l’Ucraina Gate. Quello a cui non ha pensato il tycoon sono le conseguenze di questa sua scelta. È certo che, comunque andrà a svilupparsi e a delinearsi il conflitto, gli effetti saranno rimarchevoli non solo per il Medio Oriente, una polveriera che va a ormai ininterrottamente a fuoco da vent’anni, ma lo sarà per il mondo intero.

Sono tanti i Governi interessati a dire la loro sull’offensiva turca. Abbiamo la Russia di Vladimir Putin, alleato fedele del Governo di Damasco, che non ha rapporti conflittuali con i curdi siriani, nonostante non sostenga la loro causa. Mosca deve trovare un equilibrio tra diverse priorità, dall’integrità territoriale della Siria, all’evitare la riformazione di Daesh, al tentativo di trovate una forma costituzionale stabile per la Siria postconflitto. Poi abbiamo l’Iran degli Ayatollah, la cui posizione è più complessa. Da una parte è alleato del regime di Bashar al Assad e della Russia, dall’altra è amico della Turchia stessa, in particolare in merito alla questione curda. Ma non solo, con le tensioni sempre più accese con l’Arabia Saudita nella guerra in Yemen e con gli Stati Uniti, Teheran non può permettersi di perdere l’alleato turco. Non dimentichiamo poi Israele, che sta approfittando del conflitto intestino siriano per occupare le Alture del Golan, e che teme che l’intervento turco possa avere ripercussioni sui suoi piani di espansione territoriale.

L’Unione Europea e le Nazioni Unite, nonostante la condanna generale, non faranno nulla nel concreto, se non qualche dichiarazione politica. Con la minaccia del Sultano di Istanbul di aprire le frontiere con l’Europa ai 4 milioni di rifugiati presenti nei campi profughi dell’Anatolia e di lasciar passare gli oltre 11 mila foreign fighters leali alla jihad, Ankara tiene in pugno i Paesi europei. Siamo di fronte al secondo esercito della NATO che ricatta e minaccia i suoi stessi alleati.

Infine, la posizione del Governo di Bashar Al Assad, che finirà con l’influenzare le scelte future di Iran e Russia. Domenica 13 ottobre il Governo ha diffuso una dichiarazione nella quale ha reso noto che verrà inviato l’esercito del regime al confine con la Turchia. Il dispiegamento delle truppe sosterrebbe le forze democratiche siriane guidate dai curdi nel contrastare “Questa aggressione e liberare le aree in cui sono entrati l’esercito turco e i mercenari”. Di fatto si sta creando un’alleanza tra il Governo di Damasco e l’YPG. Assad non ha chiaramente a cuore le istanze curde, ma vuole cogliere l’occasione per riprendere il controllo sul Nord del Paese, strappandolo al PYD e cacciando i turchi dai propri territori, come la città di Afrin.

Non sappiamo come andrà a finire questo conflitto. Quello che è certo è che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Quello che è certo è che non ci sarà un Kurdistan indipendente, che il Medio Oriente sarà ancora teatro di conflitti sanguinosi e che ci ritroveremo nuovamente di fronte a una crisi umanitaria al pari, se non superiore, a quella del 2015, perché a pagare saranno sempre i civili, i siriani, che siano di etnia curda o araba.


Redazione CiSiamo
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