Julian Assange, al processo la fonte non parla e viene arrestata per oltraggio alla Corte

La storia di Chelsea Manning, testimone chiave del processo contro Julian Assange, ha scelto la via del silenzio: rischia una multa e l'accusa di oltraggio.

Chelsea Manning e il processo contro Julian Assange (foto Youtube)

Arrestata per oltraggio alla corte Chelsea Manning, la fonte chiave nel procedimento contro Julian Assange. La donna si è rifiutata di testimoniare contro il fondatore di Wikileaks davanti al Gran Giurì. Rischia fino a un anno e mezzo e multe salatissime che cresceranno di giorno in giorno se non tornerà sui suoi passi.

Processo Assange, i risvolti sul caso

La Manning non ha voluto rispondere ai giudici che sono stati chiamati a decidere se aprire o meno un processo contro Assange. Il fondatore di Wikileaks rischia una codanna per l’hacking dei siti governativi Usa. L’udienza si è tenuta presso il tribunale di Alexandria, in Virginia, competente per la territorialità dell’agenzia che più di tutte si ritiene “parte lesa” nella vicenda Assange, la Cia che ha sede a Langley e che si occupa di crimini contro gli Usa orditi dall’estero.

Il giudice Anthony Trenga ha posto la prima domanda alla Manning, solo per sentirsi rispondere: “Preferisco morire di fame piuttosto che cambiare la mia opinione a questo proposito, sono seria quando lo dico”.

La storia di Chelsea Manning

La donna ha ora 30 giorni per tornare sui suoi passi e decidere di testimoniare. La pena è una multa di 500 dollari al giorno che diventeranno 1000 se la Manning proseguirà nel suo silenzio oltre il sessantesimo giorno. Il legale della donna, Moira Meltzer-Cohen, ha spiegato al giudice in aula che quella della sua cliente, nota per essere intransigente su questioni di principio, “è un’obiezione etica e morale all’utilizzo del gran giurì. Non ha nessuna intenzione di cooperare”.

“Lei lo sa, io lo so, i suoi amici e la sua famiglia lo sanno. Nel 2010 Chelsea ha deciso di svelare al mondo la natura impari delle guerre che si combattono oggi. Quello che sta cercando di fare ora è dimostrare che gli Stati Uniti sono più preoccupati di come è avvenuta la pubblicazione di questi documenti che del loro contenuto”.

Redazione CiSiamo
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