Giornata del martirio del clero polacco, in guerra ne morirono migliaia

Il 29 aprile del 1945 Dachau fu liberata dalle divisioni statunitensi e, da allora, è il giorno che la Chiesa polacca ha dedicato alla commemorazione degli ecclesiastici.

Giornata del martirio del clero polacco
Giornata del martirio del clero polacco

Il 29 aprile del 1945 Dachau fu liberata dalle divisioni statunitensi e, da allora, è il giorno che la Chiesa polacca ha dedicato alla commemorazione degli ecclesiastici di quel fiero paese uccisi dal nazismo e dal socialismo rosso. Il clero polacco e il tributo altissimo di sangue che lo stesso pagò durante l’occupazione tedesca, un’endiade di martirio che ha il respiro della Grande Storia e che, da esso, ha mutuato un numero che, da solo, declina grandezza di quei martiri ed orrore dic hi li consegnò all’eternità in maniera brutale: 6565.

Giornata del martirio del clero polacco

Tanti furono infatti i membri del clero di Polonia uccisi nei sei anni dal 1939 e il 1945, cardini cronologici in cui è iscritto il Secondo Conflitto Mondiale a far data proprio dall’invasione della Polonia che lo avviò, il primo settembre per mezzo delle divisioni corazzate di Guderian a cui si oppose la cavalleria più orgogliosa del pianeta.

Vatican News ha ricordato oggi quell’evento con le parole e l’analisi di don Jan Mikrut, docente alla Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana. L’analisi dell’alto prelato è serena ma implacabile: durante la seconda guerra mondiale e con vicende politiche paradossali la Polonia si ritrovò stretta nella morsa di due regimi totalitari che ambivano al controllo del paese cerniera fra oriente ed occidente dell’Europa, paradossalmente ciascuno per guatare meglio l’altro: la Germania di Hitler e la Russia di Stalin.

Patto Ribbentropp-Molotov

Suggello di quella tenaglia dell’orrore fu il patto Ribbentropp-Molotov, che di fatto rese la Polonia un paese diviso ma mai separato nella sua fede. La Polonia è storicamente una nazione fiera dove il clero, padre di una società organizzata proprio grazie alla sua presenza capillare fra il popolo, ha funto da collante anche per le istanze di un nazionalismo orgoglioso, mai sommesso o aggiogato ad equivoci, fermo negli intenti e di impatto sociale ferreo.

In Polonia, da sempre, il prete condivide il dolore con il cittadino e se ne fa carico anche fino al martirio nel nome di un patto che porta i destini di chiesa e società ad una equivalenza quasi assoluta.

Luoghi del martirio del clero polacco

Siberia e Kazakistan diventarono i luoghi del martirio del clero polacco a opera dei sovietici e i campi di sterminio interni al paese quelli in cui il nazionalsocialismo puntò alla giugulare la Chiesa di Varsavia. “Nel 1939 – afferma padre Mikrut a Vatican News – c’erano in Polonia 35 milioni di abitanti che rimasero 24 dopo la guerra. In particolare tra il ’39 e il ’45 in diverse forme di repressione furono coinvolti 6565 ecclesiastici; mentre le perdite personali del clero durante la seconda guerra mondiale si contano in 2812 persone, tra cui 4 vescovi 186 sacerdoti diocesani, 289 regolari, 149 seminaristi, 205 fratelli religiosi e 289 suore”.

Quei morti, quell’attacco non ad una enclave ma ad un pezzo vivo della società polacca crearono un paradosso: fortificò ancor più il legame fra clero e cittadini, spazzando via anche la sola idea che un riscatto del popolo polacco potesse tracimare nel laicismo e armando gli animi dei soldati che, nel Corridoio Iraniano, si addestrarono fino a sputar sangue con gli inglesi e nella campagna d’Italia del ’43/’44 diedero prova splendida di sé.

I fanti con la croce sul petto

Furono le truppe della II Armata del tenente generale Anders le prime a liberare l’abazia benedettina di Montecassino, il 18 maggio del 1944 e il loro divenne l’ardore dei fanti con la croce sul petto, chiamati a sputar sangue pur di liberare un luogo simbolo mondiale del culto, soldati con il cuore in condominio fra patria e fede, che per il polacco sono un unicum. Fra quei morti in odium fidei spiccano coloro che lo stesso Giovanni Paolo II beatificò in Piazza Jósef Piłsudski, a Varsavia con le parole: “Gioisci, Polonia, per i nuovi beati! Credete che Dio è amore! Credetelo nel bene e nel male! Destate in voi la speranza! Che essa produca in voi il frutto della fedeltà a Dio in ogni prova!”.

Erano suor Regina Protmann, Edmund Bojanowski e 108 martiri polacchi della seconda guerra mondiale. Di essi, 46 trovarono la morte nel lager di Dachau, 14 ad Auschwitz e 16 in altri campi di sterminio nazista. Nelle chiese polacche, da sempre, non è riecheggiato solo il sommesso e distaccato mormorio dei salmi, ma anche le tonanti canzoni degli inni e dei canti partigiani che chiamavano alla difesa della Nazione.

Redazione CiSiamo
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