Commando arrestato ad Haiti, parla l’ex Seal: “Non dovevamo uccidere il Primo Ministro”

Parla uno degli ex Seal che è stato catturato ad Haiti con l'accusa di essere giunto lì per uccidere il Primo Ministro

Parla uno degli ex Seal che è stato catturato ad Haiti con l'accusa di essere giunto lì per uccidere il Primo Ministro

Parla per la prima volta uno dei paramilitari arrestati ad Haiti qualche settimana fa perché accusato di far parte di un commando che aveva in mente un omicidio politico, quello dell’ex Premier ed una maxi rapina in banca da 80 milioni di dollari commissionati dal Presidente Moise nel momento di massimo caos dell’isola caraibica.

Erano stati fermati a Port Au Prince in sette, a bordo di due veicoli senza contrassegni farciti di armi semiautomatiche, coltelli, droni e telefoni satellitari con free cards. L’uomo, l’ex Navy Seal Cristopher Osman, ha rilasciato dichiarazioni al vetriolo al Miami Herald dopo che il suo team era stato definito come composto da mercenari e “terroristi” dall’opposizione haitiana capitanata dall’esautorato premier Jean Ceant.

La spiegazione

Il loro arresto era scattato nel bel mezzo delle rivolte popolari ad Haiti e la posizione di quei quattro americani, due serbi e di quell’autiere haitiano si era fatta difficilissima, al centro di un complicato braccio di ferro diplomatico e di una vera spy story. La spiegazione di Osman è semplice: “Eravamo ad Haiti perché chiamati come contractors a difendere gli interessi economici di un uomo d’affari. Non era in alcuna agenda l’idea di assassinare il primo ministro (accusato di fare affari loschi con la Banca Centrale di Haiti – ndr)”. Osman poi rincara la dose: “Non siamo mercenari, non diciamo str…te, men che mai assassini. Il nostro era solo un contratto di sicurezza; siamo stati reclutati da un appaltatore di Dallas Hawkstorm Global, per gestire l’evacuazione di ricchi haitiani che intendevano abbandonare il paese nel bel mezzo di quel caos”.

Il contratto integrativo

Poi però Osman amette: “Una volta arrivati sul posto ci è stato offerto un contratto integrativo per dislocare parte del team a protezione di un solo ricco uomo di affari di Haiti, dato che proprio in quei giorni aveva firmato una fidejussione bancaria multimilionaria ed era un obiettivo per qualunque banda attrezzata che volesse approfittare del caos per rapirlo e chiedere un riscatto. Ecco perché eravamo in sorveglianza attiva vicino alla banca”.

Toni sarcastici

Noi di Ci Siamo abbiamo provato a contattare, ieri sera a tener conto del fuso, la Hawkstorm Global ma al momento non abbiamo avuto risposta. Il fatto non ci stupisce, dato che lo stesso Herald, di certo più “sul pezzo” di noi, si era visto rispondere picche nei giorni scorsi in merito ad alcune chiarificazioni. Il pasticcio era stato poi risolto con l’intervento dell’Ambasciata Usa che aveva reclamato gli americani finiti in manette. Proprio gli agenti Cia che avevano preso in carico Osman e i tre connazionali avevano bollato l’avventura dei quattro con ton sarcastici, almeno secondo quanto dichiarato dall’ex Seal: “Ehi ragazzi, sembra che siate davvero fregati, vi siete andati a cacciare in un vero vespaio politico”. “A quel punto – ha concluso Osman – ci hanno ridato i passaporti e siamo stati liberi di uscire dall’aeroporto di Miami e prendere un maledetto autobus”.

Il mistero del quinto uomo

Su tutti poi c’è il mistero di un quinto uomo, un americano, ex tenente dei Seal e addestratore di lungo corso a Coronado, tal Phillips, che dopo aver reclutato anch’egli ex militari serbi sarebbe riuscito a fuggire via attraverso la Repubblica Dominicana dopo essere stato ripreso davanti la banca che qualcuno aveva ritenuto essere il vero obiettivo del commando. Ma Phillips è un fantasma e nessuno sa di lui. Nessuno tranne Osman che, chiudendo la sua intervista, ha ammesso di conoscerlo ma di non sapere nulla di cosa facesse ad Haiti quel 17 febbraio.

Redazione CiSiamo
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