Crisi Venezuela, Guaidò atterra a sorpresa a Caracas e sfida Maduro ad arrestarlo

Juan Guaidò atterra a sorpresa in Venezuela, sfidando apertamente la minaccia concreta che la polizia fedele a Maduro lo arresti, come proclamato ufficialmente dal governo bolivariano di Caracas.

Juan Guiadò
Juan Guaidò

Juan Guaidò atterra a sorpresa in Venezuela, sfidando apertamente la minaccia concreta che la polizia fedele a Maduro lo arresti, come proclamato ufficialmente dal governo bolivariano di Caracas. Poche ore fa il presidente a interim a trazione Usa è atterrato all’aeroporto Simon Bolivar, per essere immediatamente spinto da un gruppo di agenti di sicurezza in un’auto blindata e condotto nel bel mezzo di una manifestazione.

“Si, possiamo”

I partecipanti a quest’ultima, appena hanno riconosciuto l’ex presidente del Parlamento, hanno iniziato a urlare lo slogan caro all’ex “garimbero” del centro destra, quel “Si, possiamo” che in altre terre più a nord riecheggiava in casa di Barak Obama.

I media locali hanno comunque affermato che il convoglio con a bordo Guaidò avrebbe attraversato indenne numerosi posti di blocco della Guardia National bolivariana, se per scelte “morbide” di militari ormai allo stremo in quanto a fedeltà o se per strategia di non cadere in un tranello teso ad hoc per creare un caso, non lo si è ancora capito.

La sfida a Maduro

Guaidò si era comunque premurato di annunciare il suo arrivo – una vera sfida a Maduro sul piano politico e un colpo di alta scenografia tattica – affermando che stava tornando nelle “silvas” del suo paese e invitando le persone a scendere in strada; pare dunque di capire che la manifestazione in cui il corteo presidenziale si è insinuato non fosse, o fosse solo in parte, già avviata di suo, e che numerosi cittadini abbiano “semplicemente” risposto all’appello di quello che loro e la loro fame considerano il loro leader.

“Sto tornando a casa”, ha poi scritto Guaidò anche su Twitter. “Sto tornando per continuare a lavorare sulla nostra strada per rafforzare la pressione interna che ci permetterà di liberare il Paese”.

Rappresentati europei

Assieme a Guaidò sono atterrati anche i rappresentanti dei paesi europei che ne riconoscono il diritto a sedere sullo scranno presidenziale di Maduro. “Speriamo che possa tornare in sicurezza”, ha detto ai giornalisti all’aeroporto l’ambasciatore tedesco in Venezuela, Daniel Kriener, dicendo che Guaidó ha avuto “un ruolo molto importante da svolgere nel superare la crisi”.

“Il ritorno sicuro in Venezuela di Guaidó è della massima importanza per gli Stati Uniti”, gli ha fatto eco il vicepresidente Mike Pence in un tweet che sa di amo lanciato in acque torbide per abbacinare il “luccio” bolivariano. “Qualsiasi minaccia, violenza o intimidazione contro di lui non sarà tollerata e sarà soddisfatta con una risposta rapida”.

Il discorso da una località segreta

A tarda serata, cioè pochi minuti fa, Guaidò ha parlato da una località segreta (secondo fonti ufficiose vicino al confine Colombiano, che gode del “conforto” di 5000 soldati Usa da un mese), avvisando e sfidando di fatto i maduristi a non commettere “uno degli ultimi errori” che potrebbero fare, quello di arrestarlo e di farlo in una doppia accezione: sia cioè di fermarlo in termini giudiziari che di arrestare l’onda lunga di consenso e rivolta che lui ritiene di cavalcare con il diritto dei giusti. Dal canto loro Washington, Colombia e altri paesi avevano comunque confermato la “minaccia” a Maduro dal desistere da azioni eclatanti.

L’impressione è che si voglia ottenere l’esatto contrario di ciò che si condanna a priori: un martire ed un casus belli, a questo punto della tormentata vicenda venezuelana, servono un po’ a tutti.